 FUSION
MILTON NASCIMENTO
- CLUBE DA ESQUINA (1972)
MILTON NASCIMENTO
- MILAGRE DOS PEIXES (1973)
MILTON NASCIMENTO
/ WAYNE SHORTER - NATIVE DANCER
(1975)
MILTON NASCIMENTO
- GERAES (1976)
MILTON NASCIMENTO
- MILTON (1976)
MILTON NASCIMENTO
- CLUBE DA ESQUINA 2 (1978)
MILTON NASCIMENTO
- JOURNEY TO DAWN (1979)
MILTON NASCIMENTO
- SENTINELA (1980)
MILTON NASCIMENTO
- ENCONTROS E DESPEDIDAS (1985)
MILTON NASCIMENTO
- YAUARETÊ (1987)
CLAUS OGERMAN /
MICHAEL BRECKER - GATE OF DREAMS (1977)
CLAUS OGERMAN
/ MICHAEL BRECKER - CITYSCAPE
(1982) 
Il progetto
sperimentato con successo sul precedente Gate Of
Dreams arriva a maturazione con Cityscape,
suggellando il valore assoluto di un incontro al vertice.
Si tratta senza dubbio di un album jazz,
perché il solista improvvisa con frequenza, ma alla
formazione tradizionale, relegata sullo sfondo, è
anteposta una sontuosa orchestra darchi. Artefice
del velo di seta che avvolse gli arrangiamenti di Francis Albert Sinatra &
Antonio Carlos Jobim, Claus Ogerman confeziona un
nuovo, sfarzoso drappo sonoro su cui campeggia il sax
tenore di Michael
Brecker, turgido ed espressivo più che mai. I fidi
specialisti incaricati di scandire il ritmo - Warren
Bernhardt (piano), Steve
Gadd (batteria), Eddie Gomez (contrabbasso), Marcus
Miller (basso elettrico) etc. - si limitano a srotolare
ai piedi del virtuoso un tappeto quasi trasparente
(eccezion fatta per lo splendido intermezzo su Nightwings).
Le stupende melodie di Ogerman evocano atmosfere
oniriche, ambigue, suggestive. In questo senso, tema e
assolo di In The Presence And Absence Of Each Other
(Part 1) definiscono un memorabile classico al di
sopra dei generi. - B.A.
CLAUS OGERMAN /
MICHAEL BRECKER - CLAUS OGERMAN
FEATURING MICHAEL BRECKER (1991)
OREGON - OUR
FIRST RECORD (1970)
OREGON - MUSIC
OF ANOTHER PRESENT ERA
(1973)
Il titolo
dellesordio ufficiale (gli Oregon avevano già
inciso altro materiale, che verrà pubblicato anni dopo
come Our First Record) coglie con efficacia lo
spirito di una musica che evoca, al tempo stesso, un
passato ancestrale, un presente altro e un
futuro a misura duomo. Nel calderone dei quattro
alchimisti finiscono reminiscenze dodecafoniche,
frammenti di jazz, reperti di civiltà precolombiane e
souvenir assortiti dallIndia. Chitarrista venerato
in tutto il mondo, Ralph Towner è un fenomeno anche al
piano, strumento che suona con un approccio prossimo allo
stile di Bill Evans. Ogni pezzo contiene spunti
interessanti e assoli pregevoli: la potenza acustica
erogata a pieno regime su North Star e Touchstone;
il duetto chitarra-sitar di The Rough Places Plain;
latmosfera latina di The Swan; il bagliore
melodico di The Silence Of A Candle, primo di
numerosi classici firmati da Ralph. Onore alla Vanguard,
etichetta editrice degli Oregon dal 1970 al 1979. - B.A.
OREGON - DISTANT
HILLS (1974) 
OREGON - WINTER
LIGHT (1975) 
OREGON - IN
CONCERT (1975)
OREGON / ELVIN
JONES - TOGETHER (1976)
OREGON - FRIENDS
(1977)
OREGON - VIOLIN (1978) 
Oregons range
of musical referents is unusually broad. The band is
equally at home with baroque counterpoint, Indian raga,
harmonically advanced improvising, rock rhythms and
contemporary classicism. The various influences and
elements have been absorbed into an attractively
consistent style. - Robert Palmer
Cronaca discografica di un meeting
straordinario. Zbigniew Seifert - violinista polacco
conosciuto ad Avignon durante un programma per Radio
France - incontra in studio gli alfieri della
globalizzazione. Lospite cosparge di
spezie il denso amalgama strumentale degli Oregon.
Lalbum si apre con Violin, 15 minuti di
improvvisazione collettiva adagiati su un soffice tappeto
ritmico (tabla, contrabbasso): col suo archetto, Seifert
scocca nugoli di note che si intersecano agli assoli di
Towner e McCandless. Il chitarrista firma due melodie
ariose (Ravens Wood; Friend Of The Family)
- ideali per stimolare linterplay - e una delle sue
miniature più incantevoli (Serenade). Un piccolo
capolavoro, impeccabilmente ristampato in sinergia da Vanguard e Comet. - B.A.
OREGON - OUT
OF THE WOODS (1978) 
Neanche fossero i
Rolling Stones, gli Oregon continuano imperterriti a
restare insieme dopo 35 anni dallesordio e solo la
tragica scomparsa di Collin Walcott,
nel 1984, ha impedito alla storica formazione di arrivare
integra ai giorni nostri. Sotto la guida illuminata di
Ralph Towner - chitarrista/pianista/autore senza eguali -
il quartetto distillava il meglio del jazz
(improvvisazione) e i suoni naturali della Terra (corde,
legni, pelli), evitando la routine del
mainstream e il ciarpame etnico della
world music. I fiati accademici di Paul McCandless
(oboe, corno inglese, clarinetto basso) e le chitarre
acustiche di Towner (6 corde classica, 12 corde Guild)
scolpiscono forme di segno espressionista (Yellow Bell;
Vision Of A Dancer; Cane Fields; Dance To
The Morning Star), animate dalla pulsazione del
contrabbasso di Glen Moore e da assoli sempre ispirati.
Lassenza della batteria, sostituita dagli strumenti
assortiti di Walcott (tabla, sitar etc.), accresce il
senso di esotismo che promana dalle splendide
composizioni: larpeggio ostinato di Waterwheel,
che Towner riprenderà anche su Batik, con un
arrangiamento più asciutto ma altrettanto bello; una
versione dilatata di Witchi-Tai-To, moderno
standard firmato dal sassofonista native
american Jim Pepper, reso celebre dallomonimo
album ECM
di Jan Garbarek e già interpretato dagli Oregon su Winter
Light. A dispetto dei pedanti distinguo della
critica, tutti i loro dischi - dal 1970 al 1985 - sono
essenziali e, di fronte a un catalogo così imponente, i
neofiti hanno solo limbarazzo della scelta. Noi
inseriamo Out Of The Woods nella sezione FOREVER YOUNG perché oggi
ci va così. Domani si vedrà. - B.A.
OREGON - MOON
AND MIND (1979)
Lultimo album
prodotto dalla Vanguard
chiude degnamente un rapporto artistico memorabile.
Loriginale formula dei duetti incrociati - adottata
nella circostanza - si dimostra feconda: una
straordinaria interpretazione di Glorias Step
- capolavoro di Scott LaFaro - in cui la chitarra
classica di Towner fa il verso al piano di Bill Evans; Person-To-Person,
volo nuziale tra la Guild 12 corde e le tabla di Walcott;
Elevator, esaltante deviazione stilistica di segno
progressive. E altre
meraviglie. - B.A.
OREGON - ROOTS
IN THE SKY (1979) 
OREGON - IN
PERFORMANCE (1980)
OREGON - OREGON
(1983)
OREGON - CROSSING
(1985)
JACO PASTORIUS - JACO
PASTORIUS (1976)
JACO PASTORIUS - WORD
OF MOUTH (1981)
PAZ - KANDEEN
LOVE SONG (1977)
PAZ - PAZ
ARE BACK (1981)
PAZ - LOOK
INSIDE (1983)
PAZ - ALWAYS
THERE (1986)
 Insomma,
perché no? Con la P2 al governo e lItalia
strafelice della circostanza, non ci si vorrà negare
uninnocente evasione da questa sconcia, miserabile
realtà. E dunque, ecco che la spensierata musica dei
Paz, accattivante fusion
allinglese proposta in una lussuosa veste
strumentale, diventa la perfetta colonna sonora per il
profugo in cerca di emozioni autentiche e misericordia
umana. A dispetto delle origini britanniche, i Paz sono
una band alquanto caliente: il loro stile si
contraddistingue per una straordinaria caratura tecnica
che, però, non va mai a scapito della comunicativa.
Guidato dal compositore Dick Crouch e dal tastierista
Geoff Castle, lorganico ha subìto diversi
avvicendamenti, ma il livello dei vari solisti è sempre
rimasto alto.
Look Inside - Con la conferma di Ray Warleigh
(sassofoni, flauto) e lingresso temporaneo del
fuoriclasse Jim Mullen
(chitarre), co-leader della rinomata ditta Morrissey/Mullen,
gli arrangiamenti si giovano del prezioso contributo di
due notevoli improvvisatori. La gustosa scaletta alterna
le seducenti atmosfere latine di AC/DC, Making
Smiles, Bags, Night Bird, Sunny Day
al funk felpato di One Hundred, Look Inside,
Three Blonde Mice, passando per lottima
cover di Cravo E Canela (Clove And Cinnamon),
serenata amazzonica di Milton
Nascimento (Milton) riproposta con la voce del
cantante/percussionista brasiliano João Bosco de
Oliveira (da non confondere col più celebre, quasi
omonimo João
Bosco de Freitas Mucci).
Always There - Per lalbum del 1986, accanto
a Mike Bradley che sostituisce Dave Early (batteria) e
alla corista Marianne Davidson, che interpreta
lanodina Always There ed espone il tema di Youve
Got Something, in due ruoli chiave subentrano i
valenti Phil Todd (sassofoni, flauto) e Phil Lee
(chitarre). È superfluo aggiungere che i pezzi migliori
sono quelli in cui i loro assoli incrociano i fraseggi di
Geoff Castle (sintetizzatore): The Right Moment, Angels
Delight, For Art, I Can See, Be
Natural, Hold Back. Fidatevi:
laccompagnamento ideale per una scorribanda in
spider a far finta di vivere in un paese civile. - B.A.
PERIGEO - AZIMUT
(1972)
PERIGEO - ABBIAMO
TUTTI UN BLUES DA PIANGERE (1973)
PERIGEO - GENEALOGIA
(1974)
PERIGEO - LA
VALLE DEI TEMPLI (1975)
PERIGEO - NON
È POI COSÌ LONTANO (1976)
 La memorabile introduzione scat di Fata
Morgana ci ricorda unepoca in cui persino
laudace amalgama progressive/fusion del Perigeo trovava spazio
sulle emittenti nazionali (per parecchi mesi la RAI
trasmise il pezzo con regolarità). Se è vero che gli
unici gruppi in grado di tener testa ai grandi
dellunderground inglese erano italiani (Banco del
Mutuo Soccorso, Area etc.), il felice momento di
libertà espressiva ci consentiva legittimi moti di
orgoglio patriottico anche in ambito jazz,
quando gli unici antagonisti credibili dei sovrumani
Weather Report erano i magnifici cinque del Perigeo. La
Valle Dei Templi e Non È Poi Così Lontano
sono gli album della maturità, in cui giungono a
perfetta sintesi la forza del collettivo e la bravura dei
singoli: con solisti del calibro di Claudio Fasoli
(sassofoni) e Franco
DAndrea (tastiere), la solida regia concettuale
di Giovanni Tommaso (basso elettrico, contrabbasso) e due
fuoriclasse come Bruno
Biriaco (batteria) e Tony Sidney
(chitarre) gli arrangiamenti diventano drappi policromi
ornati da riff ingegnosi (Tamale, Mistero Della
Firefly, Take Off), tempi sovrapposti (La
Valle Dei Templi, Looping, Periplo) ed
eleganti spunti melodici (Cantilena, Tarlumbana,
Myosotis, New Vienna). Di valore assoluto i
fraseggi dei tre front-men (Fasoli, DAndrea,
Sidney), esaltati dalle percussioni di Toni Esposito
(1975) e dallacustica dello studio RCA di
Toronto (1976). - B.A.
JEAN-LUC PONTY - THE
JEAN-LUC PONTY EXPERIENCE
WITH THE GEORGE DUKE TRIO (1969)
JEAN-LUC PONTY -
KING KONG: JEAN-LUC PONTY PLAYS
THE MUSIC OF FRANK ZAPPA (1970)
JEAN-LUC PONTY - UPON
THE WINGS OF MUSIC (1975)
JEAN-LUC PONTY - AURORA
(1975)
JEAN-LUC PONTY - IMAGINARY
VOYAGE (1976)
JEAN-LUC PONTY - ENIGMATIC
OCEAN (1977)
Aver inciso a proprio
nome un intero album arrangiato e composto da Frank Zappa, duettando in studio
insieme a lui (King Kong: Jean-Luc Ponty Plays The
Music Of Frank Zappa), dovrebbe garantire a chiunque
limmortalità. Infatti Jean-Luc Ponty è
passato alla storia. Sennonché, nellarco di dieci
anni (1975/1985) il violinista francese ha prodotto anche
una pregevole discografia per la Atlantic,
di cui Enigmatic Ocean è lepisodio più
conosciuto e, forse, migliore. Oltre a una sezione
ritmica di fiducia [Ralphe Armstrong (basso elettrico),
Steve Smith (batteria)], la squadra schiera alcuni
fuoriclasse dal curriculum prestigioso: Allan Zavod,
versatile tastierista australiano con blasonati trascorsi
alla corte di Frank Zappa (1984);
Daryl Stuermer,
chitarrista/bassista statunitense che in tandem con Chester Thompson
supportava dal vivo i Genesis rimasti in tre; Allan
Holdsworth, mercenario di lusso per Soft Machine (Bundles),
Gong (Gazeuse!; Espresso II), Bill Bruford (U.K.; Feels Good To Me; One Of A Kind). Su
questa musica cè poco da dire e molto da
ascoltare: gli asciutti, eleganti spunti melodici
impostano la necessaria tensione per le acrobazie dei
solisti. Stuermer e Zavod piazzano, rispettivamente, una
sfuriata elettrica su The Trans-Love Express e un
magnifico assolo di sintetizzatore su Mirage.
Tuttavia, linterlocutore perfetto del leader è il
virtuoso inglese: i meravigliosi fraseggi di Ponty e
Holdsworth - inarrivabili per complessità tecnica e
bellezza del timbro strumentale - si integrano a vicenda
sulla terza parte della suite Enigmatic Ocean e
sulla ballad fusion Nostalgic
Lady, per poi abbandonarsi alla frenesia delle due
fughe collettive [Enigmatic Ocean (Part II); The
Struggle Of The Turtle To The Sea (Part III)]. - B.A.
JEAN-LUC PONTY - COSMIC
MESSENGER (1978)
JEAN-LUC PONTY - A
TASTE FOR PASSION (1979)
JEAN-LUC PONTY - CIVILIZED
EVIL (1980)
JEAN-LUC PONTY - MYSTICAL
ADVENTURES (1982)
JEAN-LUC PONTY - INDIVIDUAL
CHOICE (1983)
JEAN-LUC PONTY - OPEN
MIND (1984)
JEAN-LUC PONTY - FABLES
(1985)
ROSS/LEVINE BAND -
THAT SUMMER SOMETHING
(1981)
STEFANO SABATINI - SABATINI
(1982)
DAVID SANBORN - TAKING
OFF (1975)
DAVID SANBORN - DAVID
SANBORN (1976)
DAVID SANBORN - PROMISE
ME THE MOON (1977)
DAVID SANBORN - HEART
TO HEART (1978)
DAVID SANBORN - HIDEAWAY
(1980)
DAVID SANBORN
- VOYEUR
(1981)
Più che basarsi su
profili melodici ben definiti, la musica di Voyeur
mette in circolo sequenze di accordi scelti con gusto, il
che consente a Sanborn di percorrere gli arrangiamenti -
ora in parallelo, ora contromano - senza
troppi vincoli. Nel ritmo agile e possente di Lets
Just Say Goodbye è sintetizzato il messaggio
estetico del movimento fusion:
il rinculo di una corda del basso lancia al galoppo
Marcus Miller e Steve
Gadd, il fraseggio di Sanborn detta le coordinate
armoniche per Buzzy Feiten (chitarra), che esegue un
assolo da incorniciare accanto al memorabile intervento
di Jeff Mironov su Rag Bag (Mountain Dance).
Miller si cimenta come batterista su Wake Me When
Its Over, ma il suo beat risulta
alquanto stopposo ed egli è più convincente come mago
del Fender Jazz. Steve Gadd torna dietro i
tamburi per Run For Cover, e il suo eclettismo
abbinato alle frustate slap di Miller produce
una rutilante scansione dance. Le tre ballad
- Its You, One In A Million, All I
Need Is You - creano latmosfera giusta per il
passionale sax alto di David e sono impreziosite dai cori
di Valerie Simpson, Patti Austin, Hamish Stuart etc.:
firmata da Miller, All I Need Is You vinse un Grammy nella categoria
Best R&B Instrumental Performance. - B.A.
DAVID SANBORN - AS
WE SPEAK (1982)
DAVID SANBORN - BACKSTREET
(1982)
DAVID SANBORN - STRAIGHT
TO THE HEART (1984)
DAVID SANBORN - A
CHANGE OF HEART (1987)
DAVID SANBORN - CLOSE-UP
(1988)
DAVID SANBORN - ANOTHER
HAND (1991)
DAVID SANBORN - UPFRONT
(1992)
JOHN SCOFIELD - ELECTRIC
OUTLET (1984)
JOHN SCOFIELD - STILL
WARM (1985) 
JOHN SCOFIELD - LOUD
JAZZ (1987)
JOHN SCOFIELD - PICK
HITS (LIVE) (1987)
DON SEBESKY - GIANT
BOX (1973) 
TONY SIDNEY - PLAY
IT BY EAR! (1979)
DAVID SPINOZZA - SPINOZZA
(1978)
DAVID SPINOZZA - HERES
THAT RAINY DAY (1983)
SPYRO GYRA - SPYRO
GYRA (1978)
SPYRO GYRA - MORNING
DANCE (1979)
SPYRO GYRA - CATCHING
THE SUN (1980)
SPYRO GYRA - CARNAVAL
(1980)
SPYRO GYRA - FREETIME
(1981)
SPYRO GYRA - INCOGNITO
(1982)
SPYRO GYRA - CITY
KIDS (1983)
SPYRO GYRA - ALTERNATING
CURRENTS (1985)
SPYRO GYRA - BREAKOUT
(1986)
SPYRO GYRA - STORIES
WITHOUT WORDS (1987)
SPYRO GYRA - RITES
OF SUMMER (1988)
SPYRO GYRA - POINT
OF VIEW (1989)
SPYRO GYRA - FAST
FORWARD (1990)
SPYRO GYRA - THREE
WISHES (1992)
SPYRO GYRA - DREAMS
BEYOND CONTROL (1993)
SPYRO GYRA - LOVE
AND OTHER OBSESSIONS (1995)
SPYRO GYRA - HEART
OF THE NIGHT (1996)
SPYRO GYRA - 20/20
(1997)
SPYRO GYRA - GOT
THE MAGIC (1999)
SPYRO GYRA - IN
MODERN TIMES (2001)
SPYRO GYRA - ORIGINAL
CINEMA (2003)
STEPS - SMOKIN
IN THE PIT (1979) 
STEPS - STEP
BY STEP (1979) 
 Ridotto
in uno stato di abbandono prossimo alloblio per via
dellinadeguata distribuzione cui provvide la Better
Days, Step By Step è un testo sacro ingiustamente
messo in ombra dal pur ottimo, più celebre e meglio
pubblicizzato Steps Ahead. Insomma, qualcuno si
ricorda di questo capolavoro? Il quintetto originale
incuteva timore reverenziale: Mike Mainieri
(vibrafono), Michael
Brecker (sax tenore), Don Grolnick
(pianoforte), Eddie
Gomez (contrabbasso), Steve Gadd
(batteria), campioni dei rispettivi strumenti e ispirati
da un comune stato di grazia. Raccolta per esibirsi al 7th
Avenue South, il club dei Brecker
Brothers, la formazione suscitò subito
linteresse di lungimiranti impresari giapponesi che
invitarono gli Steps
a Tokyo: dopo un doppio album dal vivo registrato in loco
(Smokin In The Pit*), la band entra nello
studio della Nippon
Columbia per immortalare su nastro lepitome del
nuovo idioma. Uninsolita dimensione acustica
definisce il profilo fusion più
con lo stile che attraverso i suoni, peraltro resi ad
altissima fedeltà dallingegnere Neil Dorfsman: lo
squisito impasto di corde, pelli, ance, legni è guarnito
con sapienza dal timbro squillante del vibrafono. I
cinque brani originali - due di Grolnick, il primo e
lultimo, tre di Mainieri - sono altrettanti saggi
di bravura in fase di composizione e arrangiamento: le
sofisticate atmosfere jazz di Uncle
Bob e Six Persimmons (la seconda ripresa
dallautore con titolo abbreviato nel suo stupendo
Weaver Of Dreams),
la suggestiva melodia di Kyoto, lintensa
serenata per virtuosi in omaggio a Belle, il
convulso ritmo impresso da Gadd allavveniristico Bullet
Train, analogo al gioco di spazzole che il batterista
usò per introdurre Were All Alone, la
ballad di Boz Scaggs
magistralmente stravolta e incisa da Bob James (Heads).
[P.S. - *Disco eccellente, da molti considerato superiore
a Step By Step: è questione di gusti, dipende da
cosa preferite tra la spontanea condivisione emotiva del
contesto live (magari con un tossico in
overdose che si dimena accanto a voi) e lasettica
pulizia sonora ottenuta regolando mixer e microfoni tra
le mura insonorizzate di una sala.] - B.A.
STEPS - PARADOX
(1980)
STEPS AHEAD - STEPS
AHEAD (1983)
STEPS AHEAD - MODERN
TIMES (1984)
MIKE STERN - NEESH
(1983)
MIKE STERN - UPSIDE
DOWNSIDE (1986)
Instancabile
girovago. Solista eccelso. Fine compositore. A tutti è
capitato di vedere almeno un concerto di Mike Stern e, in
quellambito, di percepire la sensazione di grande
concretezza trasmessa dalla sua musica. Forte della
preziosa esperienza alla corte di Miles Davis (The Man
With The Horn; We Want Miles; Star People),
il chitarrista di Boston approda alla Atlantic per
registrare un album - il secondo a suo nome - insieme a
fuoriclasse come Bob Berg (sax tenore), David Sanborn
(sax alto), Mitch Forman (tastiere), Dave Weckl
(batteria), Jeff Andrews e Mark Egan (basso). In
una sarabanda di fragorose scosse elettriche e forsennate
fughe strumentali, le torve atmosfere metropolitane di Upside
Downside e Scuffle si diradano sulla cantabile
ballad Goodbye Again. Celebre pagina fusion, Little Shoes inizia
con laccattivante melodia disegnata dalla
Telecaster che, poco a poco, si anima
sullarmonizzazione esposta dal sintetizzatore. Jaco
Pastorius e Steve Jordan formano il corpo délite
ingaggiato per imporre un passo marziale al ritmo di Mood
Swings. Anche Michael Brecker
apprezzerà la raffinata penna di Mike Stern,
interpretando le sue splendide Choices (Michael
Brecker) e Suspone (Dont Try This At
Home). - B.A.
STUFF -
STUFF (1976)
STUFF -
MORE STUFF (1977)
STUFF -
STUFF IT! (1978)
RICHARD TEE - STROKIN
(1978)
RICHARD TEE - NATURAL
INGREDIENTS (1980)
STANLEY TURRENTINE - SUGAR
(1970)
STANLEY TURRENTINE - SALT
SONG (1971)
STANLEY TURRENTINE with MILT JACKSON - CHERRY
(1972)
STANLEY TURRENTINE - DONT
MESS WITH MISTER T. (1973)
PHIL UPCHURCH - UPCHURCH
(1968)
PHIL UPCHURCH - THE
WAY I FEEL (1969)
PHIL UPCHURCH - DARKNESS,
DARKNESS (1972)
PHIL UPCHURCH - LOVIN
FEELING (1973)
PHIL UPCHURCH
/ TENNYSON STEPHENS - UPCHURCH
/ TENNYSON (1975)
Tutti
conoscono Phil
Upchurch. O almeno, tutti coloro che, nel corso degli
anni, hanno meticolosamente spulciato i credits degli
album A.O.R., in molti dei
quali la presenza del chitarrista era garanzia di
qualità. In una discografia personale varia per stile ma
omogenea per valore, risalta la collaborazione col
cantante/tastierista Tennyson Stephens, oscuro
fuoriclasse collocabile tra Donny Hathaway e Leon Ware.
Quando la CTI
propose ad Upchurch di entrare in studio, questi portò
con sé Stephens, spostando lasse espressivo dalla fusion al soul.
Considerata la natura ibrida del materiale, il produttore
Creed Taylor trasferì il
progetto alla sussidiaria Kudu, lasciando carta bianca ai
due musicisti. Metà scaletta è riservata al caldo
baritono nasale di Stephens, che interpreta con classe
una manciata di ottime canzoni: la finezza melodica di You
Got Style e la cordialità pop I Wanted It Too
(incisa anche da Roberta
Flack su Feel Like Makin Love) recano
lautorevole sigillo di Ralph MacDonald e William
Salter; se le ballad In Common e Tell The Truth
si ispirano allanima acida della Motown, Dont I
Know You?, Evil e Looking The World Over
trasudano piccanti umori funk. Sulla porzione strumentale
del menù dominano gli specialisti [David Sanborn
(sax alto), Bob James
(piano elettrico / sintetizzatore), Steve Gadd
(batteria)] alle prese con un repertorio squisito: due
cover di Stevie Wonder (Tell Me Something Good; Black
Maybe); una smaccata emulazione degli arrangiamenti
di Eumir Deodato, allora in voga (Ave Maria); uno
splendido tema di Bob
James che anticipa lo stile pop/jazz della Tappan Zee (South
Side Morning); il remake di Black Gold,
sermone dai toni psichedelici già registrato da Phil nel
1969 (Upchurch), che contiene lassolo più
bello; Donnys Hip, dedica per Hathaway
eseguita in trio da Upchurch, James e Gadd. - B.A.
PHIL UPCHURCH - PHIL
UPCHURCH (1978)
PHIL UPCHURCH - FREE
& EASY (1981)
PHIL UPCHURCH - NAME
OF THE GAME (1982)
DAVE VALENTIN - LEGENDS
(1978)
DAVE VALENTIN - THE
HAWK (1979)
DAVE VALENTIN - LAND
OF THE THIRD EYE (1980)
DAVE VALENTIN - PIED
PIPER (1981)
DAVE VALENTIN - IN
LOVE'S TIME (1982)
BENNIE WALLACE - BORDERTOWN
(1987)
GROVER WASHINGTON Jr. - INNER CITY
BLUES (1971)
GROVER WASHINGTON Jr. - ALL THE KINGS HORSES (1972)
GROVER WASHINGTON Jr. - SOUL BOX
(Vol. 1/2) (1978)
GROVER WASHINGTON Jr. - MISTER MAGIC
(1975)
GROVER WASHINGTON Jr. - FEELS SO
GOOD (1975)
GROVER WASHINGTON Jr. - A SECRET
PLACE (1976)
GROVER WASHINGTON Jr. - REED SEED (1978)
GROVER WASHINGTON Jr. - PARADISE (1979)
GROVER WASHINGTON Jr. - SKYLARKIN (1979)
GROVER WASHINGTON Jr. - WINELIGHT (1980)
GROVER WASHINGTON Jr. - COME MORNING
(1981)
GROVER WASHINGTON Jr. - THE BEST IS
YET TO COME (1982)
WEATHER REPORT - WEATHER
REPORT (1971)
WEATHER REPORT - I
SING THE BODY ELECTRIC (1972)
WEATHER
REPORT - SWEETNIGHTER (1973)

Wayne Shorter e Joe Zawinul
costituirono i Weather Report con lo scopo di lavorare su
alcune delle implicazioni contenute nell'ultima
produzione di Miles Davis. Il ruolo del solista fu
subordinato a quello del collettivo: si pose particolare
attenzione alla sonorità, alla trama timbrica
complessiva del gruppo e alla struttura dei temi, che
dovevano risultare sufficientemente solidi da sostenere
poi uno sviluppo tematico frammentario. - E.I.J.
WEATHER
REPORT - MYSTERIOUS TRAVELLER
(1974) 
WEATHER
REPORT - TALE SPINNIN (1975)

In questi giorni di
giubilo seguiti allelezione di Obama e al malore di
Andreotti è opportuno celebrare lartista che, con
la sua opera, abolì linfame concetto di
razza riferito al genere umano (Zawinul
denominò Mulatto il proprio catalogo di
edizioni musicali). Accantonate le atmosfere buie e
misteriose dei primi capolavori (Sweetnighter; Mysterious
Traveller), i Weather Report innescano
unesplosione policroma e strepitante in cui
risaltano i colori accesi dellAfrica e
dellAmazzonia. In una classifica ragionata del loro
meglio, Tale Spinnin insidia da vicino
legemonia di Heavy
Weather. Due straordinarie personalità
esercitano il controllo creativo: se la visione
cosmopolita di Joe Zawinul prevale su una mera ripresa
della svolta elettrica di In
A Silent Way, lesperienza maturata da Wayne
Shorter in seno alla Blue
Note e nel quintetto di Miles Davis dona al progetto
il marchio d.o.c. del jazz. Il
fenomenale trio ritmico composto da Alphonso Johnson
(basso elettrico), Leon Ndugu Chancler
(batteria) e Alyrio Lima (percussioni) avvolge in una
fitta rete elastica gli arrangiamenti. Il tocco del genio
rende cantabile ogni tema, anche il più complesso, e a
conferma di una reciproca, miracolosa sintonia, entrambi
i compositori/strumentisti si esaltano ciascuno nei pezzi
dellaltro: a) laguzzo sax soprano di
Shorter si dibatte nelle strette maglie di Man In The
Green Shirt, per poi penetrare agevolmente il funk di
Between The Thighs; b) gli spettacolari
fraseggi di Zawinul con piano acustico e sintetizzatore
adornano, rispettivamente, le splendide melodie di Lusitanos
e Freezing Fire. Le note di Badia tracciano
unesotica sinusoide sul pentagramma, evocando, ad
ogni curva, Brasile, Giappone e Medio-Oriente. Il duetto
tenore/tastiere di Five Short Stories è
lideale commento sonoro per una notte in spiaggia a
contemplare le stelle. [P.S. - Onore al merito a Eric
Kriss che, nella recensione per Down Beat
(Settembre 1975), assegnò a Tale Spinnin
cinque stelle.] - B.A.
WEATHER
REPORT - BLACK MARKET
(1976) 
WEATHER
REPORT - HEAVY WEATHER (1977)

Con questo disco, Joe
Zawinul e Wayne
Shorter uscirono illesi e vincenti dalla pallosissima
batracomiomachia che opponeva puristi a
innovatori, per liquidare la quale sarebbe
bastato intendersi sul significato della parola jazz. Chi allora individuò
lelemento fondante di questo linguaggio
nellimprovvisazione - e non nel rifiuto
aprioristico dei suoni elettrici - accolse senza riserve
le avanzate soluzioni estetiche proposte da Heavy
Weather: i due ex-discepoli di Miles
Davis avevano concepito una visionaria formula
espressiva in chiave multi-etnica (niente a che fare col
gusto insipido della world music) che
sviluppava e approfondiva il discorso aperto dal
trombettista con In A
Silent Way. Il nucleo stabile della formazione
annoverava tre autori geniali, dotati di una sensibilità
strumentale non comune. Il basso parlante di Jaco
Pastorius espone la solenne melodia di A Remark
You Made imitando un trombone, per poi dilagare sul
frenetico tema di Teen Town. I ritmi della
metropoli si confondono con gli echi della foresta
amazzonica (The Juggler), e le accuse di
tradimento vengono travolte dalle continue
eruzioni solistiche che squarciano il tessuto sonoro (Havona).
Le due composizioni di Shorter (Harlequin; Palladium)
sono allaltezza delle pagine firmate dal
sassofonista per gli album Blue Note:
sofisticate, evocative, memorabili. Il tempio del be-bop
offrì a Zawinul lispirazione per uno dei classici
di fine secolo (trasformato in canzone dai Manhattan
Transfer, nel 1979): Birdland riportò
allattenzione del grande pubblico un brano jazz, dopo i successi estemporanei di
Take Five (Paul Desmond/Dave Brubeck) e The
Sidewinder (Lee Morgan). Fantasioso e affiatato il
tandem percussivo di Alex Acuña e Manolo Badrena. - B.A.
WEATHER
REPORT - MR. GONE (1978) 
 Al netto delle predilezioni personali,
qualunque sincero appassionato/collezionista di buona
musica sa che nella discografia dei Weather
Report non si scarta nulla. Purtroppo, il critico
tedesco Joachim
Ernst Berendt decise di atteggiarsi a bastian
contrario con una meschina recensione su Down Beat
che, assegnando una sola stelletta allattesissimo
seguito di Heavy Weather,
suscitò sconcerto, clamore e indignazione. In ossequio
al più vieto politically correct, non
infieriremo su un defunto, ma una cosa è certa: da vivo,
come divulgatore, Berendt non valeva un fico secco.
Infatti, oltre ad alcune pregevoli dimostrazioni di
rigoglio creativo - il coro tribale di The Pursuit Of
The Woman With The Feathered Hat, latmosfera
onirica di The Elders, lo swing futuribile di Mr.
Gone - il nuovo album consacrava la divina trinità
Zawinul/Shorter/Pastorius in altrettanti capolavori
assoluti: 1) Young And Fine, meraviglioso
instant classic con Steve Gadd
sofisticato regista ritmico e Joe
Zawinul artefice di una sezione fiati virtuale che
infonde il respiro allo splendido tema (fu ripreso dagli Steps
sul live Smokin In The Pit); 2) Pinocchio,
storico standard che Wayne
Shorter firmò per Miles
Davis nel 1967 (Nefertiti),
qui arrangiato in chiave elettrica e stravolto dalla
prestanza muscolare di Peter Erskine; 3)
Punk Jazz, straordinaria invenzione di Jaco
Pastorius in cui, al forsennato duetto
fretless/batteria con lospite di lusso Tony
Williams, subentra unelegante ballad
strumentale scandita dagli accordi del sintetizzatore e
dai fraseggi dei sassofoni (tenore/soprano). Spiazzante,
ma a nostro parere riuscito, lesperimento
stilistico di River People, in cui il bassista
ribelleamalgama magistralmente suoni
elettronici, influenze etniche, pulsazioni ballabili. - B.A.
WEATHER
REPORT - 8:30
(1979)
WEATHER
REPORT - NIGHT PASSAGE
(1980) 
 Allindomani
della prematura scomparsa di Joe
Zawinul (1932/2007), la tentazione sarebbe quella di
sputtanare pubblicamente i tanti addetti ai
lavori che, nellarco di trentanni,
recensirono i suoi album passando dallaccigliato
disdegno del purista allossequio
intempestivo del critico trendy. Per carità
di patria, stendiamo un velo pietoso su quel malcostume e
leviamo la nostra modesta, personale orazione funebre in
suffragio del grande viennese. Con la formazione
stabilizzata attorno ai due ex-davisiani (Joe
Zawinul, Wayne
Shorter) e a una coppia ritmica superlativa (Jaco
Pastorius, Peter Erskine), i Weather
Report approdano al decennio infame impartendo
lennesima lezione di stile. Dal riff swingante di Night
Passage affiora, come un bassorilievo sonoro, il
prodigioso fraseggio di Pastorius, indiscusso principe
del basso elettrico. Larrangiamento di Rockin
In Rhythm esalta il collettivo, col sintetizzatore
che riproduce la mitica sezione fiati ellingtoniana e le
congas di Robert Thomas Jr. che infittiscono la trama
percussiva. Dream Clock, Forlorn e Three
Views Of A Secret traducono la formula
ballad secondo canoni risalenti a In A Silent Way: ormai
prive di scorie romantiche, le atmosfere si fanno
siderali, oniriche, insondabili. Fast City e Port
Of Entry sprigionano la reazione a catena degli
assoli - fretless (Pastorius), tenore (Shorter), tastiere
(Zawinul) - svelando un potenziale espressivo che
proiettò il jazz verso il futuro.
In pieno terzo millennio, questa musica, più che
attuale, può dirsi avveniristica. [P.S. - A parte Madagascar,
lungo frammento di un concerto tenuto a Osaka, il
materiale è stato inciso dal vivo in studio, di fronte a
un pubblico ristretto e fortunato.] - B.A.
WEATHER
REPORT - WEATHER REPORT (1982) 
WISHFUL
THINKING - WISHFUL THINKING (1985)

Occhio
a Tim Weston,
chitarrista/fondatore del gruppo: il suo nome fu indicato
per la prima volta nei credits di Cant Buy A Thrill
- Assistant Engineer / Stafford Boy - per poi
riapparire pochi anni dopo a capo dei Dr. Strut (Dr. Strut). È
proprio da quellesperienza che nasce il progetto Wishful Thinking: una band
californiana stabile composta da musicisti con anagrafe rock e cuore jazz.
Lesordio discografico combina con naturalezza ed
efficacia gli elementi più seducenti di entrambi i
generi in un sapido amalgama di energia cinetica,
abilità strumentale, armonie ricercate. Il quintetto
adotta la tradizionale formula della sezione ritmica
[Jerry Watts Jr. (basso elettrico), David Garibaldi
(batteria)] con tastiere (Chris Boardman)
e chitarra (Tim Weston),
affidando il ruolo di contrassegno sonoro al vibrafono
(Dave Shank). Preparatevi psicologicamente
allimpetuoso preludio di Double Margo, uno
dei massimi capolavori fusion di
sempre: da un sincopato giro di elegantissimi accordi
deflagrano senza preavviso frustate slap, clangore di
piatti, colpi di rullante, sussulti della grancassa,
appena prima che il complesso incastro metrico
dellouverture confluisca nel tema esposto dal
vibrafono. Nellassolo di Weston cè
unintera concezione musicale: padronanza tecnica,
fraseggio coerente, inventiva inesauribile. Tutti gli
arrangiamenti sono straordinari, dagli echi latini di Portugal
e Groan Men Counting, alla pulsazione in
levare di New Pajamas, passando per la
tremenda carica funk di Blues Be Out, fino al
fascino melodico di More Steps e alla pigra
andatura di Whats The Difference?. Walter Becker si
scomodò per scrivere una lettera* di raccomandazione
inclusa nella copertina dellalbum. - B.A.
*«[
]
In a time when most new music is distinguished solely by
bizarre combinations of cheap, attention-grabbing effects
[
], here is a collection of tracks displaying a
solid group identity, tremendous musical poise in a broad
range of styles, well structured, attractive themes and,
most important in an outing of this type, fiery, flowing
improvising throughout. [
] Wishful
Thinking falls
solidly in the
latin-disco-space-funk-pop-jazz bag, which
happens to be my kind of sound, if you know what I mean.
The contrast between the suave urbanity of the
guitar-and-vibes statement of the themes and guitarist Tim Westons earthy, blues inflected
solos is very effective. Its great to hear a
technically accomplished guitarist whose virtuosity
enhances, rather than detracts from, the musical impact
and clarity of his playing. Likewise, keyboardist Chris Boardman and vibist Dave Shank are both fluent and
imaginative soloists, turning in one expressive
exploration after another. [
] Add to this one of
the most consistently solid and cooking rhythm sections
to be heard in a while and youve definitely got
something special. [
]» - Walter Becker
WISHFUL
THINKING - THINK AGAIN (1987)
WISHFUL
THINKING - WAY DOWN WEST (1988)
WISHFUL
THINKING - THAT WAS THEN (1990)
YELLOWJACKETS
- YELLOWJACKETS (1981) 
Per la qualità dei
contenuti musicali e linfluenza esercitata sulla
comunità fusion, YellowJackets
è un album paragonabile a capisaldi come Moanin,
The Sidewinder
e Backlash. La
magica intesa tra Russell Ferrante,
luminare del piano elettrico, e Jimmy
Haslip, bassista prodigioso e indimenticabile eroe di
Brother To Brother,
definisce loriginale cifra espressiva della band;
la batteria di Ricky
Lawson fa da bilanciere ai sofisticati
meccanismi ritmici di Matinee Idol,
Sittin In It e The Hornet. Ufficialmente
solo ospite, in realtà quarto membro
effettivo, Robben Ford risulta determinante in diversi
brani: la sua chitarra dalla sonorità secca, quasi priva
di eco ma ricca di mordente, trasmette un senso di
continua impellenza agli arrangiamenti di Imperial
Strut, Rush Hour e Priscilla. Dopo gli
unanimi consensi raccolti con lesordio, gli YellowJackets
continueranno a incidere dischi belli e interessanti, ma
questo quartetto rimarrà nel cuore degli appassionati.
[P.S. - Nel sito
ufficiale, Haslip annovera tra le proprie fonti
dispirazione nientemeno che Genesis e Gentle Giant:
quando si dice apertura mentale.] - B.A.
YELLOWJACKETS
- MIRAGE À
TROIS (1983)
YELLOWJACKETS - SAMURAI
SAMBA (1985)
YELLOWJACKETS - SHADES
(1986)
YELLOWJACKETS - FOUR
CORNERS (1987)
YELLOWJACKETS - POLITICS
(1988)
YELLOWJACKETS - THE
SPIN (1989)
YELLOWJACKETS
- GREENHOUSE (1991) 
Entrambi
incisi nel 1991, classificabili come fittizio doppio
album nella discografia degli YellowJackets, Greenhouse
e One Music sono
volumi reciprocamente complementari perché, grazie alla
presenza di Bob
Mintzer - già effettiva anche se non formalizzata
(diventerà ufficiale su Live Wires) - schierano
un quartetto feticcio dellintera epopea fusion.
Greenhouse - Il congedo di Marc Russo lascia la
squadra priva di un centravanti, ma è proprio da una
fase di supposto smarrimento che la formazione risorge
con larrivo di Bob
Mintzer: lincontro tra il disinvolto trio
riformista e lo stimato arrangiatore/virtuoso legittima
le aspettative più rosee. Coniugando mirabilmente
unintesa decennale al vertice (Russell Ferrante,
Jimmy
Haslip), uno slancio ritmico inesausto e moderno
(Will Kennedy), un limpido, ineccepibile magistero jazz (Bob Mintzer), i
nuovi YellowJackets
propongono il proprio peculiare approccio
allimprovvisazione: un sofisticato amalgama di
tecnologia hi-fi, esotismo non artefatto, forma mentis
metropolitana, consistenza musicale. I sobri ricami
orchestrali di Vince
Mendoza (Greenhouse, Indiam Summer, Freda)
evocano le discusse, meravigliose partiture firmate da Don
Sebesky per gli artisti CTI (Afro-Classic,
The Rite Of Spring, God Bless The Child, First
Light, Sky Dive, White Rabbit, Giant
Box, Concierto, Skylark etc.). In un capolavoro di inconsueta omogeneità,
segnaliamo alcune predilezioni solo in base al capriccio
del momento: i sussulti del sax tenore e le stoccate
delle tastiere su Freedomland, lincantevole
valzer di Seven Stars, lammaliante eco
shorteriana di Spirits, il clarinetto basso di
Mintzer che volteggia sullo sghembo tema di Brown Zone*,
la furiosa maratona strumentale di Liam / Rain Dance.
Etichetta GRP.
[P.S. - *Originariamente intitolato Buddy
System, scritto da Steve Khan e ripreso
dallo stupendo Lets
Call This.] - B.A.
[
] si assiste a un giocoso
mescolarsi di tutte le risorse timbriche disponibili che,
in Freda, raggiunge la vorticosa intensità di una
danza irlandese [
]; su Greenhouse Vince Mendoza fa
muovere gli archi come un vero sintetizzatore, in una
sorta di strepitoso cortocircuito [
]; registrato e
mixato da Jan
Erik Kongshaug [
] - Vincenzo
Martorella
YELLOWJACKETS - LIKE
A RIVER (1993)
YELLOWJACKETS - RUN
FOR YOUR LIFE (1994)
YELLOWJACKETS - DREAMLAND
(1995) 
YELLOWJACKETS - CLUB
NOCTURNE (1998)
YELLOWJACKETS - TIME
SQUARED (2003)

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