Introduzione / Introduction
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THE VOICE OF MUSIC ... LA VOCE DELLA MUSICA
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JAZZ

S

DAVE SANTORO - STANDARDS BAND (1999)

DAVE SANTORO - STANDARDS BAND II (2000)

DIETER SCHERF - INSIDE-OUTSIDE REFLECTIONS (1974)


GIANCARLO SCHIAFFINI - ABOUT MONK (1992) FOREVER YOUNG

Anche più dello stesso From G To G di Gianluigi Trovesi (cinque stelle su Down Beat) o dell’acclamato Urban Shout dei Nexus, entrambi presenti a queste sedute, About Monk di Giancarlo Schiaffini è uno dei capolavori del moderno jazz italiano e, dunque, mondiale. Nel 1992 la benemerita Pentaflowers offre a Schiaffini - dottore in biofisica, esperto gourmet, apprezzato virtuoso del trombone, nonché collaboratore di maestri dell’avanguardia come John Cage e Luigi Nono - l’occasione per incidere uno dei suoi rari, preziosi album da titolare. Detto fatto, egli recluta una formazione impressionante, sistemando la rinomata coppia Tiziano Tononi (batteria) e Daniele Cavallanti (sax tenore) accanto a solisti prestigiosi come lo stesso Gianluigi Trovesi (sax alto, clarinetti), Eugenio Colombo (sax soprano, flauto), Rudy Migliardi (tuba), Pasquale Innarella (corno francese), Piero Leveratto (contrabbasso), Fulvio Maras (percussioni). L’assemblaggio delle voci strumentali denota gusto e sagacia in egual misura. Il riferimento a Thelonius Monk mira a evocare lo spirito del grande pianista, più che a interpretarne le composizioni, in effetti tutte firmate da Schiaffini. E tuttavia, leggendo fra le righe, almeno a nostro parere viene fuori che dietro Per Nulla Chiaro potrebbe esserci il tema sghembo di Misterioso, mentre senza dubbio ‘Round Twilight, Mercoledì 17, Ottusangoli e NDK (Nica De Koenigwarter) citano, rispettivamente, ‘Round Midnight, Friday The 13th, Brilliant Corners e Pannonica. Lasciamo all’ascoltatore il piacere di scoprire altri indizi più o meno occulti. Con improvvisatori di questo calibro tutti gli assoli, inevitabilmente, sono degni di nota. In particolare, segnaliamo la fuga di Trovesi sul tempo in 4/4 di Potenza dell’Anacoluto (sax) e il suo fraseggio dal retrogusto levantino su Blookan (clarinetto), il virile impeto di Cavallanti su Ottusangoli, la dolente processione polifonica di Interballad, gli effetti sonori in stile “giungla” di Indigo Owl e Trocheo Reale. Ovunque, gli impeccabili interventi e la salda direzione di Schiaffini mantengono costantemente alto il livello dell’attenzione. - B.A.


GIANCARLO SCHIAFFINI / PETER FRAIZE TRIO - DECONSTRUCTION! (2000)

LOUIS SCLAVIS / DOMINIQUE PIFARÉLY - ACOUSTIC QUARTET (1993)

JOHN SCOFIELD - JOHN SCOFIELD (EAST MEETS WEST) (1977)

JOHN SCOFIELD - ROUGH HOUSE (1978)

JOHN SCOFIELD - BAR TALK (1980)

JOHN SCOFIELD - OUT LIKE A LIGHT (1981)

JOHN SCOFIELD - SHINOLA (1981)

JOHN SCOFIELD - TIME ON MY HANDS (1989) FOREVER YOUNG


JOHN SCOFIELD - MEANT TO BE (1990) FOREVER YOUNG

JOHN SCOFIELD - WHAT WE DO (1992) FOREVER YOUNG

Roba seria. Gente con le palle. Niente trucchi. Musica di sostanza. E, in una discografia di valore assoluto, i due album più belli di John Scofield. Nel corso degli anni, il quartetto senza piano diventerà un tramite ideale per il linguaggio fluido e imprevedibile del nostro, intento a dialogare, di volta in volta, con un sax (Joe Henderson*, Chris Potter, Michael Brecker§) o un’altra chitarra [Bill Frisell (Grace Under Pressure), Pat Metheny (I Can See Your House From Here).
Meant To Be - Collaudata con successo quella formula e stabilita un’intesa subliminale con Joe Lovano sullo splendido Time On My Hands, Scofield convoca ancora il grande tenorista italo-americano per approfondire il discorso. Sostituire la coppia motrice di quel CD - Charlie Haden, Jack DeJohnette - appariva quasi impossibile: Marc Johnson (contrabbasso) e Bill Stewart (batteria) sopravvivono al cimento, l’uno forte dell’esperienza maturata alla corte di Bill Evans e Stan Getz, l’altro sfoggiando una sensibilità ritmica che gli è valsa la stima di prestigiosi capiscuola. Le composizioni sono tutte del leader: rapide pennellate melodiche su cui i solisti improvvisano graduando nuance e idee pressoché inesauribili. Il livello dei fraseggi è elevato e omogeneo sia sui pezzi più sostenuti (Big Fan; Go Blow; Eisenhower; Some Nerve) che sui tempi medi (Chariots; The Guinness Spot) e lenti (Keep Me In Mind; French Flics; Meant To Be). Potenza della suggestione, Mr. Coleman To You sembra una pagina strappata al catalogo Atlantic di Ornette, mentre il sinistro tema di Lost In Space evoca l’immagine di un astronauta perso nello spazio siderale. Dopo Steve Swallow (Still Warm) e Peter Erskine (Time On My Hands), alla produzione si avvicenda un altro nome eccellente - Don Grolnick - a conferma del credito di cui Scofield gode nella comunità jazz.
What We Do - Il successo (artistico) di Meant To Be induce la Blue Note a richiamare la formazione per ulteriori sedute. Tuttavia, forse a causa di agende inconciliabili, Dennis Irwin subentra a Marc Johnson. Con ¾ dello stesso personale, What We Do è da considerarsi, a tutti gli effetti, la seconda fase di un unico progetto. Se possibile, l’affiatamento tra Scofield e Lovano cresce ancora. Si parte in punta di piedi con la passeggiatina di Little Walk, il cui incedere tranquillo serve a sgranchire le dita dell’uno e a “rompere il fiato” dell’altro. Su Camp Out assistiamo al decollo verticale di chitarra e sax, con la straordinaria “chase” finale in cui i reciproci interventi si accorciano gradualmente fino a sovrapporre le voci dei due protagonisti: spettacolare! Anche in questa occasione Scofield si conferma autore eclettico e ispirato: se dall’orecchiabile refrain di Big Sky affiorano le sue radici “rhythm ‘n’ blues”, Easy For You ribadisce una squisita dimestichezza con i criteri formali della ballad. Le fughe swing di Call 911, Say The Word e What They Did allestiscono il contesto più idoneo a esaltare gli incandescenti assoli della semi-acustica Ibanez e del tenore Borgani (l’anticonformismo traspare anche dalla scelta di strumenti alternativi ai convenzionali Gibson e Selmer). Fin dal titolo, Imaginary Time evoca una qualche dimensione misteriosa o imperscrutabile, falsariga melodica ricorrente nelle pagine scritte da Scofield. [P.S. - *So Near, So Far (Joe Henderson), Unspoken (Chris Potter), §Now (John Patitucci)] - B.A.


JOHN SCOFIELD - GRACE UNDER PRESSURE (1991)

JOHN SCOFIELD - HAND JIVE (1993)


JOHN SCOFIELD & PAT METHENY - I CAN SEE YOUR HOUSE FROM HERE (1993) FOREVER YOUNG

Dispiace ricordarlo, ma anche la critica più autorevole liquidò con sufficienza l’impresa discografica del 1994, archiviandola sbrigativamente nella pattumiera delle occasioni mancate. In realtà, il clamoroso summit tra Pat Metheny e John Scofield, al di là di un ovvio valore simbolico, produsse ragguardevoli, duraturi, sostanziosi contenuti musicali. Grazie all’accorta regia di Lee Townsend, il progetto parte subito bene, con la sezione ritmica affidata a Steve Swallow (basso) e Bill Stewart (batteria), la stessa coppia che Scofield impiegherà sullo splendido EnRoute. L’interplay tra solisti e accompagnatori è sublime: l’aggressivo stile blues-bop-funk di Scofield ispira I Can See Your House From Here, Everybody’s Party e One Way To Be, legandosi spontaneamente all’impareggiabile senso melodico di Metheny su Message To My Friend e Say The Brother’s Name, due ballad degne della sua stagione ECM. Entrambi i leader alternano i rispettivi strumenti elettrici (Ibanez AS200; Gibson ES-175; Roland GR300) alle chitarre acustiche, tingendo gli arrangiamenti di innumerevoli nuance sonore. A conferma di un istintivo temperamento di improvvisatori, Pat e John si esaltano l’uno nei pezzi dell’altro: Metheny su No Matter What e No Way Jose, Scofield su S.C.O. e Quiet Rising. Apponendo il proprio sigillo all’evento, la Blue Note continua a scrivere la storia del jazz. - B.A.


JOHN SCOFIELD - GROOVE ELATION! (1995)

JOHN SCOFIELD - QUIET (1996)


JOHN SCOFIELD - A GO GO (1998)

Poter raccontare ai figli di aver suonato con Miles Davis. Aver contribuito alla resurrezione artistica e al rilancio commerciale della Blue Note. Esibire un catalogo che annovera gioielli come Still Warm, Time On My Hands, Meant To Be, Grace Under Pressure, What We Do, I Can See Your House From Here, EnRoute. Appartenere al corpo d’èlite che salvò il mondo dagli anni Ottanta (Pat Metheny, John Abercrombie, Ralph Towner, Steve Khan, Joe Lovano, Bennie Wallace, Jerry Bergonzi). Per John Scofield non era ancora abbastanza. E dunque, appena trasferito alla Verve, dopo l’interessante Quiet, il chitarrista registra un altro disco memorabile. La scelta dell’organico si rivela ispirata e decisiva, eppure … chi cavolo sono Medeski, Martin & Wood? Scofield aveva sentito parlare di un dinamico trio che, proponendo un pot-pourri strumentale di jazz, funk e rhythm ‘n’ blues, stava spopolando nei campus universitari: l’idea di una collaborazione si concretizza sotto l’accorta regia di Lee Townsend. Sintonizzati telepaticamente grazie alle comuni radici stilistiche, il veterano fusion e i tre giovani improvvisatori creano una musica che fa scintille dappertutto: impianto a valvole, cuffia hi-fi, autoradio esoterica, party fichetto. I fraseggi di Scofield e Medeski affiorano dal denso amalgama tra sezione ritmica [Martin (batteria); Wood (basso elettrico, contrabbasso)] e splendidi suoni vintage (semi-acustica Ibanez, piano Wurlitzer, organo Hammond), per poi inabissarsi ancora nel vortice gorgogliante del “groove”. Tra titoli inequivocabili come A Go Go, Chank, Boozer, Southern Pacific, Hottentot, Chicken Dog, Jeep On 35 c’è solo l’imbarazzo della scelta. Straordinaria la dedica a Stanley Kubrick (Kubrick): due minuti di pura atmosfera che ai cinefili ricorderanno, secondo le rispettive sensibilità, la brama perversa di Humbert Humbert (Lolita), la rieducazione coatta di Alex DeLarge (A Clockwork Orange), la lenta agonia di HAL 9000 (2001: A Space Odyssey), il cruento delirio di Gomer Pyle/Palla di Lardo (Full Metal Jacket). Raccomandabile anche il secondo capitolo (Out Louder), pubblicato dallo stesso quartetto nel 2006. - B.A.


JOHN SCOFIELD - BUMP (2000)

JOHN SCOFIELD - WORKS FOR ME (2001)

JOHN SCOFIELD - ÜBERJAM (2002)

JOHN SCOFIELD - UP ALL NIGHT (2003)

JOHN SCOFIELD - EnROUTE (2003) FOREVER YOUNG

SCOFIELD / LOVANO / HOLLAND / FOSTER - OH! (2003)

SCOFIELD, MEDESKI, MARTIN & WOOD - OUT LOUDER (2006)

JOHN SCOFIELD - THIS MEETS THAT (2007)

BUD SHANK - THE BUD SHANK QUARTET (1956)

BUD SHANK - BUD SHANK QUARTET FEATURING CLAUDE WILLIAMSON (1956)

BUD SHANK - BUD SHANK PLAYS TENOR (1957)

BUD SHANK / BILL PERKINS - BUD SHANK / BILL PERKINS (1955/1958)

BUD SHANK - NEW GROOVE (1961)

BUD SHANK - THE PACIFIC JAZZ BUD SHANK STUDIO SESSIONS (1956-61)

WOODY SHAW - BLACKSTONE LEGACY (1970)

WOODY SHAW - SONG OF SONGS (1972)


WOODY SHAW - THE MOONTRANE (1974) FOREVER YOUNG

Pepper Adams, Al Cohn, Phil Woods, Mark Murphy: sono solo alcuni dei fuoriclasse che, rimasti in braghe di tela negli anni '70 ed emarginati dall’avvento del rock, continuarono a registrare la propria musica grazie all’etichetta indipendente di Joe Fields. In particolare, sotto le benemerite insegne della Muse, Woody Shaw compilò il suo manifesto estetico, intitolato a una composizione - tra le più belle della storia del jazz - che il trombettista aveva inciso per la prima volta insieme a Larry Young nel 1965 (Unity). Adottando una formula strumentale prediletta ed efficiente (tromba, trombone, sax tenore/soprano, sezione ritmica, percussioni), Shaw ripropone il meraviglioso tema di The Moontrane valorizzandone le sontuose armonie in un sublime amalgama di ricercatezza e comunicativa. Assistito da improvvisatori del calibro di Azar Lawrence e Steve Turre, con Onaje Allan Gumbs al pianoforte (acustico/elettrico), Victor Lewis alla batteria, Guilherme Franco alle rifiniture e Cecil McBee o Buster Williams che si alternano al contrabbasso, il leader cavalca gli arrangiamenti con gagliarda autorevolezza, sparando raffiche di assoli al fulmicotone e issando l’idioma hard-bop al suo stadio evolutivo più avanzato. Ciascun membro della prima linea partecipa alla scaletta con una propria composizione: gli aromi latini di Sanyas (Turre), la foga strumentale di Tapscott’s Blues (Lawrence), il fascino onirico di Are They Only Dreams? (Gumbs). Woody torna protagonista con la splendida melodia di Katrina Ballerina, di cui offrirà una versione più sofisticata (e migliore) sul magnifico United. L’album fu dapprima ristampato su CD dalla 32 Jazz, per poi essere incluso nel prezioso cofanetto Mosaic The Complete Muse Sessions. - B.A.


WOODY SHAW - LITTLE RED’S FANTASY (1976)


WOODY SHAW / ANTHONY BRAXTON - THE IRON MEN (1977)

Due integerrimi fuoriclasse degli anni Settanta si alleano per tributare un omaggio (sottinteso) a Eric Dolphy, comune modello di riferimento. L’influenza esercitata del fiatista californiano su entrambi consiste, rispettivamente, nell’ingaggio di Woody Shaw per le sedute prodotte da Alan Douglas nel 1963 (Conversations; Iron Man), e nel debito espressivo contratto da Anthony Braxton verso quel tipico fraseggio “parlato”. A capo di un superlativo sestetto che annovera Arthur Blythe (sax alto), Muhal Richard Abrams (pianoforte), Cecil McBee (contrabbasso), Joe Chambers e Victor Lewis (batteria), Shaw e Braxton celebrano i fasti della più creativa stagione del jazz col diligente recupero di Iron Man e Jittergbug Waltz dai suddetti album: le acrobazie dello sfortunato trombettista e gli assoli dell’intellettuale afro-americano squassano la disciplina degli arrangiamenti, mantenendone lo sviluppo in bilico tra isteria e controllo. L’altra interpretazione di rilevo è Symmetry, intricata partitura ripresa da uno dei capolavori Blue Note di Andrew Hill (Andrew!!!), in cui Abrams plasma il proprio intervento ispirandosi allo spigoloso stile dell’autore. - B.A.


WOODY SHAW - LIVE VOLUME ONE / TWO / THREE / FOUR (1977)


WOODY SHAW - THE COMPLETE CBS STUDIO
RECORDINGS OF WOODY SHAW
(1977/1981)
FOREVER YOUNG

WOODY SHAW - ROSEWOOD (1977) FOREVER YOUNG

WOODY SHAW - WOODY III (1979)

WOODY SHAW - FOR SURE! (1979/1980)

WOODY SHAW - UNITED (1981)

Come racconta Michael Cuscuna, curatore delle ristampe Blue Note, guru della Mosaic, responsabile editoriale di questo prezioso cofanetto ed estensore dell’austero booklet incluso, Woody Shaw raggiunse la maturità artistica nel momento sbagliato. Alla fine degli anni Settanta, infatti, il jazz era ormai ridotto a un organismo in putrefazione e se oggi la sacra fiamma arde ancora lo dobbiamo a incorruttibili templari come Phil Woods e Woody Shaw. Deciso a non salire sul traballante carrozzone fusion, ma non abbastanza fortunato da incidere per la ECM, Shaw strappò un contratto alla CBS grazie a una raccomandazione del produttore Bruce Lundvall. Lo scarso interesse dell’etichetta per quell’investimento esiguo consentì a Woody un’ampia libertà espressiva. Da “creativo” autentico, egli seppe trarre profitto anche dai pochi soldi disponibili, organizzando prima folti organici strumentali per gli ambiziosi Rosewood, Woody III e For Sure!, poi un superlativo quintetto/sestetto di virtuosi per lo splendido United. Il suo linguaggio armonicamente evoluto, stilisticamente moderno e tecnicamente complesso era il risultato di un duro tirocinio alla corte di maestri come Eric Dolphy (Iron Man), Horace Silver (The Cape Verdean Blues) e Larry Young (Unity). Una sezione fiati a nove voci viene impiegata per elaborare gli arrangiamenti di The Legend Of Cheops, Rosewood e Sunshowers (Rosewood): lungo gli spaziosi corridoi del pentagramma si susseguono le spericolate fughe del leader rincorso da Joe Henderson (tenore) e Carter Jefferson (soprano). Le due ballad propongono letture assai diverse della medesima formula musicale: l’uso del piano elettrico su Everytime I See You è chiaramente ispirato al sound della scuola CTI, allora in auge; all’opposto, una sobria dimensione acustica esalta il profilo melodico di Theme For Maxine. Spinta ad alta velocità dalla batteria di Victor Lewis, Rahsaan’s Run è una sentita dedica a Roland Kirk che verrà ripresa più volte dal leader, sia dal vivo che in studio: superbi gli interventi del trombettista e degli altri solisti. L’ambiziosa suite in tre movimenti di Woody III celebra l’energia vitale della famiglia, rappresentata in copertina da altrettante generazioni di Shaw (patriarca, figlio, nipote). L’aspro sax alto di James Spaulding balena lungo le iridescenti polifonie della trilogia, per poi lottare a colpi di assoli sull’affollato ring di To Kill A Brick. La splendida esecuzione in quartetto di Organ Grinder, scritta in memoria del compianto Larry Young, è contraddistinta da un ambiguo riff esposto all’unisono dal contrabbasso (Buster Williams) e dalle note gravi del pianoforte (George Cables). Più disorganico a causa delle ridondanti parti cantate da Judi Singh (Time Is Right; Why) For Sure! trova i suoi momenti migliori nel clima amazzonico di Isabel The Liberator e nel raffinato “mainstream” di Ginseng People e OPEC. Alla fine del 1979 era entrato in formazione il formidabile Stafford James (contrabbasso) che, insieme al giovane Tony Reedus (batteria) e al fenomeno Mulgrew Miller (piano), formerà l’architrave ritmico di United e, l’anno dopo, dell’eccellente Lotus Flower (Enja). L’inedita front-line a due ottoni si giova della vulcanica inventiva di Steve Turre (trombone). Le doti del combo brillano soprattutto su quattro episodi: un geniale tema di Wayne Shorter (United) risalente alla militanza dell’autore nei Jazz Messengers, un astratto collage metrico (Pressing The Issue) firmato da Miller, un incantevole valzer (Katrina Ballerina) già inciso da Woody sul classico The Moontrane, un’elegante variazione sull’immortale partitura di On Green Dolphin Street (The Greene Street Caper), in cui la sordina evoca lo spirito di Miles Davis. Gli ultimi anni di Shaw saranno segnati da eventi drammatici, culminanti nel tragico incidente che lo porterà alla morte. Per chi avrà la gioia di ascoltarla, rimane la sua tromba. Non è poco. - B.A.


WOODY SHAW - LOTUS FLOWER (1982) FOREVER YOUNG


WOODY SHAW - TIME IS RIGHT (1983)

Quando l’ondata elettrica degli anni '70 travolse anche il jazz, il quintetto di Woody Shaw (insieme alla band di Phil Woods) tenne alto il vessillo del suono acustico con alcuni album che accanto a un'avanzatissima concezione musicale conservavano un’immacolata integrità artistica. Nel gruppo militavano i più creativi stilisti afro-americani del momento: la futura superstar del piano Mulgrew Miller, Steve Turre al trombone, Tony Reedus alla batteria, e uno dei più grandi contrabbassisti moderni, Stafford James. Questa eccellente registrazione live offre lo spunto per andare a riscoprire anche gli altri gioielli discografici di una splendida e sottovalutata formazione. - B.A.


WOODY SHAW / TONE JANŠA - WOODY SHAW WITH TONE JANŠA QUARTET (1985)

WOODY SHAW / TONE JANŠA - Dr. CHI (1986)

A volte capita di scovare dischi che dietro una confezione anonima celano autentici tesori musicali. È il caso di questa gemma del catalogo Timeless: il titolare è Woody Shaw, ma autore e arrangiatore di tutto il materiale è il sassofonista Tone Janša, leader del formidabile quartetto europeo che affianca il trombettista americano: Renato Chicco (piano), Peter Herbert (contrabbasso) e Dragan Gajic (batteria), sensibile interprete di una scansione ritmica costruita sui piatti. Il primo indizio incoraggiante è l’assenza di standard, espediente tipico della blowin’ session frettolosa. I brani originali di Janša offrono perlopiù brevi spunti tematici, semplici tracce modali finalizzate a creare un percorso ciclico per le fughe dei solisti: dotato di una sonorità che alterna limpidezza e raucedine, capace di un fraseggio torrenziale, a tratti grufolante, Janša è un autentico tornado al tenore e al soprano. Di Shaw sappiamo già tutto. Aggiungiamo solo che questo album è al livello dei suoi capolavori CBS degli anni Settanta. - B.A.

Lo stesso discorso vale per l’eccellente Dr. Chi, inciso l’anno dopo in Jugoslavia. Alexander Deutsch sostituisce Dragan Gajic alla batteria. - B.A.


WOODY SHAW - THE COMPLETE MUSE SESSIONS (1965/1987)

WAYNE SHORTER - INTRODUCING WAYNE SHORTER (1959)

WAYNE SHORTER - SECOND GENESIS (1960)

WAYNE SHORTER - WAYNING MOMENTS (1962)

WAYNE SHORTER - NIGHTDREAMER (1964)

WAYNE SHORTER - JU JU (1964) FOREVER YOUNG


WAYNE SHORTER - SPEAK NO EVIL (1964) FOREVER YOUNG

Ancor prima di fondare i Weather Report, Wayne Shorter era già stato discepolo di Art Blakey, delfino di Miles Davis e titolare di una corposa, straordinaria discografia personale. In effetti, i suoi temi di bellezza metafisica e il caratteristico fraseggio ancheggiante del suo tenore - cardini estetici dei Jazz Messengers e del più evoluto combo acustico di Davis - si svilupparono proprio negli album incisi per la Blue Note. Non è dato sapere se e quanto Miles ascoltò questa musica, ma le intuizioni presenti su Speak No Evil diverranno componenti essenziali di capolavori come E.S.P., Miles Smiles e Nefertiti. Se da un lato Herbie Hancock, Ron Carter e lo stesso sassofonista anticipano la genesi del quintetto per eccellenza, dall’altro Freddie Hubbard si cala con disinvoltura nel ruolo che di lì a poco verrà requisito dal “divino”, mentre Elvin Jones ripristina l’affannoso battito cardiaco delle sedute coltraniane. Protetti da quei numi tutelari (Davis/Coltrane), i solisti elaborano le suggestive melodie di Shorter ispirate a fiabe, leggende e arti occulte: Witch Hunt, incalzante caccia alle streghe condotta in un susseguirsi di inquietudine e frenesia; Dance Cadaverous, che a dispetto del titolo macabro mette in scena un fascinoso valzer carico di lirismo; Fee-Fi-Fo-Fum, col piano di Hancock intriso di funk e la pirotecnica tromba di Hubbard memore delle collaborazioni con Ornette Coleman (Free Jazz), Oliver Nelson (The Blues And The Abstract Truth) ed Eric Dolphy (Out To Lunch!); Speak No Evil, ossessivo riff modale che scatena una gara di improvvisazione tra i membri della prima linea (Shorter, Hubbard, Hancock); Infant Eyes, eterea ballad da tarda notte, di cui Steve Khan arrangiò una magistrale versione per chitarra (Evidence); Wild Flower, acquerello floreale in 6/4, dipinto accentuando il contrasto tra le tinte accese dei fiati e le morbide pennellate della batteria. Ignota l’identità della donna orientale ritratta in copertina (in assenza di dati certi, preferiamo non congetturare). - B.A.


WAYNE SHORTER - THE SOOTHSAYER (1965)

WAYNE SHORTER - ET CETERA (1965) FOREVER YOUNG

WAYNE SHORTER - THE ALL SEEING EYE (1965)

WAYNE SHORTER - ADAM’S APPLE (1966) FOREVER YOUNG

WAYNE SHORTER - SCHIZOPHRENIA (1967)

WAYNE SHORTER - FOOTPRINTS LIVE! (2002)

HORACE SILVER - HORACE SILVER & THE JAZZ MESSENGERS (1954)

HORACE SILVER - SIX PIECES OF SILVER (1956)

HORACE SILVER - FINGER POPPIN’ (1958)

HORACE SILVER - BLOWIN’ THE BLUES AWAY (1959)

HORACE SILVER - HORACE-SCOPE (1960)

HORACE SILVER - SONG FOR MY FATHER (1964)

HORACE SILVER - THE CAPE VERDEAN BLUES (1965)

ZOOT SIMS - DOWN HOME (1960)

ZOOT SIMS - ZOOT AT EASE (1973)

ZOOT SIMS - ZOOT SIMS’ PARTY (1974)

SIX SAX - HOMENAJE

STEVE SLAGLE - OUR SOUND! (1995)

JIMMY SMITH - HOUSE PARTY (1957)

JIMMY SMITH - THE SERMON! (1958)

JIMMY SMITH - MIDNIGHT SPECIAL (1960)

JOHNNY SMITH - MOONLIGHT IN VERMONT


MARVIN “SMITTY” SMITH - KEEPER OF THE DRUMS (1987)

MARVIN “SMITTY” SMITH - THE ROAD LESS TRAVELED (1989)

Modello di riferimento è il miglior Art Blakey, quello che registrò per Blue Note e Riverside (Buhaina’s Delight, Mosaic, Caravan, Free For All, Indesctructible), ma anche quello della maturità artistica trascorsa in Europa (Album Of The Year). Rispetto all’inarrivabile archetipo, Marvin “Smitty” Smith si giova dei progressi hi-fi garantiti dalla Concord e adotta una sezione fiati a quattro voci invece che a tre, affidate su entrambe le session ai fuoriclasse Wallace Roney (tromba), Robin Eubanks (trombone), Steve Coleman (sax alto), Ralph Moore (sax tenore). La ricetta è semplice ma sempre appetitosa: jazz ad alto tasso calorico, spunti melodici concisi ma efficaci, fraseggi degni dei maestri a cui si ispirano i vari solisti, pari attenzione per forma e sostanza. I momenti più eccitanti sono quelli in cui l’immane potenza della batteria alimenta gli unisoni di ance e ottoni (Just Have Fun, The Creeper, Miss Ann, The Neighborhood, Concerto In B.G.), creando un colossale volume sonoro e una travolgente forza cinetica. In effetti, il contrassegno stilistico di Smith consiste proprio nel coniugare la finezza dello swing con l’energia del rock. Lo stupendo arrangiamento di Gothic 17, memorabile pagina post-progressive di Bill Bruford (Gradually Going Tornado), dimostra un’apertura mentale non comune, confermando il valore assoluto del grande batterista inglese e il gusto sopraffino del collega americano: il nitore della tromba di Roney esalta la bellezza del tema. Tra un album e l’altro cambia solo il reparto propulsivo e, accanto a “Smitty”, si avvicendano Lonnie Plaxico e Robert Hurst (contrabbasso), Mulgrew Miller e James Williams (pianoforte): come è evidente, tra le due formazioni c’è solo l’imbarazzo della scelta. [P.S. - Su The Road Less Traveled è presente anche il percussionista Kenyatte Abdur-Rahman.] - B.A.


TOMMY SMITH - BLUE SMITH (2000)

PAUL SMOKER TRIO / ANTHONY BRAXTON - QB (1984)

GARY SMULYAN - THE LURE OF BEAUTY (1990)

GARY SMULYAN - HOMAGE (1991)

GARY SMULYAN - SAXOPHONE MOSAIC (1993)

GARY SMULYAN - BLUE SUITE (1999)

GARY SMULYAN - HIDDEN TREASURES (2006)

GARY SMULYAN - SMUL’S PARADISE (2012)

SPONTANEOUS MUSIC ENSEMBLE - CHALLENGE (1966/1967)

STEPS - SMOKIN’ IN THE PIT (1979)

STEPS - STEP BY STEP (1979)

STEPS - PARADOX (1980)


BILL STEWART - THINK BEFORE YOU THINK (1989)

Insieme a Matt Wilson, Bill Stewart è il più interessante batterista jazz emerso tra la fine del secolo scorso e gli inizi del nuovo millennio. Applicandosi alla scienza ritmica in chiave tradizionale, cioè partendo da una delicata pulsazione swing, entrambi i colleghi di strumento ne aggiornano la sintassi per assecondare le riforme espressive proprie e altrui. In particolare, Stewart si metterà in luce alla corte di John Scofield, partecipando ad alcuni dei suoi album migliori (Meant To Be; What We Do; EnRoute), incluso il clamoroso summit con Pat Metheny (I Can See Your House From Here). Lo stile di Bill è fatto di morbidi, veloci rintocchi su timpano, rullante e piatto “ride”, alternati a improvvisi rimbombi esplosi dalla grancassa. Per l’esordio da leader, egli può già permettersi una squadra di fuoriclasse [Joe Lovano (sax tenore), Dave Holland (contrabbasso), Marc Cohen (pianoforte)], cui affidare lo squisito repertorio composto di standard antichi e moderni. Think Before You Think intitola il disco con uno brioso arrangiamento in trio (senza piano) che, l’anno successivo, ispirerà Lovano per l’analogo, splendido Sounds Of Joy. Lo stesso sassofonista porta in dote la vibrante energia di Dewey Said, già registrata a proprio nome sullo stupendo Village Rhythm. I due pezzi firmati da Holland (Faces; Processional) sprigionano una comune, evocativa atmosfera latina: poche settimane dopo, il bassista inglese inciderà la versione “autografa” del secondo brano, pubblicandola per l’ECM sull’ottimo Extensions. L’intramontabile esotismo di Little Niles, classico di Randy Weston, stimola le inesauste, poliedriche improvvisazioni di Cohen e Lovano. Il quartetto interpreta gli evergreen in crescendo, passando dalla formula ballad di Goodbye, al suadente tempo medio di When You’re Smiling, alla frenesia hard-bop di I’m Getting Sentimental Over You. - B.A.


BILL STEWART - SNIDE REMARKS (1995)

BILL STEWART - TELEPATHY (1997)

GRANT STEWART - DOWNTOWN SOUNDS (1992)

GRANT STEWART - MORE URBAN TONES (1995)

GRANT STEWART - GRANT STEWART + 4 (2004)

STRING TRIO OF NEW YORK - FIRST STRING (1979)

STRING TRIO OF NEW YORK - AREA CODE 212 (1980)

STRING TRIO OF NEW YORK - COMMON GOAL (1981)

STRING TRIO OF NEW YORK - REBIRTH OF A FEELING (1983)

STRING TRIO OF NEW YORK - NATURAL BALANCE (1986)

DAVE STRYKER - PASSAGE (1991)

DAVE STRYKER - BLUE DEGREES (1992)

DAVE STRYKER - FULL MOON (1994)

DAVE STRYKER - BIG ROOM (1996)

DAVE STRYKER - ALL THE WAY (1997)

JOHN SURMAN / BARRE PHILLIPS / STU MARTIN - THE TRIO (1970)

JOHN SURMAN - HOW MANY CLOUDS CAN YOU SEE? (1970)

JOHN SURMAN / JOHN WARREN - TALES OF THE ALGONQUIN (1971)

JOHN SURMAN - WESTERING HOME (1972)


JOHN SURMAN - UPON REFLECTION (1979)

Quel che sorprende, ascoltando Upon Reflection, è l’olimpica noncuranza con cui da quasi mezzo secolo Manfred Eicher asfalta le mode: vivesse pure su un altro pianeta, egli continuerebbe a produrre la musica che ama senza curarsi di quel che accade nel resto della galassia … insomma, una personalità forte … L’esordio di John Surman per l’ECM è un altro grande classico dell’etichetta tedesca. Fin da subito, il fiatista inglese assurge al gotha del prestigioso catalogo. Prima di reclutare Surman, Eicher aveva probabilmente ascoltato e apprezzato il suo Westering Home, al punto che per il nuovo progetto discografico gli propose un album da registrare con la stessa formula: le ance e le tastiere del titolare sovraincise in completa solitudine. Il fattore ECM - qualità audio immacolata, lussuosa accuratezza editoriale - agevolò il successo artistico dell’operazione. Impiegando tre strumenti più uno (sax soprano e baritono, clarinetto basso, sintetizzatori) per creare sezioni polifoniche e trame elettroacustiche, Surman ottiene un seducente, inedito ibrido espressivo in cui precipitano suggestioni folk (Caithness To Kerry, Prelude And Rustic Dance), echi accademici (Constellation), spunti seriali (Filigree, Following Behind) mai disgiunti da una rigorosa prassi jazz fondata sull’improvvisazione. Predilezioni personali: la sinistra sequenza armonica lacerata dal baritono su Beyond A Shadow, lo stupendo fraseggio del clarone su The Lamplighter, l’onirico tema di Edges Of Illusion, la cui essenza artificiale convive con gli assoli “biologici” dei due sax. {P.S. - John Surman aveva già registrato per l’ECM, collaborando con l’ex-partner (The Trio) Barre Phillips (Mountainscapes), con Mick Goodrick [In Pas(s)ing] e, nello stesso mese delle sedute per Upon Reflection (Maggio 1979), con Miroslav Vitous (First Meeting)} - B.A.


JOHN SURMAN - THE AMAZING ADVENTURES OF SIMON SIMON (1981)

JOHN SURMAN - WITHHOLDONG PATTERN (1984)

JOHN SURMAN - PRIVATE CITY (1987)

JOHN SURMAN - ROAD TO SAINT IVES (1990)

JOHN SURMAN - ADVENTURE PLAYGROUND (1991)

JOHN SURMAN - STRANGER THAN FICTION (1993)

JOHN SURMAN - A BIOGRAPHY OF REV. ABSALOM DAWE (1994)

JOHN SURMAN - FREE AND EQUAL (2003)

JOHN SURMAN - BREWSTER’S ROOSTER (2006)

STEVE SWALLOW - REAL BOOK (1993)

STEVE SWALLOW - DECONSTRUCTED (1995)

STEVE SWALLOW - ALWAYS PACK YOUR UNIFORM ON TOP (1999)

STEVE SWALLOW / OHAD TALMOR - L’HISTOIRE DU CLOCHARD (2002)

JOHN SWANA - INTRODUCING JOHN SWANA (1990)

JOHN SWANA - JOHN SWANA & FRIENDS (1991)

JOHN SWANA - IN THE MOMENT (1995)

JOHN SWANA - TUG OF WAR (1998)

 

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