Introduzione / Introduction
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THE VOICE OF MUSIC ... LA VOCE DELLA MUSICA
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JAZZ

M

JOE MAGNARELLI - Mr. MAGS (2000)

LANFRANCO MALAGUTI - SOUND INVESTIGATIONS (1987)

LANFRANCO MALAGUTI - SYNTHETISMOS (1989)

LANFRANCO MALAGUTI - SOMETHING (1989)

LANFRANCO MALAGUTI - AZZURRO (1991)

LANFRANCO MALAGUTI - PAROLE, PAROLE ... (1992)

LANFRANCO MALAGUTI - CAMPO GRANDE (1992)

LANFRANCO MALAGUTI - INSIDE MEANING (1993)

LANFRANCO MALAGUTI / UMBERTO PETRIN - PERCORSI:
LIVE IN PIRANO, SLOVENIA
(1994)

MICHAEL MANTLER - THE JAZZ COMPOSER’S ORCHESTRA (1968)


LAWRENCE MARABLE featuring JAMES CLAY - TENORMAN (1956) FOREVER YOUNG

Album dall’intestazione curiosa - il titolare sfocato sullo sfondo, l’ospite ripreso in primo piano - ma fedele a una formula tradizionale, Tenorman è un piccolo, misconosciuto capolavoro che vale quanto qualsiasi classico di Stan Getz o Sonny Rollins degli anni Cinquanta. Oltre ai due protagonisti ufficiali [Lawrence Marable (batteria), James Clay (sax tenore)], il quartetto schiera Sonny Clark (pianoforte) e Jimmy Bond (contrabbasso), propiziando l’incontro tra una sezione ritmica tipicamente cool, un fuoriclasse hard-bop e un mattatore di scuola texana. Il risultato è uno splendido saggio jazz che amalgama le diverse visioni estetiche riconducibili a decisive aree d’influenza americane (California, New York, Texas … mancherebbero solo Kansas City, Chicago e New Orleans). L’esuberante stile espressivo di James Clay, affine a quello del conterraneo Booker Ervin, immette masse di energia sonora negli arrangiamenti, coniugando un timbro nerboruto e chiassoso con fraseggi nitidi e perentori. Tra gli otto brani, tutti eccellenti, segnaliamo a casaccio l’indefessa spinta cinetica di Airtight, Minor Meeting e Marbles, la ruvida sensualità delle ballad Easy Living e Lover Man, l’infuocato assolo del leader su Three Fingers North. - B.A.


RICK MARGITZA - COLOR (1989)

RICK MARGITZA - THIS IS NEW (1991)

RICK MARGITZA - WORK IT (1994)

RICK MARGITZA - HANDS OF TIME (1994)

RICK MARGITZA - GAME OF CHANCE (1996)

RICK MARGITZA / BERT VAN DEN BRINK - CONVERSATIONS (1999)

RICK MARGITZA - HEART OF HEARTS (2000)

RICK MARGITZA - MEMENTO (2001)

WYNTON MARSALIS - THINK OF ONE (1983)

WYNTON MARSALIS - BLACK CODES (FROM THE UNDERGROUND) (1985)


WYNTON MARSALIS - J MOOD (1985)

Gli amanti della musica per tromba e sezione ritmica aprano le orecchie: nel piccolo scrigno in cui custodiamo i classici della categoria [Quartet (Chet Baker / Russ Freeman), Candy (Lee Morgan), Portrait Of Art Farmer (Art Farmer), Live In Tokyo (Charles Tolliver), Gnu High (Kenny Wheeler), Ah (Enrico Rava), Tribute To The Trumpet Masters (Brian Lynch)] vanno aggiunti due album stilisticamente analoghi, anche se diversi per origine, retroterra e fama dei rispettivi titolari: Flabula e J Mood.
J Mood - Già al centro di furiose polemiche tra appassionati e detrattori, peraltro alimentate da un carattere decisamente forte, ormai assurto al rango di “caso” internazionale, Wynton Marsalis continuava imperterrito a suonare e incidere una musica stupenda, effettivamente ispirata al Miles Davis dei primi anni Sessanta (come se ci fosse qualcosa di male). Queste registrazioni in quartetto ne esaltano il virtuosismo strumentale e l’inventiva melodica grazie all’impeccabile, motivato supporto di Marcus Roberts (pianoforte), Robert Hurst III (contrabbasso), Jeff “Tain” Watts (batteria). Gli assoli di Marsalis si distinguono per la virginea purezza del timbro e la tecnica immacolata, doti che hanno fatto del trombettista di New Orleans anche un esimio esecutore di partiture barocche (Bach, Händel, Haydn, Purcell, Vivaldi etc.). In questo squisito ambito jazz si apprezzano particolarmente la felpata andatura di J Mood, lo stentoreo swing di Insane Asylum e Skain’s Domain, la frenetica fuga scandita dalle spazzole di Much Later. - B.A.


WYNTON MARSALIS - CRESCENT CITY CHRISTMAS CARD (1989)

WYNTON MARSALIS - CITI MOVEMENT (1992)

WYNTON MARSALIS - LIVE AT THE VILLAGE VANGUARD (1999)

WYNTON MARSALIS / LINCOLN CENTER JAZZ ORCHESTRA - A LOVE SUPREME (2003)

WYNTON MARSALIS / LINCOLN CENTER JAZZ ORCHESTRA - DON’T BE AFRAID ... (2003)

WYNTON MARSALIS - THE MAGIC HOUR (2004)

WARNE MARSH - LIVE IN HOLLYWOOD (1952)

WARNE MARSH - JAZZ OF TWO CITIES (1956)

WARNE MARSH - MUSIC FOR PRANCING (1957) FOREVER YOUNG

WARNE MARSH - RELEASE RECORD - SEND TAPE (1959/1960) FOREVER YOUNG

WARNE MARSH - JAZZ FROM THE EAST VILLAGE (1960)

WARNE MARSH - NE PLUS ULTRA (1969)

WARNE MARSH / RED MITCHELL - BIG TWO, VOL. 1/2 (1980)

WARNE MARSH - I GOT A GOOD ONE FOR YOU (1980)

WARNE MARSH - STAR HIGHS (1982)

WARNE MARSH - A BALLAD ALBUM (1983)

PAT MARTINO - EAST! (1968)

PAT MARTINO - DESPERADO (1970)

PAT MARTINO - THE VISIT! / FOOTPRINTS (1972)

PAT MARTINO - LIVE! (1972) FOREVER YOUNG

PAT MARTINO - CONSCIOUSNESS (1974) FOREVER YOUNG

PAT MARTINO - EXIT (1976) FOREVER YOUNG

PAT MARTINO - STARBRIGHT (1976)


PAT MARTINO - JOYOUS LAKE (1976) FOREVER YOUNG

Dai preziosi archivi in bianco e nero degli anni Settanta affiorano due gioielli sepolti, reciprocamente analoghi per formula strumentale, retroterra inteso in senso lato (il jazz del decennio precedente), singolare simmetria dei ruoli di rinomato titolare (Tony Williams / Pat Martino) e comprimario principale (Allan Holdsworth / Kenwood Dennard): i collezionisti affetti da trauma radiofonico trarranno sicuro giovamento dall’ascolto regolare di Believe It e Joyous Lake.
Joyous Lake - L’intenso ritratto in primo piano del chitarrista, con quella marcata fisionomia mediterranea che quasi sporge dalla copertina, rischiava di intimidire l’ascoltatore w.a.s.p. più guardingo … la musica si sarebbe incaricata di fugare ogni dubbio. Ormai raggiunta la maturità professionale con una discografia che annoverava pietre miliari come East!, Desperado, Live!, Consciousness, Exit, Pat Martino aggiorna il proprio linguaggio, già compiuto ed efficace, innestando i sintetizzatori (EML 101, EML 500) nel tessuto sonoro. L’altra mossa decisiva è il reclutamento del fenomeno Kenwood Dennard: prossimo a entrare nella storia con la partecipazione a LiveStock, capolavoro dal vivo dei Brand X, il batterista contagia il leader col virus dell’epidemia fusion, allora in pieno sviluppo creativo. Il tandem d’assalto è fiancheggiato dagli impeccabili Mark Leonard (basso) e Delmar Brown (tastiere). La scaletta sciorina sei brani che non concedono un attimo di tregua: i ritmi costantemente convulsi di Line Games, Pyramidal Vision, Mardi Gras, M’Wandishi, Song Bird, Joyous Lake lanciano il quartetto in un’incessante coreografia a base di improvvisazione controllata, fitto interplay, battiti accelerati, bagliori elettrici. La qualità delle composizioni è elevata e omogenea, avremmo alcune minime preferenze, ma vogliamo lasciarvi il gusto di coltivare le vostre personali predilezioni … vi divertirete. - B.A.


PAT MARTINO - WE’LL BE TOGETHER AGAIN (1976) FOREVER YOUNG

PAT MARTINO - THINK TANK (2003)


NICK MAZZARELLA - AVIARY (2009)

Inutile girarci attorno: pubblicando questo ottimo esordio discografico, Nick Mazzarella si misura senza complessi con gli storici album Atlantic di Ornette Coleman. Embè? Che c’è di sconveniente nell’ispirare il proprio stile a un modello prestigioso, soprattutto se, come in questo caso, l’esito espressivo è fresco e spontaneo? Sostenuto con entusiasmo da Anton Hatwich (contrabbasso) e Frank Rosaly (batteria), il sassofonista di Chicago adotta una formula antica e genuina che, tuttavia, mantiene intatta la propria efficacia anche nel terzo millennio: suono acustico, temi cantabili, libertà armonica, assoli pregiati, affiatamento reciproco. Il timbro del sax alto, ora gemebondo ora euforico, rimanda inevitabilmente al padre del “free”, sebbene Mazzarella esibisca una (discontinua) propensione a “sporcare” la propria voce strumentale secondo l’estro del momento. I sei pezzi si equivalgono, per cui citeremo a caso l’assorto mood di Eternal Return, l’elaborata melodia di Quarantine, l’impalpabile fremito ritmico di Free Dance, in cui si apprezza la fuga solitaria di Rosaly. Nick Mazzarella fa parte di quella schiatta di nuovi improvvisatori - Matt Wilson, Gianluca Petrella, Joel Frahm, Ben Allison, Donatello D’Attoma, Fiorenzo Bodrato, Matthew Parrish, Ernesto Cervini etc. - che, con le rigorose scelte musicali, la dimestichezza con Internet e la qualità delle registrazioni, sta proteggendo il jazz dal virus dell’I.C.S. (Indottrinamento Collettivo Sistematico). - B.A.


NICK MAZZARELLA - THIS IS ONLY A TEST: LIVE AT HUNGRY BRAIN (2011)

CECIL McBEE - UNSPOKEN (1996)

PAUL McCANDLESS - ALL THE MORNINGS BRING (1979)

PETE McCANN - PARABLE (1998)

PETE McCANN - YOU REMIND ME OF SOMEONE (2000)

KEN McINTYRE with ERIC DOLPHY - LOOKING AHEAD (1960) FOREVER YOUNG

PAUL McKEE - GALLERY (1995)

JACKIE McLEAN - LIGHTS OUT! (1956)

JACKIE McLEAN - NEW SOIL (1959)

JACKIE McLEAN - SWING SWANG SWINGIN’ (1959)

JACKIE McLEAN - JACKIE’S BAG (1959/1960)

JACKIE McLEAN - BLUESNIK (1961)


JACKIE McLEAN - CAPUCHIN SWING (1960) FOREVER YOUNG

JACKIE McLEAN - A FICKLE SONANCE (1961) FOREVER YOUNG

In quei giorni fecondi ed esaltanti, alfieri dell’avanguardia jazz abbigliati in modo formale, ordinario, forse anche conformista (si vedano le splendide foto in bianco e nero di Francis Wolff), esprimevano la propria foga eversiva solo con l’arte - musica, nella fattispecie - senza il bisogno di vestirsi come disadattati o di sparare cazzate in TV. Come poteva accadere? Semplice: la radio era ancora il principale mezzo di comunicazione - dunque, l’elemento sonoro prevaleva su quello visivo - e al microfono parlavano con autorevolezza e competenza sofisticatissimi dandy in grado di cambiare (in meglio) la vita di un ascoltatore proponendo il tale, misterioso, recondito brano. Figure, per capirci, molto simili all’insonne disc-jockey impersonato da Donald Fagen sulla copertina di The Nightfly che, alle 4:10 del mattino, intrattiene i nottambuli della costa orientale trasmettendo Sonny Rollins And The Contemporary Leaders. Quel patrimonio discografico comprende tutti gli album Blue Note di Jackie McLean: A Fickle Sonance e Capuchin Swing, in particolare, gettano un ponte tra i titoli più squisitamente hard-bop (New Soil, Swing Swang Swingin’, Jackie’s Bag, Bluesnik) e gli audaci esperimenti successivi (Let Freedom Ring, One Step Beyond, Destination ... Out!) registrati a suo nome. Il contrassegno stilistico di McLean risiede nel perfetto equilibrio tra legame con le radici ed ebbrezza del rischio, evidente nei temi autografi (Francisco, Capuchin Swing, A Fickle Sonance) così come in quelli firmati dai pianisti Walter Bishop Jr. (On The Lion) o Sonny Clark* (Five Will Get You Ten): in essi non manca mai la dissonanza creativa o la digressione inattesa. Grazie alla versatilità dei trombettisti (Blue Mitchell, Tommy Turrentine) e dei due tandem propulsivi [Paul Chambers, Butch Warren* (contrabbasso), Art Taylor, Billy Higgins* (batteria)], l’eccitazione trasuda da ciascuna seduta, mentre il caustico sax alto di Jackie esalta le ballad (Subdued), i blues (Sundu) e le melodie più orecchiabili (Just For Now, Enitnerrut, Lost). [P.S. - *Un anno dopo (Agosto 1962), la superba sezione ritmica di A Fickle Sonance accompagnerà Dexter Gordon nella sua clamorosa resurrezione professionale (Go; A Swingin’ Affair)] - B.A.


JACKIE McLEAN - LET FREEDOM RING (1962) FOREVER YOUNG

La piena maturità di McLean è documentata dalla serie di incisioni a suo nome effettuate per la Blue Note. Il suo timbro si fece sempre più espressivo, soprattutto nei registri estremi: aspro, stridente, incalzante. Il suo fraseggio spigoloso è spesso ritmicamente imprevedibile. Non più ossessionato dal fantasma di Parker, McLean si fa secco, essenziale. Tutte queste caratteristiche si delineano chiare verso il volgere del decennio (New Soil; Bluesnik; Capuchin Swing; A Fickle Sonance). Bluesnik contiene un assolo esplosivo, dotato di uno slancio poderoso e con passaggi di distorsione timbrica dall’esito quasi selvaggio. Francisco (Capuchin Swing) è un brano di intensità bruciante. Tutte le sue migliori esecuzioni, sono trascinate da grandi batteristi: Pete LaRoca, Billy Higgins, Art Taylor, Clifford Jarvis. Esse appaiono preparate con molta cura, sia per le composizioni di McLean, sia per l’interazione di gruppo. L’allestimento teatrale del dramma di Jack Gelber, The Connection, impegnò McLean sia come attore sia nell’orchestra: la musica è ricreata in un eccellente album del pianista Freddie Redd (The Music From “The Connection”). Nel 1962, sotto l’influsso degli sviluppi del free jazz di Ornette Coleman, McLean annunciò un mutamento di direzione: “The search is on”, dichiarò. Il primo album della sua nuova maniera, più libera (Let Freedom Ring), possiede tutte le antiche qualità di inventiva, con in più una sonorità intensamente vocalizzante che spazia da note basse, quasi oboistiche, fino a penetranti sibili. La sua collaborazione con gli sperimentatori della scuderia Blue Note, quali Grachan Moncur III, Tony Williams e Bobby Hutcherson, produsse diversi album di pregio (Destination ... Out!; One Step Beyond; Evolution). - E.I.J.


JACKIE McLEAN - TIPPIN’ THE SCALES (1962)


JACKIE McLEAN - ONE STEP BEYOND (1963) FOREVER YOUNG

JACKIE McLEAN - DESTINATION ... OUT! (1963) FOREVER YOUNG

Accomunati dallo stesso tipo di formazione - sax alto, trombone, sezione ritmica col vibrafono a posto del piano - One Step Beyond e Destination … Out! sono episodi fondamentali dell’estetica Blue Note, oltre che capolavori assoluti del jazz moderno. Nei tardi anni '90 Dave Holland si cimenterà brillantemente con un organico analogo, rinnovando i fasti di quella stagione in una serie di splendidi album incisi per la ECM (Points Of View; Prime Directive; Not For Nothin’; Extended Play). Quasi quarant’anni addietro, l’iniziativa di Jackie McLean confermava la svolta “free” di Let Freedom Ring, disco concepito con il chiaro intento di aderire alla rivoluzione musicale di Ornette Coleman. Forte di un co-leader come Grachan Moncur III, superbo trombonista e compositore, e ampliata la front-line al versatile Bobby Hutcherson (vibrafono), McLean impiega due diverse coppie motrici nelle rispettive session [Tony Williams, Roy Haynes (batteria); Eddie Khan, Larry Ridley (contrabbasso)] per imbastire un tessuto sonoro effettivamente fresco e variopinto. Nelle note di copertina di One Step Beyond, egli rievoca il senso di stupore e scetticismo che provò durante il suo primo incontro col diciassettenne Williams che però, a dispetto delle apparenze, era già un artista maturo e personale: di lì a poco verrà convocato da Miles Davis nello storico quintetto di E.S.P. e Nefertiti. Il suo stile percussivo libero, imprevedibile e polifonico introduceva un inedito concetto di scansione metrica, ideale per proporre nuovi spunti ai solisti più intrepidi. Al tempo stesso, il riverbero smorzato di Hutcherson era antitetico al fraseggio esuberante di un Milt Jackson, ma proprio quel contrappunto così sobrio e razionale, che un mattatore come “Bags” non poteva concedere, forniva il necessario spazio espressivo agli sperimentatori della Blue Note (Eric Dolphy, Andrew Hill etc.). Sull’instabile piattaforma armonica eretta da Hutcherson, trombone e sax dialogano adottando un linguaggio in cui si alternano il suono denso, succoso di Moncur e quello aspro, al limite della tonalità di McLean. L’efficace contrasto tra i due timbri genera, alternativamente, il clima sinistro di Love And Hate, Frankenstein e Ghost Town e lo swing futurista di Saturday And Sunday, Blue Rondo, Kahlil The Prophet, Riff Raff ed Esoteric. Rimedio prodigioso contro lo stress da terzo millennio. - B.A.


JACKIE McLEAN - IT’S TIME! (1964)

JACKIE McLEAN - ACTION (1964)

JACKIE McLEAN - RIGHT NOW! (1965)

JACKIE McLEAN - JACKNIFE (1965)

JACKIE McLEAN - THE COMPLETE BLUE NOTE 1964/66 SESSIONS (1964/1966)

JACKIE McLEAN - DEMON’S DANCE (1967)

JACKIE McLEAN - LIVE AT MONTMARTRE (1972)

JACKIE McLEAN / GARY BARTZ - ODE TO SUPER (1973)

JACKIE McLEAN / DEXTER GORDON - THE MEETING (1973)

JACKIE McLEAN / DEXTER GORDON - THE SOURCE (1973)

JACKIE McLEAN - A GHETTO LULLABY (1974)

JIM McNEELY - RAIN’S DANCE (1976)

JIM McNEELY - THE PLOT THICKENS (1979)

JIM McNEELY - FROM THE HEART (1985)

JIM McNEELY - WINDS OF CHANGE (1989)


JIM McNEELY - EAST COAST BLOW OUT (1989/1991) FOREVER YOUNG

Inspiration: Thad Jones, Gil Evans, Chick Corea, Gerry Mulligan, Igor Stravinsky. A style that crosses instrumental boundaries, stacks chords on top of chords, makes complexity swing, and sweeps from an avalanche of sound to a shadow of “pianissimo”. The composer and arranger is a balding white man in middle age who resembles a stockbroker. His previous work with Stan Getz, Mel Lewis and Phil Woods has been solid, but this is something else. “Magnificent” is the word for it. Recorded in 1989 with Cologne’s WDR Big Band, this music integrates McNeely’s American quartet as fully as it displays the composer’s orchestral scope. The first piece (Do You Really Think ...?), initially built on a one-chord vamp, shows Scofield’s ability to dance through the dense ensemble. Skittish (an apt description of the composer’s piano work here) superimposes Evans-like chords on Jones-like chords, and in its lighter moments the ensemble line suggests Mulligan’s humor. More Questions is a lush ballad, with the trumpets merely a hint of sound behind Johnson’s lyrical bass solo. Cantus Infirmus, which begins light and skippy, climaxes in a glorious up-the-scale horn line behind Scofield. The last title (Finally) could mean “finally the drums”, as Nussbaum takes it home between chordal exclamation points by the band. - Owen Cordle


JIM McNEELY - MAYBECK RECITAL HALL, VOL. 20 (1992)

JIM McNEELY / STOCKHOLM JAZZ ORCHESTRA - SOUND BITES (1997)

JIM McNEELY / VANGUARD JAZZ ORCHESTRA - LICKETY SPLIT: MUSIC OF JIM McNEELY (1997)

JIM McNEELY / DANISH RADIO JAZZ ORCHESTRA - NICE WORK (1998)

JIM McNEELY / VANGUARD JAZZ ORCHESTRA - THAD JONES LEGACY (1999)

JIM McNEELY - THE DANISH RADIO JAZZ ORCHESTRA & JIM McNEELY PLAY BILL EVANS (2000)

JIM McNEELY - GROUP THERAPY (2001)

JIM McNEELY - IN THIS MOMENT (2003)

CHARLES McPHERSON - CON ALMA! (1965)

CHARLES McPHERSON - FROM THIS MOMENT ON! (1968)

CHARLES McPHERSON - HORIZONS (1969)

CHARLES McPHERSON - McPHERSON’S MOOD (1969)

CHARLES McPHERSON - SIKU YA BIBI (DAY OF THE LADY) (1972)

CHARLES McPHERSON - TODAY’S MAN (1973)


CHARLES McPHERSON - BEAUTIFUL! (1975)

Ancora la Xanadu. E ancora un artista che, grazie al mecenatismo del produttore Don Schlitten, riuscì a documentare la propria musica in un periodo di vacche magre come pure accadde, sotto le stesse insegne, ad Al Cohn (Play It Now, Al Cohn’s America, No Problem) e Joe Farrell (Skate Board Park). Chi pretendesse il curriculum consideri che, a tavola coi nipoti, Charles McPherson potrebbe raccontare di quando partecipò alla seduta parigina di Charles Mingus per l’etichetta America (Blue Bird, Pithycanthropus Erectus*). Questa registrazione in studio del 1975 lo coglie in stato di grazia, col suo sax alto parkeriano intento a disporre in scaletta una ghirlanda di venerati evergreen. Oltre al leader, il quartetto schiera un’impeccabile sezione ritmica composta da Sam Jones (contrabbasso) e Leroy Williams (batteria), accanto al misconosciuto Duke Jordan (pianoforte) che, nonostante un prestigioso Flight To Jordan per la Blue Note (1960), trascorse più di dieci anni senza fare dischi alla guida di un taxi. A fronte di arrangiamenti in equilibrio tra eleganza e tradizione, scegliere tra classici come They Say It’s Wonderful, It Could Happen To You, Lover, This Can’t Be Love, Body And Soul diventa una mera faccenda di gusto personale: noi azzardiamo una preferenza per It Had To Be You - qualcuno ricorderà la versione definitiva che Frank Sinatra incluse nel monumentale Trilogy: Past, Present & Future - per via del sublime connubio tra essenzialità del tema e magnificenza dei fraseggi. Lo squisito amalgama di melodie eterne, suoni immacolati, intesa collettiva e virtuosismo individuale fa di Beautiful! un CD (sì, è stato ristampato …) senza tempo e per tutte le stagioni: sostanza, concretezza, talento, stile … jazz. [P.S. - 1) Beautiful! non va confuso col quasi omonimo But Beautiful, inciso nel 2003 per la giapponese Venus: a complicare ulteriormente un’eventuale ricerca in rete, entrambi contengono lo standard di Jimmy Van Heusen e Johnny Burke (But Beautiful). 2) *La stessa distinzione va operata tra Pithycanthropus Erectus e Pithecanthropus Erectus che, a dispetto del titolo, sono due album diversi di Charles Mingus.] - B.A.


CHARLES McPHERSON - LIVE IN TOKYO (1976)

CHARLES McPHERSON - NEW HORIZONS (1978)

CHARLES McPHERSON - FREE BOP! (1979)

CHARLES McPHERSON - FIRST FLIGHT OUT (1994)

CHARLES McPHERSON - COME PLAY WITH ME (1995)

CHARLES McPHERSON - MANHATTAN NOCTURNE (1997)

MIKE MELILLO - ALTERNATE CHANGES FOR BUD (1987)

MIKE MELILLO - BOPCENTRIC (1998)

PAT METHENY - BRIGHT SIZE LIFE (1975)

PAT METHENY - WATERCOLORS (1977)


PAT METHENY - PAT METHENY GROUP (1978) FOREVER YOUNG

Negli anni Settanta il jazz rischiò l’estinzione. Stretto in una morsa micidiale tra lo slancio eversivo del progressive, i venti del cambiamento fusion e l’arresto encefalico provocato da ‘disco’ e punk, il genere era ridotto a un vezzo snob per intellettuali da salotto in giacca di velluto, pipa ed “erre moscia”. In buona sostanza, del jazz non fregava più niente a nessuno. Quasi a nessuno. Recluso nella sua fortezza in Baviera, incurante del mondo esterno in putrefazione, Manfred Eicher teneva vivo lo spirito della musica afro-americana fondando la ECM e pubblicando dischi di bellezza assoluta come Conference Of The Birds, Deer Wan e Sargasso Sea. Verso la metà del decennio, in cerca di un nuovo chitarrista da affiancare ai veterani John Abercrombie, Ralph Towner e Terje Rypdal, il produttore chiese consiglio all’amico Gary Burton, docente al Berklee College ed egli stesso artista dell’etichetta, il quale raccomandò un giovanotto originario di Lee’s Summit (Missouri). Il resto è storia, ma proprio questo album consacrò definitivamente il talento di Pat Metheny. Solista ineguagliabile, estimatore dichiarato di Ornette Coleman, egli confessa il legame ideale col rock adulto degli Steely Dan e l’urlo amazzonico di Milton Nascimento, rivelando una sana indole anarcoide nascosta dietro le rassicuranti sembianze “casual”. Taciturno “alter ego” del leader, Lyle Mays elabora gli arrangiamenti col sapiente uso dei sintetizzatori e un tocco pianistico ispirato a Keith Jarrett. Costruita sulle risonanze armoniche della 12 corde acustica, San Lorenzo si dilata in una suite percorsa da sonorità policrome e baluginanti. Phase Dance fu scelta subito come sigla di apertura dei concerti, in funzione di autentica liturgia propiziatoria: buio in sala, Pat eseguiva l’arpeggio introduttivo su una Guild sorretta da un treppiede, per poi imbracciare la Gibson ES 175, indossata a tracolla, pronto a lanciarsi nell’assolo di rito. Chi c’era lo ricorderà per sempre. Sul saltellante, splendido tema di Jaco, il basso elettrico di Mark Egan, rigorosamente “fretless”, evoca il compianto destinatario della dedica (Pastorius aveva collaborato con Metheny su Bright Size Life). Con un prodigioso crescendo strumentale, Aprilwind ed April Joy suggeriscono immaginari paesaggi animati dal risveglio primaverile: da annoverare tra i massimi capolavori di Pat. I dinamici fraseggi di Lone Jack dispiegano la quintessenza linguistica dei due autori (Metheny/Mays): maestria tecnica, intuito melodico, gusto dell’impromptu. L’ABC del jazz. Ormai salvo. [P.S. - Il primo incontro tra Burton e Metheny è raccontato dallo stesso vibrafonista nelle note di copertina di Bright Size Life.] - B.A.


PAT METHENY - AMERICAN GARAGE (1979)


PAT METHENY - 80/81 (1980) FOREVER YOUNG

Ormai anche i detrattori più ottusi gli riconoscono il merito - certo, condiviso con altri - di aver salvato il jazz da un destino crudele: la morte per oblio cui il genere fu prossimo durante la stagione del “riflusso”. Recuperando una combinazione strumentale allora caduta in desuetudine - il quartetto con la Gibson semiacustica a posto del piano - Pat Metheny si affranca in un colpo solo dall’algido suono ECM e dalla fortunata band di American Garage. I compagni di avventura stavolta sono veterani in cerca di nuovi stimoli: Jack DeJohnette, ex-davisiano (Bitches Brew; On The Corner; Live-Evil) che alla corte di Manfred Eicher diventerà il più acclamato batterista di fine millennio; Charlie Haden, storico bassista di Ornette Coleman, anomalo caso di provinciale statunitense in odore di comunismo; Michael Brecker, virtuoso del sax tenore e campione della fusion meno annacquata. Sostenuto da questi giganti, Metheny elabora un’inedita formula stilistica che, partendo dalla lezione di Coleman, ne amplia lo spettro espressivo con influenze country/folk e un talento melodico degno di Wayne Shorter e Charles Mingus. 80/81 incoraggerà schiere di giovani ascoltatori a uscire dal recinto rock per esplorare le sconfinate praterie dell’improvvisazione. La presenza di Dewey Redman (80/81; Open; Pretty Scattered) - gagliardo avanguardista texano - e la magistrale interpretazione di un classico di Ornette (Turnaround) sottolineano l’affinità elettiva di Metheny con il padre del “free” (il legame verrà ribadito sui magnifici Rejoicing e Song X). Un paio di cartoline dal Missouri (Two Folk Songs; Goin’ Ahead), due temi di indescrivibile bellezza [Everyday (I Thank You); The Bat] e una serie di assoli straordinari fanno di questo album il capolavoro del chitarrista. Brecker fu così entusiasta del risultato che, per il suo esordio da leader (Michael Brecker), riunì 4/5 della comitiva (se stesso, Metheny, Haden, DeJohnette). [P.S. - 1) Nessuna persona per bene prenderebbe sul serio gli anni Ottanta in quanto tali, “80” e “81” erano solo i numeri di catalogo consecutivi del doppio vinile. 2) All’insegna della parsimonia più spinta la copertina disegnata da Barbara Wojirsch.] - B.A.


PAT METHENY - OFFRAMP (1981)


PAT METHENY - REJOICING (1983) FOREVER YOUNG

Non siamo in grado di prevedere che futuro avrà il jazz, ma conosciamo bene chi lo salvò dall’oblio alla fine degli anni Settanta: tra gli altri, Pat Metheny. Con la fusion ormai rancida, punk e “disco” dilaganti e la lobotomia collettiva imposta dalla radio, una forma d’arte appena complessa o autentica era diventata intollerabile. In nostro soccorso, l’impavido chitarrista di Lee’s Summit scavò una via di fuga praticamente sotto il culo di “lor signori”, presentandosi in completo zazzera/jeans/T-shirt e riproponendo il genuino spirito dell’improvvisazione con lo strumento rock per eccellenza. Capito il trucchetto? Un capellone che suonava “free”. L’effetto era spiazzante, ma funzionò. L’interesse per il repertorio di Ornette Coleman aveva già prodotto due splendide interpretazioni in trio: 1) il medley Round Trip / Broadway Blues, inciso con Jaco Pastorius sull’esordio ECM Bright Size Life; 2) il blues “libero” di Turnaround ripreso sul capolavoro 80/81. Affidandosi a una sezione ritmica di per sé rappresentativa [Charlie Haden (contrabbasso); Billy Higgins (batteria)], nel 1983 Metheny redige il manifesto delle proprie principali influenze: tre classici di Ornette Coleman e uno standard del catalogo Blue Note. Apparse per la prima volta su Tomorrow Is The Question!, le meravigliose Tears Inside e Rejoicing rivivono sulle corde della Gibson ES-175, tramandando ai posteri la sovversiva teoria “armolodica” concepita dall’autore. Dal sublime This Is Our Music riemerge l’ineffabile tema di Humpty Dumpty, riletto con maestria dall’epigono e dai due allievi del maestro texano. Lonely Woman* è una ballad di Horace Silver tratta dal suo album più famoso (Song For My Father), in cui il pianoforte della versione originale è sostituito dalla chitarra acustica, per un arrangiamento di inarrivabile profondità espressiva. Blues For Pat, Story From A Stranger, The Calling sanciscono, rispettivamente, la padronanza del fraseggio, l’innato senso della melodia, il gusto della ricerca che anticipa le temerarie cacofonie di Zero Tolerance For Silence e The Sign Of 4. [P.S. - *Da non confondere con l’omonima, celebre pagina di Ornette Coleman (The Shape Of Jazz To Come).] - B.A.


PAT METHENY - FIRST CIRCLE (1984)

PAT METHENY - QUESTION AND ANSWER (1989) FOREVER YOUNG

PAT METHENY / ORNETTE COLEMAN - SONG X (1985) FOREVER YOUNG

PAT METHENY - TRIO 99 -> 00 (1999)

PAT METHENY - TRIO -> LIVE (2000)

NANDO MICHELIN - FACING SOUTH (1996)

NANDO MICHELIN - COMMON GROUNDS (1998)

NANDO MICHELIN - ART (1999)

NANDO MICHELIN - CHANTS (A CANDOMBLÉ EXPERIENCE) (2000)

NANDO MICHELIN - WHEN EINSTEIN DREAMS (2001)


CHARLES MINGUS - PITHECANTHROPUS ERECTUS (1956)

I laboratori che Mingus condusse nei primi anni '50 rivelano già, in embrione, il suo interesse per i cambiamenti di tempo, per la polifonia e per l’improvvisazione collettiva. Nel 1956 aveva ormai compiuto lunghi passi verso una forma compositiva più organica, e le splendide esecuzioni di Pithecanthropus Erectus, A Foggy Day, Love Chant ebbero larga eco: in esse Mingus impiega risorse timbriche e strutturali espressioniste, ed entrambi i fiati [Jackie McLean (alto); J.R. Monterose (tenore)] si spingono ripetutamente verso l’estremo registro acuto. - E.I.J.


CHARLES MINGUS - THE CLOWN (1957)

CHARLES MINGUS - TONIGHT AT NOON (1957/1961)


CHARLES MINGUS - TIJUANA MOODS (1957)

Nel 1956 Mingus incontrò il batterista Dannie Richmond, l’uomo ideale per la sua musica: sarebbe rimasto con lui oltre vent’anni. L’anno dopo si aprì la prima grande stagione creativa del contrabbassista, con una serie di album in cui si ascoltano il notevole trombettista Clarence Shaw e gli eccitanti interventi del sassofonista Shafi Hadi e del trombonista Jimmy Knepper. Il ritratto in musica della cittadina di Tijuana, al confine col Messico, è un classico. Dizzy Moods e Los Mariachis sono esecuzioni eccezionali. Ysabel’s Table Dance è esplosivo e lascivo. Tijuana Gift Shop è un capolavoro di strumentazione. - E.I.J.


CHARLES MINGUS - MINGUS AH UM (1959) FOREVER YOUNG

CHARLES MINGUS - BLUES & ROOTS (1959) FOREVER YOUNG

Il metodo di lavoro mingusiano, senza parti scritte, con prove condotte al piano e istruzioni gridate durante l’esecuzione, dà ragione del senso di spontaneità che promana dalle incisioni. Assoli simultanei, riff incrociati, improvvisazione collettiva e brutali cambiamenti di tempo danno forma alla composizione, secondo l’estetica personale del tempestoso leader. Culmini di tensione vulcanici erompono dai suoi brani che, per le tecniche impiegate e l’affannoso clima espressivo, anticipano molte delle risorse formali del “free”. Mingus testimoniò più volte il suo enorme rispetto della tradizione, per la musica di Jelly Roll Morton (My Jelly Roll Soul), per il gospel (Better Git It In Your Soul; Wednesday Night Prayer Meeting; Moanin’; E’s Flat Ah’s Flat Too), per Lester Young (Goodbye Pork Pie Hat), per Charlie Parker (Bird Calls), per Ellington (Open Letter To Duke). Brillantemente servito da collaboratori come il sax tenore Booker Ervin, il trombonista Jimmy Knepper e il sempre vigile Dannie Richmond, Mingus produsse album fitti di assoli pregevoli a cavallo tra anni gli anni '50 e '60. Con la forza ruvida e passionale del suo sax, Ervin si inserì alla perfezione nel vulcanico universo mingusiano, sfoderando un’autorità ritmica tale da cavalcare di forza le movimentate trame dei collettivi (Boogie Stop Shuffle). Jackie McLean irrobustì la sua sonorità, e il leader lo espose a situazioni improvvisative più libere, in brani espressionisti quali Tensions e in blues furiosi quali Moanin’. - E.I.J.


CHARLES MINGUS - CHARLES MINGUS PRESENTS CHARLES MINGUS (1960) FOREVER YOUNG

I numerosi cofanetti antologici pubblicati nell’era del CD hanno rivelato i macchinosi processi di preparazione che si celano dietro un prodotto discografico: esecuzioni provenienti da sedute diverse assemblate nello stesso album, brani tagliati o addirittura eliminati del tutto, e così via. Il fenomeno ha dato vita a una noiosa disputa fra giornalisti, che si dividono tra chi auspica la ristampa delle incisioni in ordine rigorosamente cronologico, e chi invece preferirebbe venisse mantenuta le sequenza dei titoli originali. Questo disco aggira il problema, perché contiene tutto il materiale registrato in un’unica giornata da questa particolare formazione. In uno studio vuoto, Mingus presenta i brani a un pubblico immaginario, con brevi introduzioni parlate. Sfruttando la libertà assoluta concessa dal lungimirante critico-produttore Nat Hentoff, il quartetto si scatena in una serie di improvvisazioni memorabili, rese ancor più vibranti dal rovente clima artistico-culturale di un’epoca in cui nulla sembrava impossibile. Le rivoluzionarie teorie “armolodiche” introdotte da Ornette Coleman si fondono con le rivendicazioni del popolo afro-americano, e il furore creativo del gruppo trova sfogo nella versione integrale e originale di Fables Of Faubus, feroce caricatura del governatore razzista dell’Arkansas (Orval Faubus). La Columbia aveva censurato la sezione “recitata” del brano, considerandola politicamente troppo audace, e costringendo Mingus a realizzarne una versione esclusivamente strumentale per Mingus Ah Um. What Love contiene il celeberrimo diverbio strumentale tra Mingus e Dolphy, uno scontro fra titani che raggiunse inusitati vertici di espressività. Il dolente tema del pezzo è seguito da un’assorta improvvisazione della tromba di Curson, sospinta da un ribollente accompagnamento multi-ritmico, che si interrompe di colpo per lasciare spazio a un vero e proprio dialogo tra contrabbasso e clarone. Nelle note di copertina, Hentoff cercò di tradurre la “conversazione”, sostenendo che Dolphy dichiarava di voler abbandonare il complesso, mentre Mingus lo pregava di restare. Le altre due composizioni offrono a Curson e Dolphy ampio spazio per assoli intensi e infuocati: tromba e sax alto volteggiano senza posa sugli agitati fondali percussivi dell’impetuosa Folk Forms, N°1 e della delirante All The Things You Could Be By Now If Sigmund Freud’s Wife Was Your Mother. - B.A.

Nel 1960 Eric Dolphy si unì a Mingus, e con lui la sua volontà di sfidare le convenzioni del jazz trovò terreno fertile. Dolphy spinge agli estremi limiti la sua tecnica sul clarinetto basso: simili oscure sonorità sembrano dischiudere minacciose la porta di un sotterraneo (What Love). - E.I.J.


CHARLES MINGUS - REINCARNATION OF A LOVEBIRD (1960)

CHARLES MINGUS - OH YEAH (1961)


CHARLES MINGUS - THE BLACK SAINT AND THE SINNER LADY (1963)

Composizioni estese di grande complessità, costruite a strati sovrapposti, e innervate dal solismo dei suoi abituali collaboratori, con in più i brillanti contributi dell’altoista Charlie Mariano. - E.I.J.


CHARLES MINGUS - MINGUS MINGUS MINGUS MINGUS MINGUS (1963) FOREVER YOUNG

CHARLES MINGUS - CHARLES MINGUS IN PARIS: THE COMPLETE AMERICA SESSION (1970)

CHARLES MINGUS - BLUE BIRD (1970) FOREVER YOUNG

CHARLES MINGUS - PITHYCANTHROPUS ERECTUS (1970) FOREVER YOUNG

CHARLES MINGUS - MINGUS MOVES (1973)


CHARLES MINGUS - CHANGES ONE / CHANGES TWO (1975) FOREVER YOUNG

Changes è un caposaldo della produzione mingusiana che resterà nel tempo. Jack Walrath (tromba); George Adams (sax tenore); Don Pullen (piano); Charles Mingus (contrabbasso); Dannie Richmond (batteria). I due CD (Changes One; Changes Two) sono in vendita separati, ma costituiscono un’opera unica. Remember Rockefeller At Attica può facilmente esemplificare lo stile del compositore: il tema è composto di frammenti tematici di lunghezze diverse, che di volta in volta richiamano alla mente altri temi, in un beffardo collage. I solisti sono George Adams, inconfondibile anche se molto controllato, Don Pullen, che con un autentico corpo a corpo con la tastiera costruisce il solito, epico crescendo, e Mingus. Sue’s Changes è, se possibile, ancora più asimmetrico: si compone di una specie di moto perpetuo che sfocia nell’improvvisazione totale, per poi riprendere di colpo il giro dall’inizio. Ad ognuno dei segmenti tematici corrisponde un diverso ritmo e una diversa armonizzazione, per cui ciascun assolo deve necessariamente passare attraverso tutte le situazioni sonore predisposte da Mingus. Il disegno generale del ritornello è un gigantesco accelerando progressivo, con brevi ripiegamenti qua e là, e in questi passaggi Richmond dà un saggio della sua abilità nell’uso delle spazzole. È probabilmente il brano più riuscito dei due album, e uno dei capolavori del contrabbassista, per la ricchezza di contrasti, di luci e ombre cui il tema dà vita: Pullen mostra una maggiore duttilità espressiva (lo stupendo “perlato” del pianista, al tempo stesso energico e suadente, è in evidenza nel subitaneo attacco che segue bruscamente la precedente improvvisazione collettiva), mentre Adams conferisce al sax tenore timbri quasi umani. Changes One si chiude col delicato, intimistico Duke Ellington’s Sound Of Love. L’assolo di Pullen coglie perfettamente il clima singolare di questo brano, scritto di getto subito dopo la morte di Duke: lirico, denso di arpeggi, armonicamente avanzato, dolce ma non smielato, affettuoso ma non lacrimevole. Adams, per l’occasione, contiene le proprie sfuriate, giungendo fino al “pianissimo” in delicati svolazzi sui sopracuti, così tenui da far percepire l’aria non sonorizzata che esce dal sassofono: un omaggio ai due grandi tenori ellingtoniani specialisti dello stile “soffiato”, appunto, cioè Ben Webster e Paul Gonsalves. Il dolente assolo di contrabbasso del leader chiude il pezzo. Changes Two si apre con il bis delle esibizioni mingusiane, un tema che porta l’aggressivo e intricato titolo di Free Cell Block F, 'Tis Nazi U.S.A. - La frase iniziale, in mezzo alla scansione normale in 4/4, contiene due battute in 5/4, che provocano un inatteso effetto di caduta in avanti, mantenuto rigorosamente anche nel corso delle improvvisazioni. Il clima più estroverso mette a suo agio soprattutto Adams, che si riconferma il primo sassofonista “free”, dopo i maestri degli anni '60 (Coltrane, Coleman, Dolphy), a possedere uno stile davvero originale. Classico da anni del repertorio mingusiano, Orange Was The Color Of Her Dress, Then Blue Silk è stato inciso in decine di versioni differenti (fece epoca soprattutto quella realizzata dal vivo a Parigi, con Eric Dolphy al clarinetto basso). Anche qui, come in Sue’s Changes, si alternano climi e situazioni differenti, tuttavia solo alcuni passaggi paiono sommariamente scritti. È senz’altro, per ciò stesso, il pezzo più fluido, magmatico e complesso del disco, ed è magistrale. Se volessimo cercare un denominatore comune nella lunga e travagliata carriera mingusiana, non potremmo che trovarlo nella continua ricerca di equilibrio tra tradizione e rivoluzione, tra antico e moderno, un occhio all’avanguardia e uno a Ellington. La musica di Mingus è l’incarnazione ideale di questo contrasto-equilibrio tra passato e futuro, tra le radici culturali afro-americane e le ansie, le incertezze dell’uomo di oggi. - Marcello Piras


CHARLES MINGUS - THREE OR FOUR SHADES OF BLUE (1977)

CHARLES MINGUS - CUMBIA & JAZZ FUSION (1976/1977)

CHARLES MINGUS - SOMETHING LIKE A BIRD (1978)


CHARLES MINGUS - LET MY CHILDREN HEAR MUSIC (1971)

CHARLES MINGUS - ME MYSELF AN EYE (1978)

Tener dietro alla discografia di Charles Mingus è impresa ardua: un carattere difficile e l’indisponibilità al compromesso gli hanno impedito di stabilizzare il rapporto con almeno un’etichetta. Una sciagura editoriale conseguente fu che il sestetto del 1964 con Eric Dolphy e Clifford Jordan - uno dei più grandi complessi jazz di ogni tempo - non mise mai piede in studio, per cui i collezionisti devono raccattare qua e là le frattaglie registrate dal vivo (la solita Mosaic ha provato a mettere un po’ d’ordine con il cofanetto The Jazz Workshop Concerts 1964-1965). Tuttavia, anche in un repertorio così complesso, a prescindere da occasioni mancate e gusti personali, alcuni punti fermi si possono individuare: Pithecanthropus Erectus*, Tijuana Moods, Mingus Ah Um, Blues & Roots, Charles Mingus Presents Charles Mingus, Mingus Mingus Mingus Mingus Mingus, Blue Bird, Pithycanthropus Erectus*, Changes One/Two. Una volta compilato e acquisito questo florilegio, andrebbero aggiunti all’elenco Let My Children Hear Music e Me Myself An Eye, il primo rilevante per la dichiarata predilezione del contrabbassista, l’altro indispensabile per chiunque ami (o suoni) la batteria.
Let My Children Hear Music - Il tema liturgico e solenne di The Shoes Of The Fisherman’s Wife Are Some Jive Ass Slippers configura un prologo di straordinaria intensità drammatica: l’efficacia espressiva con cui Mingus vi combina melodie sovrapposte, variazioni metriche e atmosfere cangianti ne fa uno dei suoi capolavori. Condotti dalla bacchetta di Sy Johnson, solisti come Charles McPherson (sax alto) e Bobby Jones (sax tenore) danno fondo al proprio talento per squarciare in funzione creativa la trama sonora di Adagio Ma Non Troppo§, Don’t Be Afraid, The Clown’s Afraid Too, Taurus In The Arena Of Life, The I Of Hurricane Sue. Con piglio mascolino ed eloquio da predicatore, il redivivo James Moody (sax tenore) - in sostituzione di Illinois Jacquet, convocato ma indisponibile - imperversa sul ritmo quasi-rock di Hobo Ho.
Me Myself An Eye - Ormai menomato dalla S.L.A., Mingus partecipò alle sedute in sedia a rotelle, come supervisore degli arrangiamenti, senza neanche suonare il contrabbasso. La suite Three Worlds Of Drums occupava l’intero primo lato del Long Playing originale: vi si alternano brevi passaggi scritti di impronta espressionista e lunghe fughe polifoniche affidate a virtuosi di derivazione mainstream (George Coleman, Pepper Adams) e fusion (Brecker Brothers, Larry Coryell etc.). Per farla breve, l’assolo di Michel Brecker è al minuto 16:36, i due interventi di Steve Gadd, rispettivamente, a 03:36 e a 22:33. Ulteriori, preziosi fraseggi di Larry Coryell, Eddie Gomez, Brecker Brothers e Lee Konitz si apprezzano sul blues di Devil Woman e sul gospel di Wednesday Night Prayer Meeting - recuperati, rispettivamente, da Oh Yeah e Blues & Roots - e sulla ballad Carolyn “Keki” Mingus. Una pagina sottovaluta nel catalogo di Mingus, ricca di suggestioni e idee brillanti.
[P.S. - 1) *Sono due dischi diversi. 2) In tre giorni, l’ampia formazione diretta da Paul Jeffrey incise gli album Something Like A Bird (18, 23 Gennaio 1978) e Me Myself An Eye (19, 23 Gennaio 1978); Steve Gadd è presente solo su Three Worlds Of Drums (gli altri “mondi di tamburi” sono Dannie Richmond e Joe Chambers). 3) §Adagio Ma Non Troppo è una trascrizione di Myself When I Am Real, un pezzo improvvisato dall’autore al pianoforte su Mingus Plays Piano; i Six Mobiles di Roberto Ottaviano ne ripresero lo spartito su Portrait In Six Colors, usando però il titolo originale.] - B.A.


BOB MINTZER - INCREDIBLE JOURNEY (1985)

BOB MINTZER - CAMOUFLAGE (1986)

BOB MINTZER - SPECTRUM (1988)

BOB MINTZER - URBAN CONTOURS (1989)

BOB MINTZER - ART OF THE BIG BAND (1990)


BOB MINTZER - ONE MUSIC (1991) FOREVER YOUNG

Entrambi incisi nel 1991, classificabili come fittizio doppio album nella discografia degli YellowJackets, Greenhouse e One Music sono volumi reciprocamente complementari perché, grazie alla presenza di Bob Mintzer - già effettiva anche se non formalizzata (diventerà ufficiale su Live Wires) - schierano un quartetto feticcio dell’intera epopea fusion.
One Music - Dopo la maiuscola prova di Greenhouse, il “dream team” consolida l’affiatamento in un progetto intestato a Mintzer sotto le insegne della DMP. Come prevedibile, il testosterone jazz del titolare prevale sull’attitudine del trio alla contaminazione, senza tuttavia interrompere quel continuo e proficuo viavai tra istinto eterodosso e aderenza all’idioma che conferisce il quid dell’originalità alla musica. In un tripudio di splendidi suoni acustici magistralmente riversati su nastro dall’ingegnere Tom Jung, occasionali scosse elettriche erompono dall’EWI di Bob Mintzer (One People), dal basso a cinque corde di Jimmy Haslip (Rich & Poor) e dai ritocchi sintetici di Russell Ferrante (The Big Show). Oltre a rappresentare il vertice dell’album (parere personalissimo), lo spettacolare arrangiamento “libero” di The Challenge ribadisce il legame di ciascun solista con l’inequivocabile, diletta madrelingua. La presenza di Don Alias (congas) dona ulteriore varietà alla trama percussiva. - B.A.

[…] City Of Hope possiede l’appeal dei brani scritti da Russell Ferrante […]; firmata Kennedy/Haslip/Ferrante, Navajo esibisce il solito apparato di trucchi ritmici (è in 6/4, con una sezione in 6/8 caratterizzata da un pattern del pianoforte che deriva da Mr. Sims di John Coltrane), mentre su The Song Is You, celebre standard di Jerome Kern e Oscar Hammerstein II, il sax tenore di Mintzer dialoga col piano elettronico di Ferrante […] - Vincenzo Martorella


BOB MINTZER - I REMEMBER JACO (1991)

BOB MINTZER - DEPARTURE (1992)

BOB MINTZER - ONLY IN NEW YORK (1993)

BOB MINTZER - BIG BAND TRANE (1995)

BLUE MITCHELL - THE THING TO DO (1964)

BLUE MITCHELL - DOWN WITH IT! (1965)

BLUE MITCHELL - BOSS HORN (1966)

BLUE MITCHELL - BRING IT HOME TO ME (1966)

BLUE MITCHELL - THE COMPLETE BLUE MITCHELL BLUE NOTE SESSIONS


ROSCOE MITCHELL - SOUND (1966)

Mitchell riesce a conferire al sax alto una sonorità piatta, apparentemente impassibile e inespressiva. In realtà, tra i sassofonisti emersi dopo Albert Ayler, egli è l’unico che abbia trovato una voce del tutto originale, i cui modelli (Parker, Ornette etc.) sono ormai labili: l’ha costruita con pazienza, partendo dai difetti dello strumento, e assemblando via via un campionario di lapsus, i quali, allineati uno dopo l’altro tra silenzi enigmatici, fanno della sue esecuzioni un’esperienza d’ascolto impressionante. Ogni pagina vanta un saldo inquadramento formale. Mitchell usa parecchio la scrittura, montando castelli di cellule ritmiche a incastro e dilettandosi a concepire gli impasti acustici più impensabili: dalla valanga percussiva di Ornette, alla sfilata di assoli che appaiono e scompaiono in un clima di freddezza cosmica in Sound, alla tremula bolla d’aria di The Little Suite, illuminata da barlumi di violoncello, armonica, fischietto etc. - Questo album è il simbolo stesso del suo universo sonoro puntuto, isterico e scostante: un capolavoro assoluto della musica afro-americana. - E.I.J.


ROSCOE MITCHELL - ROSCOE MITCHELL QUARTET (1975)

HANK MOBLEY - HANK MOBLEY WITH DONALD BYRD AND LEE MORGAN (1956)

HANK MOBLEY - HANK (1957)

HANK MOBLEY - HANK MOBLEY AND HIS ALL STARS (1957)

HANK MOBLEY - HANK MOBLEY QUINTET (1957) FOREVER YOUNG

HANK MOBLEY & LEE MORGAN - PECKIN’ TIME (1958)

HANK MOBLEY - SOUL STATION (1960) FOREVER YOUNG

HANK MOBLEY - ROLL CALL (1960)


HANK MOBLEY - WORKOUT (1961) FOREVER YOUNG

Definito da Leonard Feather peso medio del sax tenore, in effetti Hank Mobley è un solista dotato di forza, sensibilità ed eleganza: «not a big sound, not a small sound, just a round sound» era uso egli stesso descrivere con acume il proprio stile. Benché i numerosi dischi incisi per la Blue Note siano invariabilmente splendidi, per apprezzare meglio che altrove il suo timbro, amabile ma deciso, sono indispensabili due album: Soul Station, classico hard-bop in cui il leader è affiancato dalla sola sezione ritmica, e Workout, inconsueto capolavoro in cui la prima linea è divisa con l’agile chitarra di Grant Green. Proprio Green introduce un decisivo effetto sorpresa rispetto alle abituali sedute coi trombettisti di turno (Lee Morgan, Freddie Hubbard, Art Farmer, Donald Byrd, Blue Mitchell etc.). L’inesauribile dinamo alimentata dai davisiani Wynton Kelly (piano), Paul Chambers (contrabbasso) e Philly Joe Jones (batteria) fornisce la necessaria energia agli assoli, mentre l’alternanza tra il suono felpato del sax e lo squillo pungente della semiacustica elettrizza la tipica dimensione espressiva della “blowin’ session”. Vietato piluccare qua e là tra i diversi brani: Workout, Uh Huh, Smokin’ e Greasin’ Easy vanno ascoltati tutti d’un fiato, ad alto volume, possibilmente su un buon impianto a valvole. The Best Things In Life Are Free illustra, se mai ce ne fosse bisogno, la classe di Mobley come superbo interprete di standard. Un CD fondamentale in qualsiasi collezione jazz. - B.A.


HANK MOBLEY - ANOTHER WORKOUT (1961)

HANK MOBLEY - NO ROOM FOR SQUARES (1963)

HANK MOBLEY - DIPPIN’ (1965)

HANK MOBLEY - THE TURNAROUND! (1965)

HANK MOBLEY - A CADDY FOR DADDY (1965)

HANK MOBLEY - STRAIGHT NO FILTER (1966)

HANK MOBLEY - A SLICE OF THE TOP (1966)

HANK MOBLEY - HI VOLTAGE (1967)

HANK MOBLEY - FAR AWAY LANDS (1967)


GRACHAN MONCUR III - EVOLUTION (1963) FOREVER YOUNG

Evolution completa la trilogia degli album incisi nel 1963 da Grachan Moncur III e Jackie McLean in collaborazione con Bobby Hutcherson. Dopo One Step Beyond e Destination ... Out!, la formula del quintetto viene aumentata a sei elementi con la voce “morbida” di Lee Morgan (tromba), ma il mood complessivo non cambia: le quattro composizioni del leader si fondano su cellule tematiche elementari ma solidissime, in grado di fornire ai solisti una quantità di idee pressoché illimitata. L’effervescente batteria di Tony Williams fa il resto e, nel dettaglio, vale quanto scritto per i due album a nome del sassofonista. - B.A.


GRACHAN MONCUR III - SOME OTHER STUFF (1964)

GRACHAN MONCUR III - NEW AFRICA (1969)

THELONIUS MONK - THE COMPLETE BLUE NOTE RECORDINGS (1947/1958)

THELONIUS MONK - BRILLIANT CORNERS (1956)

THELONIUS MONK - MONK’S MUSIC (1957)

THELONIUS MONK - MONK’S DREAM (1964)

J.R. MONTEROSE - J.R. MONTEROSE (1956)

WES MONTGOMERY - THE INCREDIBLE JAZZ GUITAR OF WES MONTGOMERY (1960)

WES MONTGOMERY - SO MUCH GUITAR! (1961)

WES MONTGOMERY / MILT JACKSON - BAGS MEETS WES! (1961)

WES MONTGOMERY - BOSS GUITAR (1963)

WES MONTGOMERY - PORTRAIT OF WES (1963)


JACK MONTROSE - ARRANGED / PLAYED / COMPOSED
BY JACK MONTROSE WITH BOB GORDON (1955)

JACK MONTROSE - BLUES AND VANILLA (1957)

Jack Montrose o J.R. Monterose? Oltre che alla somiglianza tra i nomi, al comune strumento (sax tenore) e al rimarchevole valore dei rispettivi ingegni, la difficoltà di distinguere i due sassofonisti dipende dai dati anagrafici molto simili (entrambi nati a Detroit, Monterose nel 1927, Montrose l’anno dopo). Tuttavia Jack Montrose, pioniere della fusione tra stili e veterano della West Coast, non va confuso con J.R. Monterose, che suonò con Charles Mingus (Pithecanthropus Erectus) e incise per la Blue Note (J.R. Monterose). Il “nostro” Montrose partecipò ai fermenti californiani degli anni '50 con alcuni album che rimangono tra i classici del genere. In particolare, le collaborazioni con Bob Gordon (sax baritono) e Red Norvo (vibrafono) si giovano di una proficua sintonia espressiva tra il leader e gli ospiti.
Arranged / Played / Composed By Jack Montrose With Bob Gordon - Nel raffinato contesto di un quintetto per sezione ritmica e coppia d’ance, Montrose e Gordon incrociano gli interventi in perfetto stile cool (rigore formale, fraseggi immacolati, tecnica inappuntabile), elaborando graziose variazioni melodiche sui fanciulleschi temi di A Little Duet, April’s Fool, Dot’s Groovy, Cecilia, The News And The Weather. Analogo impegno creativo è profuso sugli standard When You Wish Upon A Star e Have You Met Miss Jones. Sul brillante epilogo di Paradox si apprezza la calibratissima spinta cinetica prodotta da Paul Moer (pianoforte), Red Mitchell (contrabbasso) e Shelly Manne (batteria).
Blues And Vanilla - La suite Concertino Da Camera (Blues And Vanilla) occupava l’intero lato “A” del Long Playing originale: l’ingenuo motivetto ricorrente è solo il pretesto per un garbato colloquio di oltre 18 minuti tra la prima linea [Jack Montrose (sax tenore), Red Norvo (vibrafono), Joe Maini (sax alto)] e il tandem propulsivo [Walter Clarke (contrabbasso), Shelly Manne (batteria)]. Sugli altri cinque brani (Bockhanal, Don’t Get Around Much Anymore, Bernie’s Tune, For The Fairest, A Dandy Line), accanto al titolare subentra un Jim Hall in forma strepitosa ed è superfluo far presente che per gli estimatori del grande chitarrista si tratta di materiale indispensabile. La Fresh Sound ha raccolto le registrazioni di Jack Montrose - con copertine e scalette diverse - in un paio di volumi del proprio catalogo (Two Can Play; Blues And Vanilla & The Horn’s Full), formula vantaggiosa ma un po’ spoetizzante per i collezionisti più pignoli. - B.A.


JACK MONTROSE - THE HORN’S FULL (1956)

JEMEEL MOONDOC - JUDY’S BOUNCE (1981)

JEMEEL MOONDOC - NEW WORLD PYGMIES (1998)

RALPH MOORE - ROUND TRIP (1985)

RALPH MOORE - 623 C STREET (1987)

RALPH MOORE - REJUVENATE! (1988)

RALPH MOORE - THE COMPLETE LANDMARK RECORDINGS (1988/1990)

RALPH MOORE - FURTHERMORE (1990)

RALPH MOORE - WHO IT IS YOU ARE (1993)

JUSTIN MORELL - THE MUSIC OF STEELY DAN (2002)

LEE MORGAN - INTRODUCING LEE MORGAN (1956)

LEE MORGAN - INDEED! (1956)

LEE MORGAN - LEE MORGAN (1956)

LEE MORGAN - CITY LIGHTS (1957)

LEE MORGAN - VOLUME THREE (1957) FOREVER YOUNG

LEE MORGAN - THE COOKER (1957) FOREVER YOUNG

LEE MORGAN - CANDY (1957/1958)

LEE MORGAN - LEEWAY (1960) FOREVER YOUNG


LEE MORGAN - THE SIDEWINDER (1963) FOREVER YOUNG

Ci sia consentito confessare una personale idiosincrasia per la moda, tutta italiota, che identifica il marchio Blue Note col repertorio più corrivo della gloriosa etichetta di Alfred Lion. Ma dove sta scritto che per divulgare su vasta scala una forma d’arte incontaminata bisogna per forza annacquarne la ricetta? Sia come sia, dopo il ritiro del fondatore (1967) la svolta stilistica verso il funk determinò un lento ma inesorabile declino finanziario, a dispetto delle ambizioni nutrite dalla nuova dirigenza. Il paradosso è che quell’infelice strategia editoriale fu ispirata da uno dei capolavori assoluti del catalogo Blue Note. Accadde, infatti, che uno spot televisivo della Chrysler adottasse come jingle proprio The Sidewinder, procurando all’ipnotico rhythm ‘n’ blues di 24 battute una risonanza internazionale e conseguenti vendite record per un disco jazz. Ma l’album omonimo conteneva ben altro. La presenza di Joe Henderson (sax tenore) in forma smagliante e la sezione ritmica condotta dalla batteria di Billy Higgins inquadrano le esecuzioni in una preziosa cornice strumentale, nella quale Lee Morgan disegna le sue nitide figure melodiche. Il timbro scuro e il fraseggio cogitabondo di Henderson si combinano a meraviglia con la pirotecnica esuberanza espressiva di Morgan che, anche nelle composizioni più elaborate, immette l’immancabile ingrediente blues. Brian Case e Stan Britt (The Illustrated Encyclopedia Of Jazz) indicano l’assolo di tromba su Totem Pole come il migliore mai inciso da Lee e, in effetti, si tratta di un colossale monumento all’arte dell’improvvisazione. Ispirandosi a un suo amico descritto come “a basic guy, but kind of deep”, Morgan elabora la struttura blues di Gary’s Notebook articolandola in una sfiancante maratona hard-bop. Il valzer di Boy, What A Night viene trasfigurato in 12/8 per accentuarne la spinta cinetica, mentre il cantabile tema di Hocus Pocus colloca Lee Morgan tra i grandi autori moderni. È inconcepibile anche solo immaginare una collezione CD priva di questo titolo. - B.A.


LEE MORGAN - SEARCH FOR THE NEW LAND (1964) FOREVER YOUNG

Search For The New Land è un dei capolavori meno noti dell’albo d’oro Blue Note. Inciso pochi mesi dopo il clamoroso successo di The Sidewinder, al contrario delle aspettative il nuovo album non cavalcava l’onda funk di quell’exploit, restando invece fedele al verbo hard-bop e conducendone l’idioma al suo culmine evolutivo. Lee Morgan assembla una formazione inedita e brillante, affiancando Grant Green ad alcuni campioni passati alla storia per i rispettivi incontri con Miles Davis (Wayne Shorter, Herbie Hancock), John Coltrane (Reggie Workman) e Ornette Coleman (Billy Higgins): la Gibson del “sesto uomo” aggiunge un’eversiva nota di elettricità alla collaudata dimensione strumentale del quintetto a due fiati. Su tutto, imperversa la straordinaria tromba di Lee, ora acrobatica (Mr. Kenyatta), ora giocosa (The Joker; Morgan The Pirate), sempre inconfondibile. Nella lunga suite che dà il titolo al disco - interpretata anche da Joe Lovano (Tribute To Lee Morgan) e Brian Lynch (Tribute To The Trumpet Masters) - un solenne intermezzo melodico ricorre tra ciascun assolo, dilatando i tempi e offrendo a Shorter, Morgan, Green e Hancock lo spazio necessario per sviluppare i fraseggi. La splendida Melancholee deve molto alle passionali orchestrazioni con cui Charles Mingus arrangiava le ballad: Steve Khan la immortalerà con una memorabile versione per chitarra acustica (Evidence). - B.A.


LEE MORGAN - TOM CAT (1964)

LEE MORGAN - THE RUMPROLLER (1965)

LEE MORGAN - THE GIGOLO (1965)

LEE MORGAN - CORNBREAD (1965)

LEE MORGAN - CHARISMA (1966)

LEE MORGAN - CARAMBA! (1968)

LEE MORGAN - LIVE AT THE LIGHTHOUSE (1970)


FABIO MORGERA - TAKE ONE (1988)

Per il suo esordio in veste di titolare, inciso a Boston nel dicembre del 1988, il trombettista Fabio Morgera ha assemblato un classico quintetto hard-bop, due fiati + sezione ritmica. Sembrerebbe la scoperta dell’acqua calda, eppure Take One è un disco sorprendente. La comprensibile diffidenza dell’ascoltatore che esitasse ad accostarsi a un nome poco conosciuto, verrà spazzata via in pochi istanti. Il leader firma tutti i pezzi, rivelandosi autore sensibile e in grado di proporre soluzioni armonico-melodiche aggiornate e moderne. Conquistati dall’incantevole tema di 15A, dovrete attendere appena un minuto e 12 secondi perché l’improvvisazione della tromba inizi a fugare i dubbi residui. L’autorevole intervento del tenore di George Garzone aggiunge concretezza al reparto avanzato della formazione. Rimarchevole anche il contributo complessivo del pianista Christian Jacob: eccellenti i suoi assoli su Aphrodite, shorteriana fin dal titolo (si pensi a Virgo, Penelope, Venus Di Mildew) e su Fourth Dimension, evidente tributo ai tempi d’oro della Blue Note. Chi ha amato quel sound, non si neghi l’opportunità di apprezzare questo album delizioso. - B.A.


FABIO MORGERA - THE PURSUIT (1991)

FABIO MORGERA - SLICK (1998)

MOTIAN / LOVANO / FRISELL - IT SHOULD’VE HAPPENED A LONG TIME AGO (1984)

PAUL MOTIAN - JACK OF CLUBS (1984)

PAUL MOTIAN - MISTERIOSO (1986)

MOTIAN / LOVANO / FRISELL - ONE TIME OUT (1987)

PAUL MOTIAN - MONK IN MOTIAN (1988)

PAUL MOTIAN - ON BROADWAY VOLL. 1, 2, 3 (1988/1989/1993)

PAUL MOTIAN - BILL EVANS (1990)

PAUL MOTIAN - MOTIAN IN TOKYO (1991)

MOTIAN / LOVANO / FRISELL - TRIOISM (1993)

MOTIAN / LOVANO / FRISELL - SOUND OF LOVE (1998)

GERRY MULLIGAN / CHET BAKER - REUNION (1957) FOREVER YOUNG

GERRY MULLIGAN - THE GENIUS OF GERRY MULLIGAN (1960)

GERRY MULLIGAN - JERU (1962)

GERRY MULLIGAN & PAUL DESMOND - TWO OF A MIND (1962)

GERRY MULLIGAN - BUTTERFLY WITH HICCUPS (1964)

DAVID MURRAY - LOW CLASS CONSPIRACY (1976)

DAVID MURRAY - ORGANIC SAXOPHONE (1978)

DAVID MURRAY - SUR-REAL SAXOPHONE (1978)

DAVID MURRAY - CONCEPTUAL SAXOPHONE (1978)

DAVID MURRAY - SWEET LOVELY (1979)


DAVID MURRAY - MING (1980) FOREVER YOUNG

Col terzo album per la Black Saint David Murray consegue un molteplice trionfo artistico, realizzando un disco unanimemente considerato un capolavoro, prodotto da un lungimirante mecenate italiano (Giovanni Bonandrini), inciso in pieno tripudio fusion e, a distanza di anni, assurto al rango di classico. Impostosi appena ventenne come il più credibile apostolo del verbo coltraniano, sebbene nel suo fraseggio isterico si rinvengano anche conati idiomatici di Albert Ayler ed Eric Dolphy, Murray propone una musica a tratti opaca e carica di scorie, eppure sempre straordinariamente eccitante. Affidate a un ottetto in cui militano almeno tre fuoriclasse dell’avanguardia afro-americana - Henry Threadgill (alto), Butch Morris (cornetta), George Lewis (trombone) - le partiture di Ming sono altamente rappresentative del talento del sassofonista. La frenetica partenza di The Fast Life sprigiona una forza travolgente, in mirabile equilibrio fra tradizione e innovazione: il tema polifonico lancia i solisti che, durante la fuga, vengono saldamente tenuti in carreggiata dalla sezione fiati. Lo stesso metodo mingusiano di abbinare vivaci melodie esposte dal collettivo a convulse improvvisazioni individuali si ritrova nei policromi arrangiamenti di Jasvan e Dewey’s Circle. L’omonima ballad che Murray dedica alla propria moglie - Ming, la fanciulla ritratta in copertina - offre a Lewis l’occasione di integrare la sua immagine di severo jazzista col registro più romantico del suo strumento. Con The Hill Murray firma una delle pagine più emblematiche del suo repertorio, riletta dallo stesso autore in momenti e con organici diversi (Flowers For Albert; Let The Music Take You; Sweet Lovely; The Hill): divisa in una prima parte quasi dissonante e in una seconda più euforica, la composizione si apre con un fitto dialogo clarone/contrabbasso per poi evolvere in una mini-sinfonia free. In definitiva, anche David Murray ha contribuito a salvarci dagli anni Ottanta. - B.A. / E.I.J.


DAVID MURRAY - HOME (1981)

DAVID MURRAY - I WANT TO TALK ABOUT YOU (1986)

DAVID MURRAY - THE HILL (1986)

DAVID MURRAY - DEEP RIVER (1988)

DAVID MURRAY - LOVERS (1988)

DAVID MURRAY - TENORS (1988)

DAVID MURRAY - BALLADS (1988)

MURRAY / TYNER / HOPKINS / JONES - SPECIAL QUARTET (1990)

DAVID MURRAY - BALLADS FOR BASS CLARINET (1991)

DAVID MURRAY / MILFORD GRAVES - REAL DEAL (1991)

DAVID MURRAY - OCTET PLAYS TRANE (1999)

 

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