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THE VOICE OF MUSIC ... LA VOCE DELLA MUSICA
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FUSION

N-Z

MILTON NASCIMENTO - CLUBE DA ESQUINA (1972)

MILTON NASCIMENTO - MILAGRE DOS PEIXES (1973)

MILTON NASCIMENTO / WAYNE SHORTER - NATIVE DANCER (1975)

MILTON NASCIMENTO - GERAES (1976)

MILTON NASCIMENTO - MILTON (1976)

MILTON NASCIMENTO - CLUBE DA ESQUINA 2 (1978)

MILTON NASCIMENTO - JOURNEY TO DAWN (1979)

MILTON NASCIMENTO - SENTINELA (1980)

MILTON NASCIMENTO - ENCONTROS E DESPEDIDAS (1985)

MILTON NASCIMENTO - YAUARETÊ (1987)

CLAUS OGERMAN / MICHAEL BRECKER - GATE OF DREAMS (1977)


CLAUS OGERMAN / MICHAEL BRECKER - CITYSCAPE (1982) FOREVER YOUNG

Il progetto sperimentato con successo sul precedente Gate Of Dreams arriva a maturazione con Cityscape, suggellando il valore assoluto di un incontro al vertice. Si tratta senza dubbio di un album jazz, perché il solista improvvisa con frequenza, ma alla formazione tradizionale, relegata sullo sfondo, è anteposta una sontuosa orchestra d’archi. Artefice del velo di seta che avvolse gli arrangiamenti di Francis Albert Sinatra & Antonio Carlos Jobim, Claus Ogerman confeziona un nuovo, sfarzoso drappo sonoro su cui campeggia il sax tenore di Michael Brecker, turgido ed espressivo più che mai. I fidi specialisti incaricati di scandire il ritmo - Warren Bernhardt (piano), Steve Gadd (batteria), Eddie Gomez (contrabbasso), Marcus Miller (basso elettrico) etc. - si limitano a srotolare ai piedi del virtuoso un tappeto quasi trasparente (eccezion fatta per lo splendido intermezzo su Nightwings). Le stupende melodie di Ogerman evocano atmosfere oniriche, ambigue, suggestive. In questo senso, tema e assolo di In The Presence And Absence Of Each Other (Part 1) definiscono un memorabile classico al di sopra dei generi. - B.A.


CLAUS OGERMAN / MICHAEL BRECKER - CLAUS OGERMAN FEATURING MICHAEL BRECKER (1991)

OREGON - OUR FIRST RECORD (1970)


OREGON - MUSIC OF ANOTHER PRESENT ERA (1973)

Il titolo dell’esordio ufficiale (gli Oregon avevano già inciso altro materiale, che verrà pubblicato anni dopo come Our First Record) coglie con efficacia lo spirito di una musica che evoca, al tempo stesso, un passato ancestrale, un presente “altro” e un futuro a misura d’uomo. Nel calderone dei quattro alchimisti finiscono reminiscenze dodecafoniche, frammenti di jazz, reperti di civiltà precolombiane e souvenir assortiti dall’India. Chitarrista venerato in tutto il mondo, Ralph Towner è un fenomeno anche al piano, strumento che suona con un approccio prossimo allo stile di Bill Evans. Ogni pezzo contiene spunti interessanti e assoli pregevoli: la potenza acustica erogata a pieno regime su North Star e Touchstone; il duetto chitarra-sitar di The Rough Places Plain; l’atmosfera latina di The Swan; il bagliore melodico di The Silence Of A Candle, primo di numerosi classici firmati da Ralph. Onore alla Vanguard, etichetta editrice degli Oregon dal 1970 al 1979. - B.A.


OREGON - DISTANT HILLS (1974) FOREVER YOUNG

OREGON - WINTER LIGHT (1975) FOREVER YOUNG

OREGON - IN CONCERT (1975)

OREGON / ELVIN JONES - TOGETHER (1976)

OREGON - FRIENDS (1977)


OREGON - VIOLIN (1978) FOREVER YOUNG

Oregon’s range of musical referents is unusually broad. The band is equally at home with baroque counterpoint, Indian raga, harmonically advanced improvising, rock rhythms and contemporary classicism. The various influences and elements have been absorbed into an attractively consistent style. - Robert Palmer

Cronaca discografica di un meeting straordinario. Zbigniew Seifert - violinista polacco conosciuto ad Avignon durante un programma per Radio France - incontra in studio gli alfieri della “globalizzazione”. L’ospite cosparge di spezie il denso amalgama strumentale degli Oregon. L’album si apre con Violin, 15 minuti di improvvisazione collettiva adagiati su un soffice tappeto ritmico (tabla, contrabbasso): col suo archetto, Seifert scocca nugoli di note che si intersecano agli assoli di Towner e McCandless. Il chitarrista firma due melodie ariose (Raven’s Wood; Friend Of The Family) - ideali per stimolare l’interplay - e una delle sue miniature più incantevoli (Serenade). Un piccolo capolavoro, impeccabilmente ristampato in sinergia da Vanguard e Comet. - B.A.


OREGON - OUT OF THE WOODS (1978) FOREVER YOUNG

Neanche fossero i Rolling Stones, gli Oregon continuano imperterriti a restare insieme dopo 35 anni dall’esordio e solo la tragica scomparsa di Collin Walcott, nel 1984, ha impedito alla storica formazione di arrivare integra ai giorni nostri. Sotto la guida illuminata di Ralph Towner - chitarrista/pianista/autore senza eguali - il quartetto distillava il meglio del jazz (improvvisazione) e i suoni naturali della Terra (corde, legni, pelli), evitando la routine del “mainstream” e il ciarpame etnico della “world music”. I fiati accademici di Paul McCandless (oboe, corno inglese, clarinetto basso) e le chitarre acustiche di Towner (6 corde classica, 12 corde Guild) scolpiscono forme di segno espressionista (Yellow Bell; Vision Of A Dancer; Cane Fields; Dance To The Morning Star), animate dalla pulsazione del contrabbasso di Glen Moore e da assoli sempre ispirati. L’assenza della batteria, sostituita dagli strumenti assortiti di Walcott (tabla, sitar etc.), accresce il senso di esotismo che promana dalle splendide composizioni: l’arpeggio ostinato di Waterwheel, che Towner riprenderà anche su Batik, con un arrangiamento più asciutto ma altrettanto bello; una versione dilatata di Witchi-Tai-To, moderno standard firmato dal sassofonista “native american” Jim Pepper, reso celebre dall’omonimo album ECM di Jan Garbarek e già interpretato dagli Oregon su Winter Light. A dispetto dei pedanti distinguo della critica, tutti i loro dischi - dal 1970 al 1985 - sono essenziali e, di fronte a un catalogo così imponente, i neofiti hanno solo l’imbarazzo della scelta. Noi inseriamo Out Of The Woods nella sezione FOREVER YOUNG perché oggi ci va così. Domani si vedrà. - B.A.


OREGON - MOON AND MIND (1979)

L’ultimo album prodotto dalla Vanguard chiude degnamente un rapporto artistico memorabile. L’originale formula dei duetti incrociati - adottata nella circostanza - si dimostra feconda: una straordinaria interpretazione di Gloria’s Step - capolavoro di Scott LaFaro - in cui la chitarra classica di Towner fa il verso al piano di Bill Evans; Person-To-Person, volo nuziale tra la Guild 12 corde e le tabla di Walcott; Elevator, esaltante deviazione stilistica di segno progressive. E altre meraviglie. - B.A.


OREGON - ROOTS IN THE SKY (1979) FOREVER YOUNG

OREGON - IN PERFORMANCE (1980)

OREGON - OREGON (1983)

OREGON - CROSSING (1985)

PAZ - KANDEEN LOVE SONG (1977)

PAZ - PAZ ARE BACK (1981)


PAZ - LOOK INSIDE (1983)

PAZ - ALWAYS THERE (1986)

Insomma, perché no? Con la P2 al governo e l’Italia strafelice della circostanza, non ci si vorrà negare un’innocente evasione da questa sconcia, miserabile realtà. E dunque, ecco che la spensierata musica dei Paz, accattivante fusion all’inglese proposta in una lussuosa veste strumentale, diventa la perfetta colonna sonora per il profugo in cerca di emozioni autentiche e misericordia umana. A dispetto delle origini britanniche, i Paz sono una band alquanto “caliente”: il loro stile si contraddistingue per una straordinaria caratura tecnica che, però, non va mai a scapito della comunicativa. Guidato dal compositore Dick Crouch e dal tastierista Geoff Castle, l’organico ha subìto diversi avvicendamenti, ma il livello dei vari solisti è sempre rimasto alto.
Look Inside - Con la conferma di Ray Warleigh (sassofoni, flauto) e l’ingresso temporaneo del fuoriclasse Jim Mullen (chitarre), co-leader della rinomata ditta Morrissey/Mullen, gli arrangiamenti si giovano del prezioso contributo di due notevoli improvvisatori. La gustosa scaletta alterna le seducenti atmosfere latine di AC/DC, Making Smiles, Bags, Night Bird, Sunny Day al funk felpato di One Hundred, Look Inside, Three Blonde Mice, passando per l’ottima cover di Cravo E Canela (Clove And Cinnamon), serenata amazzonica di Milton Nascimento (Milton) riproposta con la voce del cantante/percussionista brasiliano João Bosco de Oliveira (da non confondere col più celebre, quasi omonimo João Bosco de Freitas Mucci).
Always There - Per l’album del 1986, accanto a Mike Bradley che sostituisce Dave Early (batteria) e alla corista Marianne Davidson, che interpreta l’anodina Always There ed espone il tema di You’ve Got Something, in due ruoli chiave subentrano i valenti Phil Todd (sassofoni, flauto) e Phil Lee (chitarre). È superfluo aggiungere che i pezzi migliori sono quelli in cui i loro assoli incrociano i fraseggi di Geoff Castle (sintetizzatore): The Right Moment, Angel’s Delight, For Art, I Can See, Be Natural, Hold Back. Fidatevi: è l’accompagnamento ideale per dimenticare le facce di Cicchitto e Quagliarello. - B.A.


PERIGEO - AZIMUT (1972)

PERIGEO - ABBIAMO TUTTI UN BLUES DA PIANGERE (1973)

PERIGEO - GENEALOGIA (1974)


PERIGEO - LA VALLE DEI TEMPLI (1975)

PERIGEO - NON È POI COSÌ LONTANO (1976)

La memorabile introduzione scat di Fata Morgana ci ricorda un’epoca in cui persino l’audace amalgama progressive/fusion del Perigeo trovava spazio sulle emittenti nazionali (per parecchi mesi la RAI trasmise il pezzo con regolarità). Se è vero che gli unici gruppi in grado di tener testa ai grandi dell’underground inglese erano italiani (Banco del Mutuo Soccorso, Area etc.), il felice momento di libertà espressiva ci consentiva legittimi moti di orgoglio patriottico anche in ambito jazz, quando gli unici antagonisti credibili dei sovrumani Weather Report erano i magnifici cinque del Perigeo. La Valle Dei Templi e Non È Poi Così Lontano sono gli album della maturità, in cui giungono a perfetta sintesi la forza del collettivo e la bravura dei singoli: con solisti del calibro di Claudio Fasoli (sassofoni) e Franco D’Andrea (tastiere), la solida regia concettuale di Giovanni Tommaso (basso elettrico, contrabbasso) e due fuoriclasse come Bruno Biriaco (batteria) e Tony Sidney (chitarre) gli arrangiamenti diventano drappi policromi ornati da riff ingegnosi (Tamale, Mistero Della Firefly, Take Off), tempi sovrapposti (La Valle Dei Templi, Looping, Periplo) ed eleganti spunti melodici (Cantilena, Tarlumbana, Myosotis, New Vienna). Di valore assoluto i fraseggi dei tre front-men (Fasoli, D’Andrea, Sidney), esaltati dalle percussioni di Toni Esposito (1975) e dall’acustica dello studio RCA di Toronto (1976). - B.A.


JEAN-LUC PONTY - THE JEAN-LUC PONTY EXPERIENCE
WITH THE GEORGE DUKE TRIO
(1969)

JEAN-LUC PONTY - KING KONG: JEAN-LUC PONTY PLAYS
THE MUSIC OF FRANK ZAPPA
(1970)

JEAN-LUC PONTY - UPON THE WINGS OF MUSIC (1975)

JEAN-LUC PONTY - AURORA (1975)

JEAN-LUC PONTY - IMAGINARY VOYAGE (1976)


JEAN-LUC PONTY - ENIGMATIC OCEAN (1977)

Aver inciso a proprio nome un intero album arrangiato e composto da Frank Zappa, duettando in studio insieme a lui (King Kong: Jean-Luc Ponty Plays The Music Of Frank Zappa), dovrebbe garantire a chiunque l’immortalità. Infatti Jean-Luc Ponty è passato alla storia. Sennonché, nell’arco di dieci anni (1975/1985) il violinista francese ha prodotto anche una pregevole discografia per la Atlantic, di cui Enigmatic Ocean è l’episodio più conosciuto e, forse, migliore. Oltre a una sezione ritmica di fiducia [Ralphe Armstrong (basso elettrico), Steve Smith (batteria)], la squadra schiera alcuni fuoriclasse dal curriculum prestigioso: Allan Zavod, versatile tastierista australiano con blasonati trascorsi alla corte di Frank Zappa (1984); Daryl Stuermer, chitarrista/bassista statunitense che in tandem con Chester Thompson supportava dal vivo i Genesis rimasti in tre; Allan Holdsworth, mercenario di lusso per Soft Machine (Bundles), Gong (Gazeuse!; Espresso II), Bill Bruford (U.K.; Feels Good To Me; One Of A Kind). Su questa musica c’è poco da dire e molto da ascoltare: gli asciutti, eleganti spunti melodici impostano la necessaria tensione per le acrobazie dei solisti. Stuermer e Zavod piazzano, rispettivamente, una sfuriata elettrica su The Trans-Love Express e un magnifico assolo di sintetizzatore su Mirage. Tuttavia, l’interlocutore perfetto del leader è il virtuoso inglese: i meravigliosi fraseggi di Ponty e Holdsworth - inarrivabili per complessità tecnica e bellezza del timbro strumentale - si integrano a vicenda sulla terza parte della suite Enigmatic Ocean e sulla ballad fusion Nostalgic Lady, per poi abbandonarsi alla frenesia delle due fughe collettive [Enigmatic Ocean (Part II); The Struggle Of The Turtle To The Sea (Part III)]. - B.A.


JEAN-LUC PONTY - COSMIC MESSENGER (1978)

JEAN-LUC PONTY - A TASTE FOR PASSION (1979)

JEAN-LUC PONTY - CIVILIZED EVIL (1980)

JEAN-LUC PONTY - MYSTICAL ADVENTURES (1982)

JEAN-LUC PONTY - INDIVIDUAL CHOICE (1983)

JEAN-LUC PONTY - OPEN MIND (1984)

JEAN-LUC PONTY - FABLES (1985)

ROSS/LEVINE BAND - THAT SUMMER SOMETHING (1981)

STEFANO SABATINI - SABATINI (1982)

DAVID SANBORN - TAKING OFF (1975)

DAVID SANBORN - DAVID SANBORN (1976)

DAVID SANBORN - PROMISE ME THE MOON (1977)

DAVID SANBORN - HEART TO HEART (1978)

DAVID SANBORN - HIDEAWAY (1980)


DAVID SANBORN - VOYEUR (1981)

Più che basarsi su profili melodici ben definiti, la musica di Voyeur mette in circolo sequenze di accordi scelti con gusto, il che consente a Sanborn di percorrere gli arrangiamenti - ora in parallelo, ora “contromano” - senza troppi vincoli. Nel ritmo agile e possente di Let’s Just Say Goodbye è sintetizzato il messaggio estetico del movimento fusion: il rinculo di una corda del basso lancia al galoppo Marcus Miller e Steve Gadd, il fraseggio di Sanborn detta le coordinate armoniche per Buzzy Feiten (chitarra), che esegue un assolo da incorniciare accanto al memorabile intervento di Jeff Mironov su Rag Bag (Mountain Dance). Miller si cimenta come batterista su Wake Me When It’s Over, ma il suo “beat” risulta alquanto stopposo ed egli è più convincente come mago del Fender “Jazz”. Steve Gadd torna dietro i tamburi per Run For Cover, e il suo eclettismo abbinato alle frustate “slap” di Miller produce una rutilante scansione “dance”. Le tre ballad - It’s You, One In A Million, All I Need Is You - creano l’atmosfera giusta per il passionale sax alto di David e sono impreziosite dai cori di Valerie Simpson, Patti Austin, Hamish Stuart etc.: firmata da Miller, All I Need Is You vinse un Grammy nella categoria “Best R&B Instrumental Performance”. - B.A.


DAVID SANBORN - AS WE SPEAK (1982)

DAVID SANBORN - BACKSTREET (1982)

DAVID SANBORN - STRAIGHT TO THE HEART (1984)

DAVID SANBORN - A CHANGE OF HEART (1987)

DAVID SANBORN - CLOSE-UP (1988)

DAVID SANBORN - ANOTHER HAND (1991)

DAVID SANBORN - UPFRONT (1992)

JOHN SCOFIELD - ELECTRIC OUTLET (1984)

JOHN SCOFIELD - STILL WARM (1985) FOREVER YOUNG

JOHN SCOFIELD - LOUD JAZZ (1987)

JOHN SCOFIELD - PICK HITS [LIVE] (1987) FOREVER YOUNG

TONY SIDNEY - PLAY IT BY EAR! (1979)

DAVID SPINOZZA - SPINOZZA (1978)

DAVID SPINOZZA - HERE’S THAT RAINY DAY (1983)

SPYRO GYRA - SPYRO GYRA (1978)

SPYRO GYRA - MORNING DANCE (1979)

SPYRO GYRA - CATCHING THE SUN (1980)

SPYRO GYRA - CARNAVAL (1980)

SPYRO GYRA - FREETIME (1981)

SPYRO GYRA - INCOGNITO (1982)

SPYRO GYRA - CITY KIDS (1983)

STEPS - SMOKIN’ IN THE PIT (1979) FOREVER YOUNG

STEPS - STEP BY STEP (1979) FOREVER YOUNG

STEPS - PARADOX (1980)

STEPS AHEAD - STEPS AHEAD (1983) FOREVER YOUNG

STEPS AHEAD - MODERN TIMES (1984)

MIKE STERN - NEESH (1983)


MIKE STERN - UPSIDE DOWNSIDE (1986)

Instancabile girovago. Solista eccelso. Fine compositore. A tutti è capitato di vedere almeno un concerto di Mike Stern e, in quell’ambito, di percepire la sensazione di grande concretezza trasmessa dalla sua musica. Forte della preziosa esperienza alla corte di Miles Davis (The Man With The Horn; We Want Miles; Star People), il chitarrista di Boston approda alla Atlantic per registrare un album - il secondo a suo nome - insieme a fuoriclasse come Bob Berg (sax tenore), David Sanborn (sax alto), Mitch Forman (tastiere), Dave Weckl (batteria), Jeff Andrews e Mark Egan (basso). In una sarabanda di fragorose scosse elettriche e forsennate fughe strumentali, le torve atmosfere metropolitane di Upside Downside e Scuffle si diradano sulla cantabile ballad Goodbye Again. Celebre pagina fusion, Little Shoes inizia con l’accattivante melodia disegnata dalla Telecaster che, poco a poco, si anima sull’armonizzazione esposta dal sintetizzatore. Jaco Pastorius e Steve Jordan formano il corpo d’élite ingaggiato per imporre un passo marziale al ritmo di Mood Swings. Anche Michael Brecker apprezzerà la raffinata penna di Mike Stern, interpretando le sue splendide Choices (Michael Brecker) e Suspone (Don’t Try This At Home). - B.A.


PHIL UPCHURCH - UPCHURCH (1968)

PHIL UPCHURCH - THE WAY I FEEL (1969)

PHIL UPCHURCH - DARKNESS, DARKNESS (1972)

PHIL UPCHURCH - LOVIN’ FEELING (1973)


PHIL UPCHURCH / TENNYSON STEPHENS - UPCHURCH / TENNYSON (1975)

Tutti conoscono Phil Upchurch. O almeno, tutti coloro che, nel corso degli anni, hanno meticolosamente spulciato i credits degli album A.O.R., in molti dei quali la presenza del chitarrista era garanzia di qualità. In una discografia personale varia per stile ma omogenea per valore, risalta la collaborazione col cantante/tastierista Tennyson Stephens, oscuro fuoriclasse collocabile tra Donny Hathaway e Leon Ware. Quando la CTI propose ad Upchurch di entrare in studio, questi portò con sé Stephens, spostando l’asse espressivo dalla fusion al soul. Considerata la natura ibrida del materiale, il produttore Creed Taylor trasferì il progetto alla sussidiaria Kudu, lasciando carta bianca ai due musicisti. Metà scaletta è riservata al caldo baritono nasale di Stephens, che interpreta con classe una manciata di ottime canzoni: la finezza melodica di You Got Style e la cordialità pop I Wanted It Too (incisa anche da Roberta Flack su Feel Like Makin’ Love) recano l’autorevole sigillo di Ralph MacDonald e William Salter; se le ballad In Common e Tell The Truth si ispirano all’anima “acida” della Motown, Don’t I Know You?, Evil e Looking The World Over trasudano piccanti umori funk. Sulla porzione strumentale del menù dominano gli specialisti [David Sanborn (sax alto), Bob James (piano elettrico / sintetizzatore), Steve Gadd (batteria)] alle prese con un repertorio squisito: due cover di Stevie Wonder (Tell Me Something Good; Black Maybe); una smaccata emulazione degli arrangiamenti di Eumir Deodato, allora in voga (Ave Maria); uno splendido tema di Bob James che anticipa lo stile pop/jazz della Tappan Zee (South Side Morning); il remake di Black Gold, sermone dai toni psichedelici già registrato da Phil nel 1969 (Upchurch), che contiene l’assolo più bello; Donny’s Hip, dedica per Hathaway eseguita in trio da Upchurch, James e Gadd. - B.A.


PHIL UPCHURCH - PHIL UPCHURCH (1978)

PHIL UPCHURCH - FREE & EASY (1981)

PHIL UPCHURCH - NAME OF THE GAME (1982)

BENNIE WALLACE - BORDERTOWN (1987)

GROVER WASHINGTON Jr. - INNER CITY BLUES (1971)

GROVER WASHINGTON Jr. - ALL THE KING’S HORSES (1972)

GROVER WASHINGTON Jr. - SOUL BOX (Vol. 1/2) (1978)

GROVER WASHINGTON Jr. - MISTER MAGIC (1975)

GROVER WASHINGTON Jr. - FEELS SO GOOD (1975)

GROVER WASHINGTON Jr. - A SECRET PLACE (1976)

GROVER WASHINGTON Jr. - REED SEED (1978)

GROVER WASHINGTON Jr. - PARADISE (1979)

GROVER WASHINGTON Jr. - SKYLARKIN (1979)

GROVER WASHINGTON Jr. - WINELIGHT (1980)

GROVER WASHINGTON Jr. - COME MORNING (1981)

GROVER WASHINGTON Jr. - THE BEST IS YET TO COME (1982)

WEATHER REPORT - WEATHER REPORT (1971)

WEATHER REPORT - I SING THE BODY ELECTRIC (1972)


WEATHER REPORT - SWEETNIGHTER (1973) FOREVER YOUNG

Wayne Shorter e Joe Zawinul costituirono i Weather Report con lo scopo di lavorare su alcune delle implicazioni contenute nell'ultima produzione di Miles Davis. Il ruolo del solista fu subordinato a quello del collettivo: si pose particolare attenzione alla sonorità, alla trama timbrica complessiva del gruppo e alla struttura dei temi, che dovevano risultare sufficientemente solidi da sostenere poi uno sviluppo tematico frammentario. - E.I.J.


WEATHER REPORT - MYSTERIOUS TRAVELLER (1974) FOREVER YOUNG


WEATHER REPORT - TALE SPINNIN’ (1975) FOREVER YOUNG

In questi giorni di giubilo seguiti all’elezione di Obama e al malore di Andreotti è opportuno celebrare l’artista che, con la sua opera, abolì l’infame concetto di “razza” riferito al genere umano (Zawinul denominò “Mulatto” il proprio catalogo di edizioni musicali). Accantonate le atmosfere buie e misteriose dei primi capolavori (Sweetnighter; Mysterious Traveller), i Weather Report innescano un’esplosione policroma e strepitante in cui risaltano i colori accesi dell’Africa e dell’Amazzonia. In una classifica ragionata del loro meglio, Tale Spinnin’ insidia da vicino l’egemonia di Heavy Weather. Due straordinarie personalità esercitano il controllo creativo: se la visione cosmopolita di Joe Zawinul prevale su una mera ripresa della svolta elettrica di In A Silent Way, l’esperienza maturata da Wayne Shorter in seno alla Blue Note e nel quintetto di Miles Davis dona al progetto il marchio d.o.c. del jazz. Il fenomenale trio ritmico composto da Alphonso Johnson (basso elettrico), Leon “Ndugu” Chancler (batteria) e Alyrio Lima (percussioni) avvolge in una fitta rete elastica gli arrangiamenti. Il tocco del genio rende cantabile ogni tema, anche il più complesso, e a conferma di una reciproca, miracolosa sintonia, entrambi i compositori/strumentisti si esaltano ciascuno nei pezzi dell’altro: a) l’aguzzo sax soprano di Shorter si dibatte nelle strette maglie di Man In The Green Shirt, per poi penetrare agevolmente il funk di Between The Thighs; b) gli spettacolari fraseggi di Zawinul con piano acustico e sintetizzatore adornano, rispettivamente, le splendide melodie di Lusitanos e Freezing Fire. Le note di Badia tracciano un’esotica sinusoide sul pentagramma, evocando, ad ogni curva, Brasile, Giappone e Medio-Oriente. Il duetto tenore/tastiere di Five Short Stories è l’ideale commento sonoro per una notte in spiaggia a contemplare le stelle. [P.S. - Onore al merito a Eric Kriss che, nella recensione per Down Beat (Settembre 1975), assegnò a Tale Spinnin’ cinque stelle.] - B.A.


WEATHER REPORT - BLACK MARKET (1976) FOREVER YOUNG


WEATHER REPORT - HEAVY WEATHER (1977) FOREVER YOUNG

Con questo disco, Joe Zawinul e Wayne Shorter uscirono illesi e vincenti dalla pallosissima batracomiomachia che opponeva “puristi” a “innovatori”, per liquidare la quale sarebbe bastato intendersi sul significato della parola “jazz”. Chi allora individuò l’elemento fondante di questo linguaggio nell’improvvisazione - e non nel rifiuto aprioristico dei suoni elettrici - accolse senza riserve le avanzate soluzioni estetiche proposte da Heavy Weather: i due ex-discepoli di Miles Davis avevano concepito una visionaria formula espressiva in chiave multi-etnica (niente a che fare col gusto insipido della “world music”) che sviluppava e approfondiva il discorso aperto dal trombettista con In A Silent Way. Il nucleo stabile della formazione annoverava tre autori geniali, dotati di una sensibilità strumentale non comune. Il basso “parlante” di Jaco Pastorius espone la solenne melodia di A Remark You Made imitando un trombone, per poi dilagare sul frenetico tema di Teen Town. I ritmi della metropoli si confondono con gli echi della foresta amazzonica (The Juggler), e le accuse di “tradimento” vengono travolte dalle continue eruzioni solistiche che squarciano il tessuto sonoro (Havona). Le due composizioni di Shorter (Harlequin; Palladium) sono all’altezza delle pagine firmate dal sassofonista per gli album Blue Note: sofisticate, evocative, memorabili. Il tempio del be-bop offrì a Zawinul l’ispirazione per uno dei classici di fine secolo (trasformato in canzone dai Manhattan Transfer, nel 1979): Birdland riportò all’attenzione del grande pubblico un brano jazz, dopo i successi estemporanei di Take Five (Paul Desmond/Dave Brubeck) e The Sidewinder (Lee Morgan). Fantasioso e affiatato il tandem percussivo di Alex Acuña e Manolo Badrena. - B.A.


WEATHER REPORT - MR. GONE (1978) FOREVER YOUNG

WEATHER REPORT - 8:30 (1979)


WEATHER REPORT - NIGHT PASSAGE (1980) FOREVER YOUNG

All’indomani della prematura scomparsa di Joe Zawinul (1932/2007), la tentazione sarebbe quella di sputtanare pubblicamente i tanti “addetti ai lavori” che, nell’arco di trent’anni, recensirono i suoi album passando dall’accigliato disdegno del “purista” all’ossequio intempestivo del critico “trendy”. Per carità di patria, stendiamo un velo pietoso su quel malcostume e leviamo la nostra modesta, personale orazione funebre in suffragio del grande viennese. Con la formazione stabilizzata attorno ai due ex-davisiani (Joe Zawinul, Wayne Shorter) e a una coppia ritmica superlativa (Jaco Pastorius, Peter Erskine), i Weather Report approdano al decennio infame impartendo l’ennesima lezione di stile. Dal riff swingante di Night Passage affiora, come un bassorilievo sonoro, il prodigioso fraseggio di Pastorius, indiscusso principe del basso elettrico. L’arrangiamento di Rockin’ In Rhythm esalta il collettivo, col sintetizzatore che riproduce la mitica sezione fiati ellingtoniana e le congas di Robert Thomas Jr. che infittiscono la trama percussiva. Dream Clock, Forlorn e Three Views Of A Secret traducono la formula “ballad” secondo canoni risalenti a In A Silent Way: ormai prive di scorie romantiche, le atmosfere si fanno siderali, oniriche, insondabili. Fast City e Port Of Entry sprigionano la reazione a catena degli assoli - fretless (Pastorius), tenore (Shorter), tastiere (Zawinul) - svelando un potenziale espressivo che proiettò il jazz verso il futuro. In pieno terzo millennio, questa musica, più che attuale, può dirsi avveniristica. [P.S. - A parte Madagascar, lungo frammento di un concerto tenuto a Osaka, il materiale è stato inciso dal vivo in studio, di fronte a un pubblico ristretto e fortunato.] - B.A.


WEATHER REPORT - WEATHER REPORT (1982) FOREVER YOUNG

WISHFUL THINKING - WISHFUL THINKING (1985)


YELLOW JACKETS - YELLOW JACKETS (1981) FOREVER YOUNG

Per la qualità dei contenuti musicali e l’influenza esercitata sulla comunità fusion, Yellow Jackets è un album paragonabile a capisaldi come Moanin’, The Sidewinder e Backlash. La magica intesa tra Russell Ferrante, luminare del piano elettrico, e Jimmy Haslip, bassista prodigioso e indimenticabile eroe di Brother To Brother, definisce l’originale cifra espressiva della band; la batteria di Ricky Lawson fa da “bilanciere” ai sofisticati meccanismi ritmici di Matinee Idol, Sittin’ In It e The Hornet. Ufficialmente solo “ospite”, in realtà quarto membro effettivo, Robben Ford risulta determinante in diversi brani: la sua chitarra dalla sonorità secca, quasi priva di eco ma ricca di mordente, trasmette un senso di continua impellenza agli arrangiamenti di Imperial Strut, Rush Hour e Priscilla. Dopo gli unanimi consensi raccolti con l’esordio, gli Yellow Jackets continueranno a incidere dischi belli e interessanti, ma questo quartetto rimarrà nel cuore degli appassionati. [P.S. - Nel sito ufficiale, Haslip annovera tra le proprie fonti d’ispirazione nientemeno che Genesis e Gentle Giant: quando si dice “apertura mentale”.] - B.A.


YELLOW JACKETS - MIRAGE À TROIS (1983)

 

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