 JAZZ
LANFRANCO MALAGUTI
- SOUND INVESTIGATIONS (1987)
LANFRANCO MALAGUTI
- SYNTHETISMOS (1989)
LANFRANCO MALAGUTI
- SOMETHING (1989)
LANFRANCO MALAGUTI
- AZZURRO (1991)
LANFRANCO MALAGUTI
- PAROLE, PAROLE ... (1992)
LANFRANCO MALAGUTI
- CAMPO GRANDE (1992)
LANFRANCO MALAGUTI
- INSIDE MEANING (1993)
LANFRANCO MALAGUTI
/ UMBERTO PETRIN - PERCORSI:
LIVE IN PIRANO, SLOVENIA (1994)
MICHAEL MANTLER - THE
JAZZ COMPOSERS ORCHESTRA (1968)
LAWRENCE
MARABLE featuring JAMES CLAY - TENORMAN
(1956) 
Album
dallintestazione curiosa - il titolare sfocato
sullo sfondo, lospite ripreso in primo piano - ma
fedele a una formula tradizionale, Tenorman è un
piccolo, misconosciuto capolavoro che vale quanto
qualsiasi classico di Stan Getz
o Sonny Rollins
degli anni Cinquanta. Oltre ai due protagonisti ufficiali
[Lawrence
Marable (batteria), James
Clay (sax tenore)], il quartetto schiera Sonny
Clark (pianoforte) e Jimmy Bond (contrabbasso),
propiziando lincontro tra una sezione ritmica
tipicamente cool, un fuoriclasse hard-bop e un mattatore
di scuola texana. Il risultato è uno splendido saggio jazz che amalgama le diverse visioni
estetiche riconducibili a decisive aree dinfluenza
americane (California, New York, Texas
mancherebbero solo Kansas City, Chicago e New Orleans).
Lesuberante stile espressivo di James
Clay, affine a quello del conterraneo Booker
Ervin, immette masse di energia sonora negli
arrangiamenti, coniugando un timbro nerboruto e chiassoso
con fraseggi nitidi e perentori. Tra gli otto brani,
tutti eccellenti, segnaliamo a casaccio lindefessa
spinta cinetica di Airtight, Minor Meeting
e Marbles, la ruvida sensualità delle ballad Easy
Living e Lover Man, linfuocato assolo
del leader su Three Fingers North. - B.A.
RICK MARGITZA - COLOR
(1989)
RICK MARGITZA - THIS
IS NEW (1991)
RICK MARGITZA - WORK
IT (1994)
RICK MARGITZA - HANDS
OF TIME (1994)
RICK MARGITZA - GAME
OF CHANCE (1996)
RICK MARGITZA /
BERT VAN DEN BRINK - CONVERSATIONS (1999)
RICK MARGITZA - HEART
OF HEARTS (2000)
RICK MARGITZA - MEMENTO
(2001)
WYNTON MARSALIS - THINK
OF ONE (1983)
WYNTON MARSALIS - BLACK
CODES (FROM THE UNDERGROUND) (1985)
WYNTON
MARSALIS - J MOOD (1985)
Gli amanti della
musica per tromba e sezione ritmica aprano le orecchie:
nel piccolo scrigno in cui custodiamo i classici della
categoria [Quartet (Chet Baker / Russ Freeman), Candy
(Lee Morgan), Portrait Of
Art Farmer (Art Farmer), Live In Tokyo (Charles Tolliver),
Gnu High (Kenny Wheeler), Ah (Enrico Rava), Tribute To The Trumpet Masters
(Brian Lynch)]
vanno aggiunti due album stilisticamente analoghi, anche
se diversi per origine, retroterra e fama dei rispettivi
titolari: Flabula
e J Mood.
J Mood - Già al centro di furiose polemiche tra
appassionati e detrattori, peraltro alimentate da un
carattere decisamente forte, ormai assurto al rango di
caso internazionale, Wynton Marsalis
continuava imperterrito a suonare e incidere una musica
stupenda, effettivamente ispirata al Miles Davis dei
primi anni Sessanta (come se ci fosse qualcosa di male).
Queste registrazioni in quartetto ne esaltano il
virtuosismo strumentale e linventiva melodica
grazie allimpeccabile, motivato supporto di Marcus Roberts
(pianoforte), Robert
Hurst III (contrabbasso), Jeff
Tain Watts (batteria). Gli assoli di
Marsalis si distinguono per la virginea purezza del
timbro e la tecnica immacolata, doti che hanno fatto del
trombettista di New Orleans anche un esimio esecutore di
partiture barocche (Bach, Händel, Haydn, Purcell,
Vivaldi etc.). In questo squisito ambito jazz si apprezzano particolarmente la
felpata andatura di J Mood, lo stentoreo swing di Insane
Asylum e Skains Domain, la frenetica
fuga scandita dalle spazzole di Much Later. - B.A.
WYNTON MARSALIS - CRESCENT
CITY CHRISTMAS CARD (1989)
WYNTON MARSALIS - CITI
MOVEMENT (1992)
WYNTON MARSALIS - LIVE
AT THE VILLAGE VANGUARD (1999)
WYNTON MARSALIS /
LINCOLN CENTER JAZZ ORCHESTRA - A
LOVE SUPREME (2003)
WYNTON MARSALIS /
LINCOLN CENTER JAZZ ORCHESTRA - DONT
BE AFRAID ... (2003)
WYNTON MARSALIS - THE
MAGIC HOUR (2004)
WARNE MARSH - LIVE
IN HOLLYWOOD (1952)
WARNE MARSH - JAZZ
OF TWO CITIES (1956)
WARNE MARSH - MUSIC
FOR PRANCING (1957) 
WARNE MARSH - RELEASE
RECORD - SEND TAPE (1959/1960)
WARNE MARSH - JAZZ
FROM THE EAST VILLAGE (1960)
WARNE MARSH - NE
PLUS ULTRA (1969)
WARNE MARSH / RED
MITCHELL - BIG TWO, VOL. 1/2 (1980)
WARNE MARSH - I
GOT A GOOD ONE FOR YOU (1980)
WARNE MARSH - STAR
HIGHS (1982)
WARNE MARSH - A
BALLAD ALBUM (1983)
PAT MARTINO - THINK
TANK (2003)
CECIL McBEE - UNSPOKEN
(1996)
PAUL McCANDLESS - ALL
THE MORNINGS BRING (1979)
PETE McCANN - PARABLE
(1998)
PETE McCANN - YOU
REMIND ME OF SOMEONE (2000)
KEN McINTYRE - LOOKING
AHEAD (1960)
PAUL McKEE - GALLERY
(1995)
JACKIE McLEAN - LIGHTS
OUT! (1956)
JACKIE McLEAN - NEW
SOIL (1959)
JACKIE McLEAN - SWING
SWANG SWINGIN (1959)
JACKIE McLEAN - JACKIES
BAG (1959/1960)
JACKIE McLEAN - CAPUCHIN
SWING (1960) 
JACKIE McLEAN - BLUESNIK
(1961)
JACKIE McLEAN - A
FICKLE SONANCE (1961) 
JACKIE McLEAN
- LET FREEDOM RING
(1962) 
La piena maturità di
McLean è documentata dalla serie di incisioni a suo nome
effettuate per la Blue
Note. Il suo timbro si fece sempre più espressivo,
soprattutto nei registri estremi: aspro, stridente,
incalzante. Il suo fraseggio spigoloso è spesso
ritmicamente imprevedibile. Non più ossessionato dal
fantasma di Parker, McLean si fa secco, essenziale. Tutte
queste caratteristiche si delineano chiare verso il
volgere del decennio (New Soil; Bluesnik; Capuchin
Swing; A Fickle Sonance). Bluesnik
contiene un assolo esplosivo, dotato di uno slancio
poderoso e con passaggi di distorsione timbrica
dallesito quasi selvaggio. Francisco (Capuchin
Swing) è un brano di intensità bruciante. Tutte le
sue migliori esecuzioni, sono trascinate da grandi
batteristi: Pete LaRoca, Billy Higgins, Art Taylor,
Clifford Jarvis. Esse appaiono preparate con molta cura,
sia per le composizioni di McLean, sia per
linterazione di gruppo. Lallestimento
teatrale del dramma di Jack Gelber, The Connection,
impegnò McLean sia come attore sia nellorchestra:
la musica è ricreata in un eccellente album del pianista
Freddie Redd (The Connection). Nel 1962, sotto
linflusso degli sviluppi del free jazz di Ornette
Coleman, McLean annunciò un mutamento di direzione:
The search is on,
dichiarò. Il primo album della sua nuova maniera, più
libera (Let Freedom Ring), possiede tutte le
antiche qualità di inventiva, con in più una sonorità
intensamente vocalizzante che spazia da note basse, quasi
oboistiche, fino a penetranti sibili. La sua
collaborazione con gli sperimentatori della scuderia Blue Note, quali
Grachan Moncur III, Tony Williams e Bobby Hutcherson,
produsse diversi album di pregio (Destination
... Out!; One Step Beyond; Evolution).
- E.I.J.
JACKIE McLEAN - TIPPIN
THE SCALES (1962)
JACKIE McLEAN
- ONE STEP BEYOND (1963) 
JACKIE McLEAN
- DESTINATION ... OUT!
(1963) 
 Accomunati
dallo stesso tipo di formazione - sax alto, trombone,
sezione ritmica col vibrafono a posto del piano - One
Step Beyond e Destination
Out! sono
episodi fondamentali dellestetica Blue Note, oltre che
capolavori assoluti del jazz moderno. Nei tardi anni '90 Dave Holland si
cimenterà brillantemente con un organico analogo,
rinnovando i fasti di quella stagione in una serie di
splendidi album incisi per la ECM (Points Of
View; Prime Directive; Not For Nothin;
Extended Play). Quasi quarantanni addietro,
liniziativa di Jackie McLean confermava la svolta
free di Let Freedom Ring, disco
concepito con il chiaro intento di aderire alla
rivoluzione musicale di Ornette Coleman. Forte di un
co-leader come Grachan Moncur III, superbo trombonista e
compositore, e ampliata la front-line al versatile Bobby
Hutcherson (vibrafono), McLean impiega due diverse coppie
motrici nelle rispettive session [Tony Williams, Roy
Haynes (batteria); Eddie Khan, Larry Ridley
(contrabbasso)] per imbastire un tessuto sonoro
effettivamente fresco e variopinto. Nelle note di
copertina di One Step Beyond, egli rievoca il
senso di stupore e scetticismo che provò durante il suo
primo incontro col diciassettenne Williams che però, a
dispetto delle apparenze, era già un artista maturo e
personale: di lì a poco verrà convocato da Miles Davis
nello storico quintetto di E.S.P.
e Nefertiti. Il suo stile
percussivo libero, imprevedibile e polifonico introduceva
un inedito concetto di scansione metrica, ideale per
proporre nuovi spunti ai solisti più intrepidi. Al tempo
stesso, il riverbero smorzato di Hutcherson era
antitetico al fraseggio esuberante di un Milt Jackson, ma
proprio quel contrappunto così sobrio e razionale, che
un mattatore come Bags non poteva concedere,
forniva il necessario spazio espressivo agli
sperimentatori della Blue
Note (Eric Dolphy, Andrew Hill etc.).
Sullinstabile piattaforma armonica eretta da
Hutcherson, trombone e sax dialogano adottando un
linguaggio in cui si alternano il suono denso, succoso di
Moncur e quello aspro, al limite della tonalità di
McLean. Lefficace contrasto tra i due timbri
genera, alternativamente, il clima sinistro di Love
And Hate, Frankenstein e Ghost Town e
lo swing futurista di Saturday And Sunday, Blue
Rondo, Kahlil The Prohet, Riff Raff ed
Esoteric. Rimedio prodigioso contro lo stress da
terzo millennio. - B.A.
JACKIE McLEAN - ITS
TIME! (1964)
JACKIE McLEAN - ACTION
(1964)
JACKIE McLEAN - RIGHT
NOW! (1965)
JACKIE McLEAN - JACKNIFE
(1965)
JACKIE McLEAN - THE
COMPLETE BLUE NOTE 1964/66 SESSIONS (1964/1966)
JACKIE McLEAN - DEMONS
DANCE (1967)
JIM McNEELY
- RAINS DANCE
(1976)
JIM McNEELY
- THE PLOT THICKENS
(1979)
JIM McNEELY
- FROM THE HEART
(1985)
JIM McNEELY - WINDS
OF CHANGE (1989)
JIM McNEELY -
EAST COAST BLOW OUT
(1989/1991) 
Inspiration: Thad
Jones, Gil Evans, Chick Corea, Gerry Mulligan, Igor
Stravinsky. A style that crosses instrumental boundaries,
stacks chords on top of chords, makes complexity swing,
and sweeps from an avalanche of sound to a shadow of
pianissimo. The composer and arranger is a
balding white man in middle age who resembles a
stockbroker. His previous work with Stan Getz, Mel Lewis
and Phil Woods has been solid, but this is something
else. Magnificent is the word for it.
Recorded in 1989 with Colognes WDR Big Band, this
music integrates McNeelys American quartet as fully
as it displays the composers orchestral scope. The
first piece (Do You Really Think ...?), initially
built on a one-chord vamp, shows Scofields ability
to dance through the dense ensemble. Skittish (an
apt description of the composers piano work here)
superimposes Evans-like chords on Jones-like chords, and
in its lighter moments the ensemble line suggests
Mulligans humor. More Questions is a lush
ballad, with the trumpets merely a hint of sound behind
Johnsons lyrical bass solo. Cantus Infirmus,
which begins light and skippy, climaxes in a glorious
up-the-scale horn line behind Scofield. The last title (Finally)
could mean finally the
drums, as Nussbaum takes it home between
chordal exclamation points by the band. - Owen Cordle
JIM McNEELY
- MAYBECK RECITAL HALL, VOL. 20
(1992)
JIM McNEELY
/ STOCKHOLM JAZZ ORCHESTRA - SOUND
BITES (1997)
JIM McNEELY /
VANGUARD JAZZ ORCHESTRA - LICKETY
SPLIT: MUSIC OF JIM McNEELY (1997)
JIM McNEELY /
DANISH RADIO JAZZ ORCHESTRA -
NICE WORK (1998)
JIM McNEELY /
VANGUARD JAZZ ORCHESTRA - THAD JONES
LEGACY (1999)
JIM McNEELY - THE
DANISH RADIO JAZZ ORCHESTRA & JIM McNEELY PLAY BILL
EVANS (2000)
JIM McNEELY - GROUP
THERAPY (2001)
JIM McNEELY
- IN THIS MOMENT
(2003)
CHARLES McPHERSON
- CON ALMA! (1965)
CHARLES McPHERSON
- FIRST FLIGHT OUT (1994)
CHARLES McPHERSON
- COME PLAY WITH ME (1995)
CHARLES McPHERSON
- MANHATTAN NOCTURNE
(1997)
MIKE MELILLO - ALTERNATE
CHANGES FOR BUD (1987)
MIKE MELILLO - BOPCENTRIC
(1998)
PAT METHENY - BRIGHT
SIZE LIFE (1975)
PAT METHENY - WATERCOLORS
(1977)
PAT METHENY -
PAT METHENY GROUP (1978) 
Negli anni Settanta
il jazz rischiò
lestinzione. Stretto in una morsa micidiale tra lo
slancio eversivo del progressive,
i venti del cambiamento fusion e larresto
encefalico provocato da disco e punk, il
genere era ridotto a un vezzo snob per intellettuali da
salotto in giacca di velluto, pipa ed erre
moscia. In buona sostanza, del jazz
non fregava più niente a nessuno. Quasi a nessuno.
Recluso nella sua fortezza in Baviera, incurante del
mondo esterno in putrefazione, Manfred Eicher teneva vivo
lo spirito della musica afro-americana fondando la ECM e pubblicando
dischi di bellezza assoluta come Conference Of The Birds,
Deer Wan e Sargasso
Sea. Verso la metà del decennio, in cerca di un
nuovo chitarrista da affiancare ai veterani John Abercrombie,
Ralph Towner e
Terje Rypdal, il produttore chiese consiglio
allamico Gary Burton, docente al Berklee College ed
egli stesso artista delletichetta, il quale
raccomandò un giovanotto originario di Lees Summit
(Missouri). Il resto è storia, ma proprio questo album
consacrò definitivamente il talento di Pat Metheny.
Solista ineguagliabile, estimatore dichiarato di Ornette
Coleman, egli confessa il legame ideale col rock adulto
degli Steely Dan e lurlo amazzonico di Milton
Nascimento, rivelando una sana indole anarcoide nascosta
dietro le rassicuranti sembianze casual.
Taciturno alter ego del leader, Lyle Mays
elabora gli arrangiamenti col sapiente uso dei
sintetizzatori e un tocco pianistico ispirato a Keith
Jarrett. Costruita sulle risonanze armoniche della 12
corde acustica, San Lorenzo si dilata in una suite
percorsa da sonorità policrome e baluginanti. Phase
Dance fu scelta subito come sigla di apertura dei
concerti, in funzione di autentica liturgia
propiziatoria: buio in sala, Pat eseguiva larpeggio
introduttivo su una Guild sorretta da un treppiede, per
poi imbracciare la Gibson ES 175, indossata a tracolla,
pronto a lanciarsi nellassolo di rito. Chi
cera lo ricorderà per sempre. Sul saltellante,
splendido tema di Jaco, il basso elettrico di Mark
Egan, rigorosamente fretless, evoca il
compianto destinatario della dedica (Pastorius aveva
collaborato con Metheny su Bright Size Life). Con
un prodigioso crescendo strumentale, Aprilwind ed
April Joy suggeriscono immaginari paesaggi animati
dal risveglio primaverile: da annoverare tra i massimi
capolavori di Pat. I dinamici fraseggi di Lone Jack
dispiegano la quintessenza linguistica dei due autori
(Metheny/Mays): maestria tecnica, intuito melodico, gusto
dellimpromptu. LABC del jazz.
Ormai salvo. [P.S. - Il primo incontro tra Burton e
Metheny è raccontato dallo stesso vibrafonista nelle
note di copertina di Bright Size Life.] - B.A.
PAT METHENY - AMERICAN
GARAGE (1979)
PAT METHENY -
80/81 (1980) 
Ormai anche i
detrattori più ottusi gli riconoscono il merito - certo,
condiviso con altri - di aver salvato il jazz da un
destino crudele: la morte per oblio cui il genere era
prossimo verso la fine degli anni '70. Recuperando una
combinazione strumentale allora caduta in desuetudine -
il quartetto con la Gibson semiacustica a posto del piano
- Pat Metheny si
affranca in un colpo solo dallalgido suono ECM e dalla
fortunata band di American Garage. I compagni di
avventura stavolta sono veterani in cerca di nuovi
stimoli: Jack DeJohnette, ex-davisiano (Bitches Brew;
On The Corner; Live-Evil) che alla corte di
Manfred Eicher diventerà il più acclamato batterista di
fine millennio; Charlie Haden, storico bassista di
Ornette Coleman, anomalo caso di provinciale statunitense
in odore di comunismo; Michael Brecker, virtuoso del sax
tenore e campione della fusion meno annacquata.
Sostenuto da questi giganti, Metheny elabora
uninedita formula stilistica che, partendo dalla
lezione di Coleman, ne amplia lo spettro espressivo con
influenze country e un talento melodico degno di Wayne
Shorter. 80/81 incoraggerà schiere di giovani
ascoltatori a uscire dal recinto rock per esplorare le
sconfinate praterie dellimprovvisazione. La
presenza di Dewey Redman (80/81; Open; Pretty
Scattered) - gagliardo avanguardista texano - e la
magistrale interpretazione di un classico di Ornette (Turnaround)
sottolineano laffinità elettiva di Metheny con il
padre del free (il legame verrà ribadito sui
magnifici Rejoicing
e Song X). Un paio di cartoline dal Missouri (Two
Folk Songs; Goin Ahead), due temi di
indescrivibile bellezza [Everyday (I Thank You); The
Bat] e una serie di assoli straordinari fanno di
questo doppio album il capolavoro del chitarrista.
Brecker fu così entusiasta del risultato che, per il suo
esordio da leader (Michael Brecker), riunì 4/5
della comitiva (se stesso, Metheny, Haden, DeJohnette).
[P.S. - Allinsegna della parsimonia più spinta la
copertina disegnata da Barbara Wojirsch.] - B.A.
PAT METHENY - OFFRAMP
(1981)
PAT METHENY -
REJOICING (1983) 
Non siamo in grado di
prevedere che futuro avrà il jazz,
ma conosciamo bene chi lo salvò dalloblio alla
fine degli anni Settanta: tra gli altri, Pat Metheny. Con la
fusion
ormai rancida, punk e disco dilaganti e la
lobotomia collettiva imposta dalla radio, una forma
darte appena complessa o autentica era diventata
intollerabile. In nostro soccorso, limpavido
chitarrista di Lees Summit scavò una via di fuga
praticamente sotto il culo di lor signori,
presentandosi in completo zazzera/jeans/T-shirt e
riproponendo il genuino spirito dellimprovvisazione
con lo strumento rock per
eccellenza. Capito il trucchetto? Un capellone che
suonava free. Leffetto era spiazzante,
ma funzionò. Linteresse per il repertorio di Ornette Coleman
aveva già prodotto due splendide interpretazioni in
trio: 1) il medley Round Trip / Broadway Blues,
inciso con Jaco
Pastorius sullesordio ECM Bright Size
Life; 2) il blues libero di Turnaround
ripreso sul capolavoro 80/81.
Affidandosi a una sezione ritmica di per sé
rappresentativa [Charlie Haden (contrabbasso); Billy
Higgins (batteria)], nel 1983 Metheny redige il manifesto
delle proprie principali influenze: tre classici di Ornette Coleman
e uno standard del catalogo Blue Note. Apparse
per la prima volta su Tomorrow Is The Question!,
le meravigliose Tears Inside e Rejoicing
rivivono sulle corde della Gibson ES-175, tramandando ai
posteri la sovversiva teoria armolodica
concepita dallautore. Dal sublime This Is Our Music
riemerge lineffabile tema di Humpty Dumpty,
riletto con maestria dallepigono e dai due allievi
del maestro texano. Lonely Woman* è una ballad di
Horace Silver tratta dal suo album più famoso (Song
For My Father), in cui il pianoforte della versione
originale è sostituito dalla chitarra acustica, per un
arrangiamento di inarrivabile profondità espressiva. Blues
For Pat, Story From A Stranger, The Calling
sanciscono, rispettivamente, la padronanza del fraseggio,
linnato senso della melodia, il gusto della ricerca
che anticipa le temerarie cacofonie di Zero Tolerance
For Silence e The Sign Of 4. [P.S. - *Da non
confondere con lomonima, celebre pagina di Ornette
Coleman (The Shape Of Jazz To
Come).] - B.A.
PAT METHENY - FIRST
CIRCLE (1984)
PAT METHENY - QUESTION
AND ANSWER (1989) 
PAT METHENY /
ORNETTE COLEMAN - SONG X
(1985) 
PAT METHENY - TRIO
99 -> 00 (1999)
PAT METHENY - TRIO
-> LIVE (2000)
NANDO MICHELIN - FACING
SOUTH (1996)
NANDO MICHELIN - COMMON
GROUNDS (1998)
NANDO MICHELIN - ART
(1999)
NANDO MICHELIN - CHANTS
(A CANDOMBLÉ
EXPERIENCE) (2000)
NANDO MICHELIN - WHEN
EINSTEIN DREAMS (2001)
CHARLES
MINGUS - PITHECANTHROPUS
ERECTUS (1956)
I
laboratori che Mingus condusse nei primi anni '50
rivelano già, in embrione, il suo interesse per i
cambiamenti di tempo, per la polifonia e per
limprovvisazione collettiva. Nel 1956 aveva ormai
compiuto lunghi passi verso una forma compositiva più
organica, e le splendide esecuzioni di Pithecanthropus
Erectus, A Foggy Day, Love Chant ebbero
larga eco: in esse Mingus impiega risorse timbriche e
strutturali espressioniste, ed entrambi i fiati [Jackie
McLean (alto); J.R. Monterose (tenore)] si spingono
ripetutamente verso lestremo registro acuto. - E.I.J.
CHARLES MINGUS - THE
CLOWN (1957)
CHARLES MINGUS -
TONIGHT AT NOON (1957)
CHARLES
MINGUS - TIJUANA MOODS
(1957)
Nel 1956 Mingus
incontrò il batterista Dannie Richmond, luomo
ideale per la sua musica: sarebbe rimasto con lui oltre
ventanni. Lanno dopo si aprì la prima grande
stagione creativa del contrabbassista, con una serie di
album in cui si ascoltano il notevole trombettista
Clarence Shaw e gli eccitanti interventi del sassofonista
Shafi Hadi e del trombonista Jimmy Knepper. Il ritratto
in musica della cittadina di Tijuana, al confine
col Messico, è un classico. Dizzy Moods e Los
Mariachis sono esecuzioni eccezionali. Ysabels
Table Dance è esplosivo e lascivo. Tijuana Gift
Shop è un capolavoro di strumentazione. - E.I.J.
CHARLES
MINGUS - MINGUS AH UM (1959) 
CHARLES
MINGUS - BLUES & ROOTS
(1959) 
 Il
metodo di lavoro mingusiano, senza parti scritte, con
prove condotte al piano e istruzioni gridate durante
lesecuzione, dà ragione del senso di spontaneità
che promana dalle incisioni. Assoli simultanei, riff
incrociati, improvvisazione collettiva e brutali
cambiamenti di tempo danno forma alla composizione,
secondo lestetica personale del tempestoso leader.
Culmini di tensione vulcanici erompono dai suoi brani
che, per le tecniche impiegate e laffannoso clima
espressivo, anticipano molte delle risorse formali del
free. Mingus testimoniò più volte il suo
enorme rispetto della tradizione, per la musica di Jelly
Roll Morton (My Jelly Roll Soul), per il gospel (Better
Git It In Your Soul; Wednesday Night Prayer
Meeting; Moanin; Es Flat
Ahs Flat Too), per Lester Young (Goodbye
Pork Pie Hat), per Charlie Parker (Bird Calls),
per Ellington (Open Letter To Duke).
Brillantemente servito da collaboratori come il sax
tenore Booker Ervin, il trombonista Jimmy Knepper e il
sempre vigile Dannie Richmond, Mingus produsse album
fitti di assoli pregevoli a cavallo tra anni gli anni '50
e '60. Con la forza ruvida e passionale del suo sax,
Ervin si inserì alla perfezione nel vulcanico universo
mingusiano, sfoderando unautorità ritmica tale da
cavalcare di forza le movimentate trame dei collettivi (Boogie
Stop Shuffle). Jackie McLean irrobustì la sua
sonorità, e il leader lo espose a situazioni
improvvisative più libere, in brani espressionisti quali
Tensions e in blues furiosi quali Moanin.
- E.I.J.
CHARLES
MINGUS - CHARLES MINGUS PRESENTS CHARLES MINGUS
(1960) 
I numerosi cofanetti
antologici pubblicati nellera del CD hanno rivelato
i macchinosi processi di preparazione che si celano
dietro un prodotto discografico: esecuzioni provenienti
da sedute diverse assemblate nello stesso album, brani
tagliati o addirittura eliminati del tutto, e così via.
Il fenomeno ha dato vita a una noiosa disputa fra
giornalisti, che si dividono tra chi auspica la ristampa
delle incisioni in ordine rigorosamente cronologico, e
chi invece preferirebbe venisse mantenuta le sequenza dei
titoli originali. Questo disco aggira il problema,
perché contiene tutto il materiale registrato in
ununica giornata da questa particolare formazione.
In uno studio vuoto, Mingus presenta i brani a un
pubblico immaginario, con brevi introduzioni parlate.
Sfruttando la libertà assoluta concessa dal lungimirante
critico-produttore Nat Hentoff, il quartetto si scatena
in una serie di improvvisazioni memorabili, rese ancor
più vibranti dal rovente clima artistico-culturale di
unepoca in cui nulla sembrava impossibile. Le
rivoluzionarie teorie armolodiche introdotte
da Ornette Coleman si fondono con le rivendicazioni del
popolo afro-americano, e il furore creativo del gruppo
trova sfogo nella versione integrale e originale di
Fables Of Faubus, feroce caricatura del governatore
razzista dellArkansas (Orval Faubus). La Columbia
aveva censurato la sezione recitata del
brano, considerandola politicamente troppo audace, e
costringendo Mingus a realizzarne una versione
esclusivamente strumentale per Mingus Ah Um. What Love
contiene il celeberrimo diverbio strumentale tra Mingus e
Dolphy, uno scontro fra titani che raggiunse inusitati
vertici di espressività. Il dolente tema del pezzo è
seguito da unassorta improvvisazione della tromba
di Curson, sospinta da un ribollente accompagnamento
multi-ritmico, che si interrompe di colpo per lasciare
spazio a un vero e proprio dialogo tra contrabbasso e
clarone. Nelle note di copertina, Hentoff cercò di
tradurre la conversazione, sostenendo che
Dolphy dichiarava di voler abbandonare il complesso,
mentre Mingus lo pregava di restare. Le altre due
composizioni offrono a Curson e Dolphy ampio spazio per
assoli intensi e infuocati: tromba e sax alto volteggiano
senza posa sugli agitati fondali percussivi
dellimpetuosa Folk Forms, N°1 e della
delirante All The Things You Could Be By Now If
Sigmund Freuds Wife Was Your Mother. - B.A.
Nel 1960 Eric Dolphy si unì a Mingus,
e con lui la sua volontà di sfidare le convenzioni del
jazz trovò terreno fertile. Dolphy spinge agli estremi
limiti la sua tecnica sul clarinetto basso: simili oscure
sonorità sembrano dischiudere minacciose la porta di un
sotterraneo (What Love). - E.I.J.
CHARLES MINGUS - MINGUS
(1960)
CHARLES MINGUS - REINCARNATION
OF A LOVEBIRD (1960)
CHARLES MINGUS - OH
YEAH (1961)
CHARLES
MINGUS - THE BLACK SAINT AND
THE SINNER LADY (1963)
Composizioni estese di grande
complessità, costruite a strati sovrapposti, e innervate
dal solismo dei suoi abituali collaboratori, con in più
i brillanti contributi dellaltoista Charlie
Mariano. - E.I.J.
CHARLES MINGUS - MINGUS
MINGUS MINGUS MINGUS MINGUS (1963)

CHARLES MINGUS - SHOES
OF THE FISHERMANS WIFE
CHARLES MINGUS - LET
MY CHILDREN HEAR MUSIC (1971)
CHARLES MINGUS - MINGUS
MOVES (1973)
CHARLES
MINGUS - CHANGES ONE / CHANGES TWO
(1975) 
 Changes è un caposaldo della
produzione mingusiana che resterà nel tempo. Jack
Walrath (tromba); George Adams (sax tenore); Don Pullen
(piano); Charles Mingus (contrabbasso); Dannie Richmond
(batteria). I due CD (Changes One; Changes Two)
sono in vendita separati, ma costituiscono unopera
unica. Remember Rockefeller At Attica può
facilmente esemplificare lo stile del compositore: il
tema è composto di frammenti tematici di lunghezze
diverse, che di volta in volta richiamano alla mente
altri temi, in un beffardo collage. I solisti sono George
Adams, inconfondibile anche se molto controllato, Don
Pullen, che con un autentico corpo a corpo con la
tastiera costruisce il solito, epico crescendo, e Mingus.
Sues Changes è, se possibile, ancora più
asimmetrico: si compone di una specie di moto perpetuo
che sfocia nellimprovvisazione totale, per poi
riprendere di colpo il giro dallinizio. Ad ognuno
dei segmenti tematici corrisponde un diverso ritmo e una
diversa armonizzazione, per cui ciascun assolo deve
necessariamente passare attraverso tutte le situazioni
sonore predisposte da Mingus. Il disegno generale del
ritornello è un gigantesco accelerando progressivo, con
brevi ripiegamenti qua e là, e in questi passaggi
Richmond dà un saggio della sua abilità nelluso
delle spazzole. È probabilmente il brano più riuscito
dei due album, e uno dei capolavori del contrabbassista,
per la ricchezza di contrasti, di luci e ombre cui il
tema dà vita: Pullen mostra una maggiore duttilità
espressiva (lo stupendo perlato del pianista,
al tempo stesso energico e suadente, è in evidenza nel
subitaneo attacco che segue bruscamente la precedente
improvvisazione collettiva), mentre Adams conferisce al
sax tenore timbri quasi umani. Changes One si chiude col
delicato, intimistico Duke Ellingtons Sound Of
Love. Lassolo di Pullen coglie perfettamente il
clima singolare di questo brano, scritto di getto subito
dopo la morte di Duke: lirico, denso di arpeggi,
armonicamente avanzato, dolce ma non smielato, affettuoso
ma non lacrimevole. Adams, per loccasione, contiene
le proprie sfuriate, giungendo fino al
pianissimo in delicati svolazzi sui
sopracuti, così tenui da far percepire laria non
sonorizzata che esce dal sassofono: un omaggio ai due
grandi tenori ellingtoniani specialisti dello stile
soffiato, appunto, cioè Ben Webster e Paul
Gonsalves. Il dolente assolo di contrabbasso del leader
chiude il pezzo. Changes Two si apre con il bis
delle esibizioni mingusiane, un tema che porta
laggressivo e intricato titolo di Free Cell
Block F, 'Tis Nazi U.S.A. - La frase iniziale, in
mezzo alla scansione normale in 4/4, contiene due battute
in 5/4, che provocano un inatteso effetto di caduta in
avanti, mantenuto rigorosamente anche nel corso delle
improvvisazioni. Il clima più estroverso mette a suo
agio soprattutto Adams, che si riconferma il primo
sassofonista free, dopo i maestri degli anni
'60 (Coltrane, Coleman, Dolphy), a possedere uno stile
davvero originale. Classico da anni del repertorio
mingusiano, Orange Was The Color Of Her Dress, Then
Blue Silk è stato inciso in decine di versioni
differenti (fece epoca soprattutto quella realizzata dal
vivo a Parigi, con Eric Dolphy al clarinetto basso).
Anche qui, come in Sues Changes, si
alternano climi e situazioni differenti, tuttavia solo
alcuni passaggi paiono sommariamente scritti. È
senzaltro, per ciò stesso, il pezzo più fluido,
magmatico e complesso del disco, ed è magistrale. Se
volessimo cercare un denominatore comune nella lunga e
travagliata carriera mingusiana, non potremmo che
trovarlo nella continua ricerca di equilibrio tra
tradizione e rivoluzione, tra antico e moderno, un occhio
allavanguardia e uno a Ellington. La musica di
Mingus è lincarnazione ideale di questo
contrasto-equilibrio tra passato e futuro, tra le radici
culturali afro-americane e le ansie, le incertezze
delluomo di oggi. - Marcello Piras
CHARLES MINGUS - THREE
OR FOUR SHADES OF BLUE (1977)
CHARLES MINGUS - CUMBIA
& JAZZ FUSION (1976/1977)
CHARLES MINGUS - ME
MYSELF AN EYE (1978)
BOB MINTZER - INCREDIBLE
JOURNEY (1985)
BOB MINTZER - CAMOUFLAGE
(1986)
BOB MINTZER - SPECTRUM
(1988)
BOB MINTZER - URBAN
CONTOURS (1989)
BOB MINTZER - ART
OF THE BIG BAND (1990)
BOB MINTZER - ONE
MUSIC (1991)
BOB MINTZER - I
REMEMBER JACO (1991)
BOB MINTZER - DEPARTURE
(1992)
BOB MINTZER - ONLY
IN NEW YORK (1993)
BOB MINTZER - BIG
BAND TRANE (1995)
BLUE MITCHELL - THE
THING TO DO (1964)
BLUE MITCHELL - DOWN
WITH IT! (1965)
BLUE MITCHELL - BOSS
HORN (1966)
BLUE MITCHELL - BRING
IT HOME TO ME (1966)
BLUE MITCHELL - THE
COMPLETE BLUE MITCHELL BLUE NOTE SESSIONS
ROSCOE
MITCHELL - SOUND
(1966)
Mitchell riesce a
conferire al sax alto una sonorità piatta,
apparentemente impassibile e inespressiva. In realtà,
tra i sassofonisti emersi dopo Albert Ayler, egli è
lunico che abbia trovato una voce del tutto
originale, i cui modelli (Parker, Ornette etc.) sono
ormai labili: lha costruita con pazienza, partendo
dai difetti dello strumento, e assemblando via via un
campionario di lapsus, i quali, allineati uno dopo
laltro tra silenzi enigmatici, fanno della sue
esecuzioni unesperienza dascolto
impressionante. Ogni pagina vanta un saldo inquadramento
formale. Mitchell usa parecchio la scrittura, montando
castelli di cellule ritmiche a incastro e dilettandosi a
concepire gli impasti acustici più impensabili: dalla
valanga percussiva di Ornette, alla sfilata di
assoli che appaiono e scompaiono in un clima di freddezza
cosmica in Sound, alla tremula bolla daria
di The Little Suite, illuminata da barlumi di
violoncello, armonica, fischietto etc. - Questo album è
il simbolo stesso del suo universo sonoro puntuto,
isterico e scostante: un capolavoro assoluto della musica
afro-americana. - E.I.J.
ROSCOE MITCHELL - ROSCOE
MITCHELL QUARTET (1975)
HANK MOBLEY - HANK
MOBLEY WITH DONALD BYRD AND LEE MORGAN
(1956)
HANK MOBLEY - HANK
(1957)
HANK MOBLEY - HANK
MOBLEY AND HIS ALL STARS (1957)
HANK MOBLEY - HANK
MOBLEY QUINTET (1957) 
HANK MOBLEY &
LEE MORGAN - PECKIN TIME
(1958)
HANK MOBLEY - SOUL
STATION (1960) 
HANK MOBLEY - ROLL
CALL (1960)
HANK MOBLEY -
WORKOUT (1961) 
Definito da Leonard
Feather peso medio del sax tenore, in effetti Hank Mobley
è un solista dotato di forza, sensibilità ed eleganza:
«not a big sound, not a
small sound, just a round sound» era uso egli
stesso descrivere con acume il proprio stile. Benché i
numerosi dischi incisi per la Blue Note siano
invariabilmente splendidi, per apprezzare meglio che
altrove il suo timbro, amabile ma deciso, sono
indispensabili due album: Soul Station, classico
hard-bop in cui il leader è affiancato dalla sola
sezione ritmica, e Workout, inconsueto capolavoro
in cui la prima linea è divisa con lagile chitarra
di Grant Green. Proprio Green introduce un decisivo
effetto sorpresa rispetto alle abituali sedute coi
trombettisti di turno (Lee Morgan, Freddie Hubbard, Art
Farmer, Donald Byrd, Blue Mitchell etc.).
Linesauribile dinamo alimentata dai davisiani
Wynton Kelly (piano), Paul Chambers (contrabbasso) e
Philly Joe Jones (batteria) fornisce la necessaria
energia agli assoli, mentre lalternanza tra il
suono felpato del sax e lo squillo pungente della
semiacustica elettrizza la tipica dimensione espressiva
della blowin session. Vietato piluccare
qua e là tra i diversi brani: Workout, Uh Huh,
Smokin e Greasin Easy vanno
ascoltati tutti dun fiato, ad alto volume,
possibilmente su un buon impianto a valvole. The Best
Things In Life Are Free illustra, se mai ce ne fosse
bisogno, la classe di Mobley come superbo interprete di
standard. Un CD fondamentale in qualsiasi collezione
jazz. - B.A.
HANK MOBLEY - ANOTHER
WORKOUT (1961)
HANK MOBLEY - NO
ROOM FOR SQUARES (1963)
HANK MOBLEY - DIPPIN
(1965)
HANK MOBLEY - THE
TURNAROUND! (1965)
HANK MOBLEY - A
CADDY FOR DADDY (1965)
HANK MOBLEY - STRAIGHT
NO FILTER (1966)
HANK MOBLEY - A
SLICE OF THE TOP (1966)
HANK MOBLEY - HI
VOLTAGE (1967)
HANK MOBLEY - FAR
AWAY LANDS (1967)
GRACHAN MONCUR III - EVOLUTION
(1963) 
Evolution completa
la trilogia degli album incisi nel 1963 da Grachan Moncur
III e Jackie McLean in collaborazione con Bobby
Hutcherson. Dopo One Step Beyond e Destination
... Out!, la formula del quintetto viene
aumentata a sei elementi con la voce morbida
di Lee Morgan (tromba), ma il mood complessivo non
cambia: le quattro composizioni del leader si fondano su
cellule tematiche elementari ma solidissime, in grado di
fornire ai solisti una quantità di idee pressoché
illimitata. Leffervescente batteria di Tony
Williams fa il resto e, nel dettaglio, vale quanto
scritto per i due album a nome del sassofonista. - B.A.
GRACHAN MONCUR III
- SOME OTHER STUFF (1964)
THELONIUS MONK - THE
COMPLETE BLUE NOTE RECORDINGS (1947/1958)
THELONIUS MONK - BRILLIANT
CORNERS (1956)
THELONIUS MONK - MONKS
MUSIC (1957)
THELONIUS MONK -
MONKS DREAM (1964)
J.R. MONTEROSE - J.R.
MONTEROSE (1956)
WES MONTGOMERY - INCREDIBLE
JAZZ GUITAR (1960)
JACK MONTROSE
- ARRANGED / PLAYED /
COMPOSED
BY JACK MONTROSE WITH BOB
GORDON (1955)
JACK MONTROSE
- BLUES AND VANILLA
(1957)
 Jack
Montrose o J.R.
Monterose? Oltre che alla somiglianza tra i nomi, al
comune strumento (sax tenore) e al rimarchevole valore
dei rispettivi ingegni, la difficoltà di distinguere i
due sassofonisti dipende dai dati anagrafici molto simili
(entrambi nati a Detroit, Monterose nel 1927, Montrose
lanno dopo). Tuttavia Jack
Montrose, pioniere della fusione tra stili e veterano
della West Coast, non va confuso con J.R.
Monterose, che suonò con Charles
Mingus (Pithecanthropus Erectus) e incise per
la Blue Note (J.R.
Monterose). Il nostro Montrose partecipò
ai fermenti californiani degli anni '50 con alcuni album
che rimangono tra i classici del genere. In particolare,
le collaborazioni con Bob
Gordon (sax baritono) e Red Norvo
(vibrafono) si giovano di una proficua sintonia
espressiva tra il leader e gli ospiti.
Arranged / Played / Composed By Jack Montrose With Bob
Gordon - Nel raffinato contesto di un quintetto per
sezione ritmica e coppia dance, Montrose e Gordon
incrociano gli interventi in perfetto stile cool (rigore
formale, fraseggi immacolati, tecnica inappuntabile),
elaborando graziose variazioni melodiche sui
fanciulleschi temi di A Little Duet, Aprils
Fool, Dots Groovy, Cecilia, The
News And The Weather. Analogo impegno creativo è
profuso sugli standard When You Wish Upon A Star e
Have You Met Miss Jones. Sul brillante epilogo di Paradox
si apprezza la calibratissima spinta cinetica prodotta da
Paul
Moer (pianoforte), Red
Mitchell (contrabbasso) e Shelly
Manne (batteria).
Blues And Vanilla - La suite Concertino Da
Camera (Blues And Vanilla) occupava lintero
lato A del Long Playing originale:
lingenuo motivetto ricorrente è solo il pretesto
per un garbato colloquio di oltre 18 minuti tra la prima
linea [Jack Montrose (sax tenore), Red Norvo (vibrafono),
Joe
Maini (sax alto)] e il tandem propulsivo [Walter
Clarke (contrabbasso), Shelly
Manne (batteria)]. Sugli altri cinque brani (Bockhanal,
Dont Get Around Much Anymore, Bernies
Tune, For The Fairest, A Dandy Line),
accanto al titolare subentra un Jim Hall in forma
strepitosa ed è superfluo far presente che per gli
estimatori del grande chitarrista si tratta di materiale
indispensabile. La Fresh Sound
ha raccolto le registrazioni di Jack
Montrose - con copertine e scalette diverse - in un
paio di volumi del proprio catalogo (Two Can Play; Blues And Vanilla & The
Horns Full), formula vantaggiosa ma un
po spoetizzante per i collezionisti più pignoli. -
B.A.
JACK MONTROSE - THE
HORNS FULL (1956)
JEMEEL MOONDOC - JUDYS
BOUNCE (1981)
JEMEEL MOONDOC - NEW
WORLD PYGMIES (1998)
RALPH MOORE - ROUND
TRIP (1985)
RALPH MOORE - 623
C STREET (1987)
RALPH MOORE - REJUVENATE!
(1988)
RALPH MOORE - THE
COMPLETE LANDMARK RECORDINGS
(1988/1990)
RALPH MOORE - FURTHERMORE
(1990)
RALPH MOORE - WHO
IT IS YOU ARE (1993)
JUSTIN MORELL - THE
MUSIC OF STEELY DAN (2002)
LEE MORGAN - INTRODUCING
LEE MORGAN (1956)
LEE MORGAN - INDEED!
(1956)
LEE MORGAN - LEE
MORGAN (1956)
LEE MORGAN - CITY
LIGHTS (1957)
LEE MORGAN - VOLUME
THREE (1957) 
LEE MORGAN - THE
COOKER (1957) 
LEE MORGAN - CANDY
(1957/1958)
LEE MORGAN - LEEWAY
(1960) 
LEE MORGAN - THE
SIDEWINDER (1963) 
Ci sia consentito
confessare una personale idiosincrasia per la moda, tutta
italiota, che identifica il marchio Blue Note col
repertorio più corrivo della gloriosa etichetta di
Alfred Lion. Ma dove sta scritto che per divulgare su
vasta scala una forma darte incontaminata bisogna
per forza annacquarne la ricetta? Sia come sia, dopo il
ritiro del fondatore (1967) la svolta stilistica verso il
funk determinò un lento ma inesorabile declino
finanziario, a dispetto delle ambizioni nutrite dalla
nuova dirigenza. Il paradosso è che quellinfelice
strategia editoriale fu ispirata da uno dei capolavori
assoluti del catalogo Blue
Note. Accadde, infatti, che uno spot televisivo della
Chrysler adottasse come jingle proprio The Sidewinder,
procurando allipnotico rhythm n blues
di 24 battute una risonanza internazionale e conseguenti
vendite record per un disco jazz. Ma lalbum omonimo
conteneva ben altro. La presenza di Joe Henderson (sax
tenore) in forma smagliante e la sezione ritmica condotta
dalla batteria di Billy Higgins inquadrano le esecuzioni
in una preziosa cornice strumentale, nella quale Lee
Morgan disegna le sue nitide figure melodiche. Il timbro
scuro e il fraseggio cogitabondo di Henderson si
combinano a meraviglia con la pirotecnica esuberanza
espressiva di Morgan che, anche nelle composizioni più
elaborate, immette limmancabile ingrediente blues.
Brian Case e Stan Britt (The Illustrated Encyclopedia
Of Jazz) indicano lassolo di tromba su Totem
Pole come il migliore mai inciso da Lee e, in
effetti, si tratta di un colossale monumento
allarte dellimprovvisazione. Ispirandosi a un
suo amico descritto come a basic guy, but kind of deep,
Morgan elabora la struttura blues di Garys
Notebook articolandola in una sfiancante maratona
hard-bop. Il valzer di Boy, What A Night viene
trasfigurato in 12/8 per accentuarne la spinta cinetica,
mentre il cantabile tema di Hocus Pocus colloca
Lee Morgan tra i grandi autori moderni. È inconcepibile
anche solo immaginare una collezione CD priva di questo
titolo. - B.A.
LEE MORGAN - SEARCH
FOR THE NEW LAND (1964)

Search For The
New Land è un dei capolavori meno noti
dellalbo doro Blue Note. Inciso
pochi mesi dopo il clamoroso successo di The Sidewinder,
al contrario delle aspettative il nuovo album non
cavalcava londa funk di quellexploit,
restando invece fedele al verbo hard-bop e conducendone
lidioma al suo culmine evolutivo. Lee Morgan
assembla una formazione inedita e brillante, affiancando
Grant Green ad alcuni campioni passati alla storia per i
rispettivi incontri con Miles Davis (Wayne Shorter,
Herbie Hancock), John Coltrane (Reggie Workman) e Ornette
Coleman (Billy Higgins): la Gibson del sesto
uomo aggiunge uneversiva nota di elettricità
alla collaudata dimensione strumentale del quintetto a
due fiati. Su tutto, imperversa la straordinaria tromba
di Lee, ora acrobatica (Mr. Kenyatta), ora giocosa
(The Joker; Morgan The Pirate), sempre
inconfondibile. Nella lunga suite che dà il titolo al
disco - interpretata anche da Joe Lovano (Tribute
To Lee Morgan) e Brian Lynch (Tribute
To The Trumpet Masters) - un solenne intermezzo
melodico ricorre tra ciascun assolo, dilatando i tempi e
offrendo a Shorter, Morgan, Green e Hancock lo spazio
necessario per sviluppare i fraseggi. La splendida Melancholee
deve molto alle passionali orchestrazioni con cui Charles
Mingus arrangiava le ballad: Steve Khan la
immortalerà con una memorabile versione per chitarra
acustica (Evidence).
- B.A.
LEE MORGAN - TOM
CAT (1964)
LEE MORGAN - THE
RUMPROLLER (1965)
LEE MORGAN - THE
GIGOLO (1965)
LEE MORGAN - CORNBREAD
(1965)
LEE MORGAN - CHARISMA
(1966)
LEE MORGAN - CARAMBA!
(1968)
LEE MORGAN - LIVE
AT THE LIGHTHOUSE (1970)
FABIO MORGERA
- TAKE ONE
(1988)
Per il suo esordio in veste di titolare, inciso
a Boston nel dicembre del 1988, il trombettista Fabio
Morgera ha assemblato un classico quintetto hard-bop, due
fiati + sezione ritmica. Sembrerebbe la scoperta
dellacqua calda, eppure Take One è un disco
sorprendente. La comprensibile diffidenza
dellascoltatore che esitasse ad accostarsi a un
nome poco conosciuto, verrà spazzata via in pochi
istanti. Il leader firma tutti i pezzi, rivelandosi
autore sensibile e in grado di proporre soluzioni
armonico-melodiche aggiornate e moderne. Conquistati
dallincantevole tema di 15A, dovrete
attendere appena un minuto e 12 secondi perché
limprovvisazione della tromba inizi a fugare i
dubbi residui. Lautorevole intervento del tenore di
George Garzone aggiunge concretezza al reparto avanzato
della formazione. Rimarchevole anche il contributo
complessivo del pianista Christian Jacob: eccellenti i
suoi assoli su Aphrodite, shorteriana fin dal
titolo (si pensi a Virgo, Penelope, Venus
Di Mildew) e su Fourth Dimension, evidente
tributo ai tempi doro della Blue Note. Chi ha amato
quel sound, non si neghi lopportunità di
apprezzare questo album delizioso. - B.A.
FABIO MORGERA - THE
PURSUIT (1991)
FABIO MORGERA - SLICK
(1998)
MOTIAN / LOVANO /
FRISELL - IT SHOULDVE HAPPENED
A LONG TIME AGO (1984)
MOTIAN / LOVANO /
FRISELL - JACK OF CLUBS (1984)
MOTIAN / LOVANO /
FRISELL - MISTERIOSO (1986)
MOTIAN / LOVANO /
FRISELL - ONE TIME OUT
(1987)
MOTIAN / LOVANO /
FRISELL - MONK IN MOTIAN (1988)
MOTIAN / LOVANO /
FRISELL - ON BROADWAY VOLL. 1, 2, 3 (1988/1989/1993)
MOTIAN / LOVANO /
FRISELL - BILL EVANS (1990)
MOTIAN / LOVANO /
FRISELL - MOTIAN IN TOKYO (1991)
MOTIAN / LOVANO /
FRISELL - TRIOISM (1993)
MOTIAN / LOVANO /
FRISELL - SOUND OF LOVE (1998)
GERRY MULLIGAN /
CHET BAKER - REUNION
(1957) 
GERRY MULLIGAN - THE
GENIUS OF GERRY MULLIGAN (1960)
GERRY MULLIGAN - JERU
(1962)
GERRY MULLIGAN
& PAUL DESMOND - TWO OF A MIND
(1962)
GERRY MULLIGAN - BUTTERFLY
WITH HICCUPS (1964)
DAVID MURRAY -
LOW CLASS CONSPIRACY
(1976)
DAVID MURRAY -
ORGANIC SAXOPHONE (1978)
DAVID MURRAY -
SUR-REAL SAXOPHONE (1978)
DAVID MURRAY -
CONCEPTUAL SAXOPHONE (1978)
DAVID MURRAY - SWEET
LOVELY (1979)
DAVID MURRAY
- MING (1980) 
Col terzo album per
la Black Saint
David Murray consegue un molteplice trionfo artistico,
realizzando un disco unanimemente considerato un
capolavoro, prodotto da un lungimirante mecenate italiano
(Giovanni Bonandrini), inciso in pieno tripudio fusion e, a distanza di anni,
assurto al rango di classico. Impostosi appena ventenne
come il più credibile apostolo del verbo coltraniano,
sebbene nel suo fraseggio isterico si rinvengano anche
conati idiomatici di Albert Ayler ed Eric Dolphy, Murray
propone una musica a tratti opaca e
carica di scorie, eppure sempre straordinariamente
eccitante. Affidate a un ottetto in cui militano almeno
tre fuoriclasse dellavanguardia afro-americana -
Henry Threadgill (alto), Butch Morris (cornetta), George
Lewis (trombone) - le partiture di Ming sono
altamente rappresentative del talento del sassofonista.
La frenetica partenza di The Fast Life sprigiona
una forza travolgente, in mirabile
equilibrio fra tradizione e innovazione: il tema
polifonico lancia i solisti che, durante la fuga, vengono
saldamente tenuti in carreggiata dalla sezione fiati. Lo
stesso metodo mingusiano di abbinare vivaci melodie
esposte dal collettivo a convulse improvvisazioni
individuali si ritrova nei policromi arrangiamenti di Jasvan
e Deweys Circle. Lomonima ballad che
Murray dedica alla propria moglie - Ming, la
fanciulla ritratta in copertina - offre a Lewis
loccasione di integrare la sua immagine di severo
jazzista col registro più romantico del suo strumento.
Con The Hill Murray firma una delle pagine più
emblematiche del suo repertorio, riletta dallo stesso
autore in momenti e con organici diversi (Flowers For
Albert; Let The Music Take You; Sweet
Lovely; The Hill): divisa in una prima parte
quasi dissonante e in una seconda più euforica, la
composizione si apre con un fitto dialogo
clarone/contrabbasso per poi evolvere in una
mini-sinfonia free. In definitiva, anche David Murray ha
contribuito a salvarci dagli anni Ottanta. - B.A.
/ E.I.J.
DAVID MURRAY - HOME
(1981)
DAVID MURRAY - I
WANT TO TALK ABOUT YOU (1986)
DAVID MURRAY - THE
HILL (1986)
DAVID MURRAY - DEEP
RIVER (1988)
DAVID MURRAY - LOVERS
(1988)
DAVID MURRAY - TENORS
(1988)
DAVID MURRAY - BALLADS
(1988)
MURRAY / TYNER /
HOPKINS / JONES - SPECIAL QUARTET (1990)
DAVID MURRAY - BALLADS
FOR BASS CLARINET (1991)
DAVID MURRAY /
MILFORD GRAVES - REAL DEAL (1991)
DAVID MURRAY - OCTET
PLAYS TRANE (1999)

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