Introduzione / Introduction
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THE VOICE OF MUSIC ... LA VOCE DELLA MUSICA
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FUSION

N-Z

MILTON NASCIMENTO - CLUBE DA ESQUINA (1972)

MILTON NASCIMENTO - MILAGRE DOS PEIXES (1973)

MILTON NASCIMENTO / WAYNE SHORTER - NATIVE DANCER (1975)

MILTON NASCIMENTO - GERAES (1976)

MILTON NASCIMENTO - MILTON (1976)

MILTON NASCIMENTO - CLUBE DA ESQUINA 2 (1978)

MILTON NASCIMENTO - JOURNEY TO DAWN (1979)

MILTON NASCIMENTO - SENTINELA (1980)

MILTON NASCIMENTO - ENCONTROS E DESPEDIDAS (1985)

MILTON NASCIMENTO - YAUARETÊ (1987)

CLAUS OGERMAN / MICHAEL BRECKER - GATE OF DREAMS (1977)


CLAUS OGERMAN / MICHAEL BRECKER - CITYSCAPE (1982) FOREVER YOUNG

Il progetto sperimentato con successo sul precedente Gate Of Dreams arriva a maturazione con Cityscape, suggellando il valore assoluto di un incontro al vertice. Si tratta senza dubbio di un album jazz, perché il solista improvvisa con frequenza, ma alla formazione tradizionale, relegata sullo sfondo, è anteposta una sontuosa orchestra d’archi. Artefice del velo di seta che avvolse gli arrangiamenti di Francis Albert Sinatra & Antonio Carlos Jobim, Claus Ogerman confeziona un nuovo, sfarzoso drappo sonoro su cui campeggia il sax tenore di Michael Brecker, turgido ed espressivo più che mai. I fidi specialisti incaricati di scandire il ritmo - Warren Bernhardt (piano), Steve Gadd (batteria), Eddie Gomez (contrabbasso), Marcus Miller (basso elettrico) etc. - si limitano a srotolare ai piedi del virtuoso un tappeto quasi trasparente (eccezion fatta per lo splendido intermezzo su Nightwings). Le stupende melodie di Ogerman evocano atmosfere oniriche, ambigue, suggestive. In questo senso, tema e assolo di In The Presence And Absence Of Each Other (Part 1) definiscono un memorabile classico al di sopra dei generi. - B.A.


CLAUS OGERMAN / MICHAEL BRECKER - CLAUS OGERMAN FEATURING MICHAEL BRECKER (1991)

OREGON - OUR FIRST RECORD (1970)


OREGON - MUSIC OF ANOTHER PRESENT ERA (1973)

Il titolo dell’esordio ufficiale (gli Oregon avevano già inciso altro materiale, che verrà pubblicato anni dopo come Our First Record) coglie con efficacia lo spirito di una musica che evoca, al tempo stesso, un passato ancestrale, un presente “altro” e un futuro a misura d’uomo. Nel calderone dei quattro alchimisti finiscono reminiscenze dodecafoniche, frammenti di jazz, reperti di civiltà precolombiane e souvenir assortiti dall’India. Chitarrista venerato in tutto il mondo, Ralph Towner è un fenomeno anche al piano, strumento che suona con un approccio prossimo allo stile di Bill Evans. Ogni pezzo contiene spunti interessanti e assoli pregevoli: la potenza acustica erogata a pieno regime su North Star e Touchstone; il duetto chitarra-sitar di The Rough Places Plain; l’atmosfera latina di The Swan; il bagliore melodico di The Silence Of A Candle, primo di numerosi classici firmati da Ralph. Onore alla Vanguard, etichetta editrice degli Oregon dal 1970 al 1979. - B.A.


OREGON - DISTANT HILLS (1974) FOREVER YOUNG

OREGON - WINTER LIGHT (1975) FOREVER YOUNG

OREGON - IN CONCERT (1975)

OREGON / ELVIN JONES - TOGETHER (1976)

OREGON - FRIENDS (1977)


OREGON - VIOLIN (1978) FOREVER YOUNG

Oregon’s range of musical referents is unusually broad. The band is equally at home with baroque counterpoint, Indian raga, harmonically advanced improvising, rock rhythms and contemporary classicism. The various influences and elements have been absorbed into an attractively consistent style. - Robert Palmer

Cronaca discografica di un meeting straordinario. Zbigniew Seifert - violinista polacco conosciuto ad Avignon durante un programma per Radio France - incontra in studio gli alfieri della “globalizzazione”. L’ospite cosparge di spezie il denso amalgama strumentale degli Oregon. L’album si apre con Violin, 15 minuti di improvvisazione collettiva adagiati su un soffice tappeto ritmico (tabla, contrabbasso): col suo archetto, Seifert scocca nugoli di note che si intersecano agli assoli di Towner e McCandless. Il chitarrista firma due melodie ariose (Raven’s Wood; Friend Of The Family) - ideali per stimolare l’interplay - e una delle sue miniature più incantevoli (Serenade). Un piccolo capolavoro, impeccabilmente ristampato in sinergia da Vanguard e Comet. - B.A.


OREGON - OUT OF THE WOODS (1978) FOREVER YOUNG

Neanche fossero i Rolling Stones, gli Oregon continuano imperterriti a restare insieme dopo 35 anni dall’esordio e solo la tragica scomparsa di Collin Walcott, nel 1984, ha impedito alla storica formazione di arrivare integra ai giorni nostri. Sotto la guida illuminata di Ralph Towner - chitarrista/pianista/autore senza eguali - il quartetto distillava il meglio del jazz (improvvisazione) e i suoni naturali della Terra (corde, legni, pelli), evitando la routine del “mainstream” e il ciarpame etnico della “world music”. I fiati accademici di Paul McCandless (oboe, corno inglese, clarinetto basso) e le chitarre acustiche di Towner (6 corde classica, 12 corde Guild) scolpiscono forme di segno espressionista (Yellow Bell; Vision Of A Dancer; Cane Fields; Dance To The Morning Star), animate dalla pulsazione del contrabbasso di Glen Moore e da assoli sempre ispirati. L’assenza della batteria, sostituita dagli strumenti assortiti di Walcott (tabla, sitar etc.), accresce il senso di esotismo che promana dalle splendide composizioni: l’arpeggio ostinato di Waterwheel, che Towner riprenderà anche su Batik, con un arrangiamento più asciutto ma altrettanto bello; una versione dilatata di Witchi-Tai-To, moderno standard firmato dal sassofonista “native american” Jim Pepper, reso celebre dall’omonimo album ECM di Jan Garbarek e già interpretato dagli Oregon su Winter Light. A dispetto dei pedanti distinguo della critica, tutti i loro dischi - dal 1970 al 1985 - sono essenziali e, di fronte a un catalogo così imponente, i neofiti hanno solo l’imbarazzo della scelta. Noi inseriamo Out Of The Woods nella sezione FOREVER YOUNG perché oggi ci va così. Domani si vedrà. - B.A.


OREGON - ROOTS IN THE SKY (1979) FOREVER YOUNG

Il passaggio alla Elektra (sussidiaria della Warner) offrì agli Oregon i mezzi economici per accedere a tecniche di registrazione più sofisticate rispetto a quelle concesse dai risicati budget della Vanguard, storica editrice dei primi classici del quartetto. L’impegno contrattuale produrrà due* capolavori da aggiungere a un catalogo che, già allora, vantava standard di eccellenza elevati e costanti. Disparate suggestioni accademiche, pastorali, terzomondiste precipitano nel gorgogliante calderone degli arrangiamenti, rinnovando lo stupore dinanzi a un suono che fa di originalità e sostanza la propria cifra distintiva. Dove sta scritto che serve la batteria per lanciare l’emozionante volo del coleottero (June Bug) o per tradurre un’idea in musica (Sierra Leone, House Of Wax), quando hai a disposizione le tabla e il sitar di Collin Walcott? Chi lo dice che l’oboe non può essere altrettanto espressivo di tromba o sax (Ogden Road, Hungry Heart), se a elaborarne i fraseggi è Paul McCandless? Che bisogno c’è di amplificatori o marchingegni se sai suonare la chitarra e il pianoforte come Ralph Towner (Vessel, Orrington’s Escape, Longing, So Long)? Chi, se non Glen Moore, poteva integrare senza sforzo un contrabbasso squisitamente jazz in un contesto meta-stilistico (Roots In The Sky)? Non vi toglieremo il gusto della sorpresa indicando i nostri pezzi preferiti, l’album è tutto stupendo: buon ascolto! [P.S. - *Out Of The Woods e Roots In The Sky sono stati pubblicati su CD dalla defunta Discovery (1992) e, opportunamente riuniti in un’unica confezione, dalla Collector’s Choice (2007).] - B.A.


OREGON - MOON AND MIND (1979)

L’ultimo album prodotto dalla Vanguard chiude degnamente un rapporto artistico memorabile. L’originale formula dei duetti incrociati - adottata nella circostanza - si dimostra feconda: una straordinaria interpretazione di Gloria’s Step - capolavoro di Scott LaFaro - in cui la chitarra classica di Ralph Towner fa il verso al piano di Bill Evans; Person-To-Person, volo nuziale tra la Guild 12 corde e le tabla di Collin Walcott; Elevator, esaltante deviazione stilistica di segno progressive. E altre meraviglie. - B.A.


OREGON - IN PERFORMANCE (1980)

OREGON - OREGON (1983)

OREGON - CROSSING (1985)

JACO PASTORIUS - JACO PASTORIUS (1976)

JACO PASTORIUS - WORD OF MOUTH (1981)

PAZ - KANDEEN LOVE SONG (1977)

PAZ - PAZ ARE BACK (1981)


PAZ - LOOK INSIDE (1983)

PAZ - ALWAYS THERE (1986)

Insomma, perché no? Con la P2 al governo e l’Italia strafelice della circostanza, non ci si vorrà negare un’innocente evasione da questa sconcia, miserabile realtà. E dunque, ecco che la spensierata musica dei Paz, accattivante fusion all’inglese proposta in una lussuosa veste strumentale, diventa la perfetta colonna sonora per il profugo in cerca di emozioni autentiche e misericordia umana. A dispetto delle origini britanniche, i Paz sono una band alquanto “caliente”: il loro stile si contraddistingue per una straordinaria caratura tecnica che, però, non va mai a scapito della comunicativa. Guidato dal compositore Dick Crouch e dal tastierista Geoff Castle, l’organico ha subìto diversi avvicendamenti, ma il livello dei vari solisti è sempre rimasto alto.
Look Inside - Con la conferma di Ray Warleigh (sassofoni, flauto) e l’ingresso temporaneo del fuoriclasse Jim Mullen (chitarre), co-leader della rinomata ditta Morrissey/Mullen, gli arrangiamenti si giovano del prezioso contributo di due notevoli improvvisatori. La gustosa scaletta alterna le seducenti atmosfere latine di AC/DC, Making Smiles, Bags, Night Bird, Sunny Day al funk felpato di One Hundred, Look Inside, Three Blonde Mice, passando per l’ottima cover di Cravo E Canela (Clove And Cinnamon), serenata amazzonica di Milton Nascimento (Milton) riproposta con la voce del cantante/percussionista brasiliano João Bosco de Oliveira (da non confondere col più celebre, quasi omonimo João Bosco de Freitas Mucci).
Always There - Per l’album del 1986, accanto a Mike Bradley che sostituisce Dave Early (batteria) e alla corista Marianne Davidson, che interpreta l’anodina Always There ed espone il tema di You’ve Got Something, in due ruoli chiave subentrano i valenti Phil Todd (sassofoni, flauto) e Phil Lee (chitarre). È superfluo aggiungere che i pezzi migliori sono quelli in cui i loro assoli incrociano i fraseggi di Geoff Castle (sintetizzatore): The Right Moment, Angel’s Delight, For Art, I Can See, Be Natural, Hold Back. Fidatevi: l’accompagnamento ideale per una scorribanda in spider a far finta di vivere in un paese civile. - B.A.


PERIGEO - AZIMUT (1972)

PERIGEO - ABBIAMO TUTTI UN BLUES DA PIANGERE (1973)

PERIGEO - GENEALOGIA (1974)


PERIGEO - LA VALLE DEI TEMPLI (1975)

PERIGEO - NON È POI COSÌ LONTANO (1976)

La memorabile introduzione scat di Fata Morgana ci ricorda un’epoca in cui persino l’audace amalgama progressive/fusion del Perigeo trovava spazio sulle emittenti nazionali (per parecchi mesi la RAI trasmise il pezzo con regolarità). Se è vero che gli unici gruppi in grado di tener testa ai grandi dell’underground inglese erano italiani (Banco del Mutuo Soccorso, Area etc.), il felice momento di libertà espressiva ci consentiva legittimi moti di orgoglio patriottico anche in ambito jazz, quando gli unici antagonisti credibili dei sovrumani Weather Report erano i magnifici cinque del Perigeo. La Valle Dei Templi e Non È Poi Così Lontano sono gli album della maturità, in cui giungono a perfetta sintesi la forza del collettivo e la bravura dei singoli: con solisti del calibro di Claudio Fasoli (sassofoni) e Franco D’Andrea (tastiere), la solida regia concettuale di Giovanni Tommaso (basso elettrico, contrabbasso) e due fuoriclasse come Bruno Biriaco (batteria) e Tony Sidney (chitarre) gli arrangiamenti diventano drappi policromi ornati da riff ingegnosi (Tamale, Mistero Della Firefly, Take Off), tempi sovrapposti (La Valle Dei Templi, Looping, Periplo) ed eleganti spunti melodici (Cantilena, Tarlumbana, Myosotis, New Vienna). Di valore assoluto i fraseggi dei tre front-men (Fasoli, D’Andrea, Sidney), esaltati dalle percussioni di Toni Esposito (1975) e dall’acustica dello studio RCA di Toronto (1976). - B.A.


JEAN-LUC PONTY - THE JEAN-LUC PONTY EXPERIENCE
WITH THE GEORGE DUKE TRIO
(1969)

JEAN-LUC PONTY - KING KONG: JEAN-LUC PONTY PLAYS
THE MUSIC OF FRANK ZAPPA
(1970)

JEAN-LUC PONTY - UPON THE WINGS OF MUSIC (1975)

JEAN-LUC PONTY - AURORA (1975)

JEAN-LUC PONTY - IMAGINARY VOYAGE (1976)


JEAN-LUC PONTY - ENIGMATIC OCEAN (1977)

Aver inciso a proprio nome un intero album arrangiato e composto da Frank Zappa, duettando in studio insieme a lui (King Kong: Jean-Luc Ponty Plays The Music Of Frank Zappa), dovrebbe garantire a chiunque l’immortalità. Infatti Jean-Luc Ponty è passato alla storia. Sennonché, nell’arco di dieci anni (1975/1985) il violinista francese ha prodotto anche una pregevole discografia per la Atlantic, di cui Enigmatic Ocean è l’episodio più conosciuto e, forse, migliore. Oltre a una sezione ritmica di fiducia [Ralphe Armstrong (basso elettrico), Steve Smith (batteria)], la squadra schiera alcuni fuoriclasse dal curriculum prestigioso: Allan Zavod, versatile tastierista australiano con blasonati trascorsi alla corte di Frank Zappa (1984); Daryl Stuermer, chitarrista/bassista statunitense che in tandem con Chester Thompson supportava dal vivo i Genesis rimasti in tre; Allan Holdsworth, mercenario di lusso per Soft Machine (Bundles), Gong (Gazeuse!; Espresso II), Bill Bruford (U.K.; Feels Good To Me; One Of A Kind). Su questa musica c’è poco da dire e molto da ascoltare: gli asciutti, eleganti spunti melodici impostano la necessaria tensione per le acrobazie dei solisti. Stuermer e Zavod piazzano, rispettivamente, una sfuriata elettrica su The Trans-Love Express e un magnifico assolo di sintetizzatore su Mirage. Tuttavia, l’interlocutore perfetto del leader è il virtuoso inglese: i meravigliosi fraseggi di Ponty e Holdsworth - inarrivabili per complessità tecnica e bellezza del timbro strumentale - si integrano a vicenda sulla terza parte della suite Enigmatic Ocean e sulla ballad fusion Nostalgic Lady, per poi abbandonarsi alla frenesia delle due fughe collettive [Enigmatic Ocean (Part II); The Struggle Of The Turtle To The Sea (Part III)]. - B.A.


JEAN-LUC PONTY - COSMIC MESSENGER (1978)

JEAN-LUC PONTY - A TASTE FOR PASSION (1979)

JEAN-LUC PONTY - CIVILIZED EVIL (1980)

JEAN-LUC PONTY - MYSTICAL ADVENTURES (1982)

JEAN-LUC PONTY - INDIVIDUAL CHOICE (1983)

JEAN-LUC PONTY - OPEN MIND (1984)

JEAN-LUC PONTY - FABLES (1985)

CHICK COREA - RETURN TO FOREVER (1972)

RETURN TO FOREVER - LIGHT AS A FEATHER (1972)

RETURN TO FOREVER - HYMN OF THE SEVENTH GALAXY (1973)

RETURN TO FOREVER - WHERE HAVE I KNOWN YOU BEFORE (1974)

RETURN TO FOREVER - NO MYSTERY (1975)

RETURN TO FOREVER - ROMANTIC WARRIOR (1976)

ROSS/LEVINE BAND - THAT SUMMER SOMETHING (1981)

STEFANO SABATINI - SABATINI (1982)

DAVID SANBORN - TAKING OFF (1975)

DAVID SANBORN - DAVID SANBORN (1976)

DAVID SANBORN - PROMISE ME THE MOON (1977)

DAVID SANBORN - HEART TO HEART (1978)

DAVID SANBORN - HIDEAWAY (1980)


DAVID SANBORN - VOYEUR (1981)

Più che basarsi su profili melodici ben definiti, la musica di Voyeur mette in circolo sequenze di accordi scelti con gusto, il che consente a David Sanborn di percorrere gli arrangiamenti - ora in parallelo, ora “contromano” - senza troppi vincoli. Nel ritmo agile e possente di Let’s Just Say Goodbye è sintetizzato il messaggio estetico del movimento fusion: il rinculo di una corda del basso lancia al galoppo Marcus Miller e Steve Gadd, il fraseggio di Sanborn detta le coordinate armoniche per Buzzy Feiten (chitarra), che esegue un assolo da incorniciare accanto al memorabile intervento di Jeff Mironov su Rag Bag (Mountain Dance). Miller si cimenta come batterista su Wake Me When It’s Over, ma il suo “beat” risulta alquanto stopposo ed egli è più convincente come mago del Fender Jazz. Gadd torna dietro i tamburi per Run For Cover, e il suo eclettismo abbinato alle frustate “slap” di Miller produce una rutilante scansione “dance”. Le tre ballad - It’s You, One In A Million, All I Need Is You - creano l’atmosfera giusta per il passionale sax alto di David e sono impreziosite dai cori di Valerie Simpson, Patti Austin, Hamish Stuart etc.: firmata da Miller, All I Need Is You vinse un Grammy nella categoria “Best R&B Instrumental Performance”. - B.A.


DAVID SANBORN - AS WE SPEAK (1982)

DAVID SANBORN - BACKSTREET (1982)

DAVID SANBORN - STRAIGHT TO THE HEART (1984)

DAVID SANBORN - A CHANGE OF HEART (1987)

DAVID SANBORN - CLOSE-UP (1988)

DAVID SANBORN - ANOTHER HAND (1991)

DAVID SANBORN - UPFRONT (1992)


JOHN SCOFIELD - WHO’S WHO? (1979)

JOHN SCOFIELD - STILL WARM (1985) FOREVER YOUNG

Album stupendi e, nell’ambito della discografia personale di John Scofield, determinanti per l’evoluzione del suo stile.
Who’s Who - Assistito da due diverse, sensazionali formazioni, dopo la proficua esperienza alla corte di Miles Davis il chitarrista si cimenta come titolare esibendo una doppia indole fusion/jazz che lo accompagnerà per tutta la carriera. Con Kenny Kirkland (tastiere) prossimo a diventare braccio destro di Wynton Marsalis, la sezione ritmica composta da Anthony Jackson (basso) e Steve Jordan (batteria) - metà degli Eyewitness di Steve Khan - e integrata dalle congas di Sammy Figueroa, Scofield allestisce il programma elettrico convogliando l’energia del collettivo su quattro pagine autografe che passano dal battito latino di Looks Like Meringue agli effluvi psichedelici di Spoons, fino alle variazioni funk di Cassidae e Who’s Who. Entrambe orchestrate da uno stratosferico combo in cui Scofield dirige David Liebman (sax tenore/soprano) Eddie Gomez (contrabbasso), Billy Hart (batteria) - anteprima strumentale dei quartetti Blue Note con Joe Lovano (Time On My Hands, Meant To Be, What We Do) - The Beatles e How The West Was Won sono, rispettivamente, una sofisticata ballad che gioca con le armonie per evocare i destinatari della dedica e una sfiancante maratona coltraniana. La paletta visibile sulla foto di copertina rivela che Scofield usava ancora una Gibson ES-335.
Still Warm - L’approdo alla Gramavision esalta il gusto per la contaminazione: se la presenza di Don Grolnick (tastiere) assicura un solido vincolo ai rudimenti dell’idioma, la forza d’urto generata da Darryl Jones (basso) e Omar Hakim (batteria) cala gli arrangiamenti in una dimensione di algida modernità. Un’inesauribile spinta cinetica alimenta la propulsione di Techno e Picks And Pans. Il passo lento di Still Warm e Gil B643 dilata lo spazio per i fraseggi. L’aroma rock di High And Mighty è indicativo di un retroterra eterogeneo. Come suggerisce il titolo, Rule Of Thumb vanta un brillante accompagnamento slap di Jones. Un forsennato tema esposto da Scofield aizza il tandem Jones/Hakim, facendo di Protocol uno dei grandi classici crossover (qualunque cosa significhi quel termine …). Prodotto da Steve Swallow. - B.A.


JOHN SCOFIELD - ELECTRIC OUTLET (1984)

JOHN SCOFIELD - LOUD JAZZ (1987)

JOHN SCOFIELD - PICK HITS (LIVE) (1987)

DON SEBESKY - GIANT BOX (1973) FOREVER YOUNG

TONY SIDNEY - PLAY IT BY EAR! (1979)

DAVID SPINOZZA - SPINOZZA (1978)

DAVID SPINOZZA - HERE’S THAT RAINY DAY (1983)

SPYRO GYRA - SPYRO GYRA (1978)

SPYRO GYRA - MORNING DANCE (1979)

SPYRO GYRA - CATCHING THE SUN (1980)

SPYRO GYRA - CARNAVAL (1980)

SPYRO GYRA - FREETIME (1981)

SPYRO GYRA - INCOGNITO (1982)

SPYRO GYRA - CITY KIDS (1983)

SPYRO GYRA - ALTERNATING CURRENTS (1985)

SPYRO GYRA - BREAKOUT (1986)

SPYRO GYRA - STORIES WITHOUT WORDS (1987)

SPYRO GYRA - RITES OF SUMMER (1988)

SPYRO GYRA - POINT OF VIEW (1989)

SPYRO GYRA - FAST FORWARD (1990)

SPYRO GYRA - THREE WISHES (1992)

SPYRO GYRA - DREAMS BEYOND CONTROL (1993)

SPYRO GYRA - LOVE AND OTHER OBSESSIONS (1995)

SPYRO GYRA - HEART OF THE NIGHT (1996)

SPYRO GYRA - 20/20 (1997)

SPYRO GYRA - GOT THE MAGIC (1999)

SPYRO GYRA - IN MODERN TIMES (2001)

SPYRO GYRA - ORIGINAL CINEMA (2003)

STEPS - SMOKIN’ IN THE PIT (1979) FOREVER YOUNG


STEPS - STEP BY STEP (1979) FOREVER YOUNG

Ridotto in uno stato di abbandono prossimo all’oblio per via dell’inadeguata distribuzione cui provvide la Better Days, Step By Step è un testo sacro ingiustamente messo in ombra dal pur ottimo, più celebre e meglio pubblicizzato Steps Ahead. Insomma, qualcuno si ricorda di questo capolavoro? Il quintetto originale incuteva timore reverenziale: Mike Mainieri (vibrafono), Michael Brecker (sax tenore), Don Grolnick (pianoforte), Eddie Gomez (contrabbasso), Steve Gadd (batteria), campioni dei rispettivi strumenti e ispirati da un comune stato di grazia. Raccolta per esibirsi al 7th Avenue South, il club dei Brecker Brothers, la formazione suscitò subito l’interesse di lungimiranti impresari giapponesi che invitarono gli Steps a Tokyo: dopo un doppio album dal vivo registrato in loco (Smokin’ In The Pit*), la band entra nello studio della Nippon Columbia per immortalare su nastro l’epitome del nuovo idioma. Un’insolita dimensione acustica definisce il profilo fusion più con lo stile che attraverso i suoni, peraltro resi ad altissima fedeltà dall’ingegnere Neil Dorfsman: lo squisito impasto di corde, pelli, ance, legni è guarnito con sapienza dal timbro squillante del vibrafono. I cinque brani originali - due di Grolnick, il primo e l’ultimo, tre di Mainieri - sono altrettanti saggi di bravura in fase di composizione e arrangiamento: le sofisticate atmosfere jazz di Uncle Bob e Six Persimmons (la seconda ripresa dall’autore con titolo abbreviato nel suo stupendo Weaver Of Dreams), la suggestiva melodia di Kyoto, l’intensa serenata per virtuosi in omaggio a Belle, il convulso ritmo impresso da Gadd all’avveniristico Bullet Train, analogo al gioco di spazzole che il batterista usò per introdurre We’re All Alone, la ballad di Boz Scaggs magistralmente stravolta e incisa da Bob James (Heads). [P.S. - *Disco eccellente, da molti considerato superiore a Step By Step: è questione di gusti, dipende da cosa preferite tra la spontanea condivisione emotiva del contesto “live” (magari con un tossico in overdose che si dimena accanto a voi) e l’asettica pulizia sonora ottenuta regolando mixer e microfoni tra le mura insonorizzate di una sala.] - B.A.


STEPS - PARADOX (1980)

STEPS AHEAD - STEPS AHEAD (1983)

STEPS AHEAD - MODERN TIMES (1984)

MIKE STERN - NEESH (1983)


MIKE STERN - UPSIDE DOWNSIDE (1986)

Instancabile girovago. Solista eccelso. Fine compositore. A tutti è capitato di vedere almeno un concerto di Mike Stern e, in quell’ambito, di percepire la sensazione di grande concretezza trasmessa dalla sua musica. Forte della preziosa esperienza alla corte di Miles Davis (The Man With The Horn; We Want Miles; Star People), il chitarrista di Boston approda alla Atlantic per registrare un album - il secondo a suo nome - insieme a fuoriclasse come Bob Berg (sax tenore), David Sanborn (sax alto), Mitch Forman (tastiere), Dave Weckl (batteria), Jeff Andrews e Mark Egan (basso). In una sarabanda di fragorose scosse elettriche e forsennate fughe strumentali, le torve atmosfere metropolitane di Upside Downside e Scuffle si diradano sulla cantabile ballad Goodbye Again. Celebre pagina fusion, Little Shoes inizia con l’accattivante melodia disegnata dalla Telecaster che, poco a poco, si anima sull’armonizzazione esposta dal sintetizzatore. Jaco Pastorius e Steve Jordan formano il corpo d’élite ingaggiato per imporre un passo marziale al ritmo di Mood Swings. Anche Michael Brecker apprezzerà la raffinata penna di Mike Stern, interpretando le sue splendide Choices (Michael Brecker) e Suspone (Don’t Try This At Home). - B.A.


STUFF - STUFF (1976)

STUFF - MORE STUFF (1977)

STUFF - STUFF IT! (1978)

RICHARD TEE - STROKIN’ (1978)

RICHARD TEE - NATURAL INGREDIENTS (1980)

STANLEY TURRENTINE - SUGAR (1970)

STANLEY TURRENTINE - SALT SONG (1971)

STANLEY TURRENTINE with MILT JACKSON - CHERRY (1972)


STANLEY TURRENTINE - DON’T MESS WITH MISTER T. (1973)

Il 1973 segna un momento fecondo e cruciale per la CTI: entrambi incisi a Giugno di quell’anno nello studio di Rudy Van Gelder, oltre a rappresentare i rispettivi manifesti estetici di Hank Crawford e Stanley Turrentine, Wildflower e Don’t Mess With Mister T. definiscono l’idioma che condurrà la fusion ai fasti di fine decennio.
Don’t Mess With Mister T. - Incaricato della supervisione, Bob James non rinuncia alle tastiere - diversamente da quanto farà su Wildflower - e, disposto Richard Tee all’organo, si alterna al pianoforte acustico/elettrico con Harold Mabern (anch’egli, come il leader, veterano delle sedute Blue Note). Se Eric Gale (chitarra), Ron Carter (contrabbasso) e Idris Muhammad (batteria) completano la squadra ritmica, l’orchestra schiera fuoriclasse del calibro di Randy Brecker, Pepper Adams, Jerry Dodgion, Joe Farrell. L’azzeccatissimo titolo del disco è tratto dall’omonimo brano della colonna sonora scritta da Marvin Gaye per il film “blaxploitationTrouble Man (Detective G.), il cui tema principale vanta peraltro meravigliose cover di Janis Siegel (At Home) e Kenny Rankin (Hiding In Myself). L’evocativa atmosfera poliziesca del prologo si attaglia perfettamente alla temibile immagine di Turrentine proposta in copertina: il suo sax tenore voluminoso e perentorio suona come un esplicito ammonimento a “non scherzare col signor T.”. E in effetti, il clima generale richiama le indimenticabili sigle TV dei vari ispettori/commissari/detective degli anni Settanta. Se Too Blue fa i conti con i rudimenti di un vocabolario universale, Two For T. ribadisce la squisita dimestichezza jazz di chi registrò Look Out! per l’etichetta di Alfred Lion. I Could Never Repay Your Love e Pieces Of Dreams illustrano la filosofia produttiva di Creed Taylor, per cui anche un repertorio melodico può serbare spunti per le improvvisazioni del virtuoso di turno. - B.A.


PHIL UPCHURCH - UPCHURCH (1968)

PHIL UPCHURCH - THE WAY I FEEL (1969)

PHIL UPCHURCH - DARKNESS, DARKNESS (1972)

PHIL UPCHURCH - LOVIN’ FEELING (1973)


PHIL UPCHURCH / TENNYSON STEPHENS - UPCHURCH / TENNYSON (1975)

Tutti conoscono Phil Upchurch. O almeno, tutti coloro che, nel corso degli anni, hanno meticolosamente spulciato i credits degli album A.O.R., in molti dei quali la presenza del chitarrista era garanzia di qualità. In una discografia personale varia per stile ma omogenea per valore, risalta la collaborazione col cantante/tastierista Tennyson Stephens, oscuro fuoriclasse collocabile tra Donny Hathaway e Leon Ware. Quando la CTI propose ad Upchurch di entrare in studio, questi portò con sé Stephens, spostando l’asse espressivo dalla fusion al soul. Considerata la natura ibrida del materiale, il produttore Creed Taylor trasferì il progetto alla sussidiaria Kudu, lasciando carta bianca ai due musicisti. Metà scaletta è riservata al caldo baritono nasale di Stephens, che interpreta con classe una manciata di ottime canzoni: la finezza melodica di You Got Style e la cordialità pop I Wanted It Too (incisa anche da Roberta Flack su Feel Like Makin’ Love) recano l’autorevole sigillo di Ralph MacDonald e William Salter; se le ballad In Common e Tell The Truth si ispirano all’anima “acida” della Motown, Don’t I Know You?, Evil e Looking The World Over trasudano piccanti umori funk. Sulla porzione strumentale del menù dominano gli specialisti [David Sanborn (sax alto), Bob James (piano elettrico / sintetizzatore), Steve Gadd (batteria)] alle prese con un repertorio squisito: due cover di Stevie Wonder (Tell Me Something Good; Black Maybe); una smaccata emulazione degli arrangiamenti di Eumir Deodato, allora in voga (Ave Maria); uno splendido tema di Bob James che anticipa lo stile pop/jazz della Tappan Zee (South Side Morning); il remake di Black Gold, sermone dai toni psichedelici già registrato da Phil nel 1969 (Upchurch), che contiene l’assolo più bello; Donny’s Hip, dedica per Hathaway eseguita in trio da Upchurch, James e Gadd. - B.A.


PHIL UPCHURCH - PHIL UPCHURCH (1978)

PHIL UPCHURCH - FREE & EASY (1981)

PHIL UPCHURCH - NAME OF THE GAME (1982)

DAVE VALENTIN - LEGENDS (1978)

DAVE VALENTIN - THE HAWK (1979)

DAVE VALENTIN - LAND OF THE THIRD EYE (1980)

DAVE VALENTIN - PIED PIPER (1981)

DAVE VALENTIN - IN LOVE'S TIME (1982)

BENNIE WALLACE - BORDERTOWN (1987)

GROVER WASHINGTON Jr. - INNER CITY BLUES (1971)

GROVER WASHINGTON Jr. - ALL THE KING’S HORSES (1972)

GROVER WASHINGTON Jr. - SOUL BOX (Vol. 1/2) (1978)

GROVER WASHINGTON Jr. - MISTER MAGIC (1975)

GROVER WASHINGTON Jr. - FEELS SO GOOD (1975)

GROVER WASHINGTON Jr. - A SECRET PLACE (1976)

GROVER WASHINGTON Jr. - REED SEED (1978)

GROVER WASHINGTON Jr. - PARADISE (1979)

GROVER WASHINGTON Jr. - SKYLARKIN (1979)

GROVER WASHINGTON Jr. - WINELIGHT (1980)

GROVER WASHINGTON Jr. - COME MORNING (1981)

GROVER WASHINGTON Jr. - THE BEST IS YET TO COME (1982)

WEATHER REPORT - WEATHER REPORT (1971)

WEATHER REPORT - I SING THE BODY ELECTRIC (1972)


WEATHER REPORT - SWEETNIGHTER (1973) FOREVER YOUNG

Wayne Shorter e Joe Zawinul costituirono i Weather Report con lo scopo di lavorare su alcune delle implicazioni contenute nell'ultima produzione di Miles Davis. Il ruolo del solista fu subordinato a quello del collettivo: si pose particolare attenzione alla sonorità, alla trama timbrica complessiva del gruppo e alla struttura dei temi, che dovevano risultare sufficientemente solidi da sostenere poi uno sviluppo tematico frammentario. - E.I.J.


WEATHER REPORT - MYSTERIOUS TRAVELLER (1974) FOREVER YOUNG


WEATHER REPORT - TALE SPINNIN’ (1975) FOREVER YOUNG

In questi giorni di giubilo seguiti all’elezione di Obama e al malore di Andreotti è opportuno celebrare l’artista che, con la sua opera, abolì l’infame concetto di “razza” riferito al genere umano (Zawinul denominò “Mulatto” il proprio catalogo di edizioni musicali). Accantonate le atmosfere buie e misteriose dei primi capolavori (Sweetnighter; Mysterious Traveller), i Weather Report innescano un’esplosione policroma e strepitante in cui risaltano i colori accesi dell’Africa e dell’Amazzonia. In una classifica ragionata del loro meglio, Tale Spinnin’ insidia da vicino l’egemonia di Heavy Weather. Due straordinarie personalità esercitano il controllo creativo: se la visione cosmopolita di Joe Zawinul prevale su una mera ripresa della svolta elettrica di In A Silent Way, l’esperienza maturata da Wayne Shorter in seno alla Blue Note e nel quintetto di Miles Davis dona al progetto il marchio d.o.c. del jazz. Il fenomenale trio ritmico composto da Alphonso Johnson (basso elettrico), Leon “Ndugu” Chancler (batteria) e Alyrio Lima (percussioni) avvolge in una fitta rete elastica gli arrangiamenti. Il tocco del genio rende cantabile ogni tema, anche il più complesso, e a conferma di una reciproca, miracolosa sintonia, entrambi i compositori/strumentisti si esaltano ciascuno nei pezzi dell’altro: a) l’aguzzo sax soprano di Shorter si dibatte nelle strette maglie di Man In The Green Shirt, per poi penetrare agevolmente il funk di Between The Thighs; b) gli spettacolari fraseggi di Zawinul con piano acustico e sintetizzatore adornano, rispettivamente, le splendide melodie di Lusitanos e Freezing Fire. Le note di Badia tracciano un’esotica sinusoide sul pentagramma, evocando, ad ogni curva, Brasile, Giappone e Medio-Oriente. Il duetto tenore/tastiere di Five Short Stories è l’ideale commento sonoro per una notte in spiaggia a contemplare le stelle. [P.S. - Onore al merito a Eric Kriss che, nella recensione per Down Beat (Settembre 1975), assegnò a Tale Spinnin’ cinque stelle.] - B.A.


WEATHER REPORT - BLACK MARKET (1976) FOREVER YOUNG


WEATHER REPORT - HEAVY WEATHER (1977) FOREVER YOUNG

Con questo disco, Joe Zawinul e Wayne Shorter uscirono illesi e vincenti dalla pallosissima batracomiomachia che opponeva “puristi” a “innovatori”, per liquidare la quale sarebbe bastato intendersi sul significato della parola “jazz”. Chi allora individuò l’elemento fondante di questo linguaggio nell’improvvisazione - e non nel rifiuto aprioristico dei suoni elettrici - accolse senza riserve le avanzate soluzioni estetiche proposte da Heavy Weather: i due ex-discepoli di Miles Davis avevano concepito una visionaria formula espressiva in chiave multi-etnica (niente a che fare col gusto insipido della “world music”) che sviluppava e approfondiva il discorso aperto dal trombettista con In A Silent Way. Il nucleo stabile della formazione annoverava tre autori geniali, dotati di una sensibilità strumentale non comune. Il basso “parlante” di Jaco Pastorius espone la solenne melodia di A Remark You Made imitando un trombone, per poi dilagare sul frenetico tema di Teen Town. I ritmi della metropoli si confondono con gli echi della foresta amazzonica (The Juggler), e le accuse di “tradimento” vengono travolte dalle continue eruzioni solistiche che squarciano il tessuto sonoro (Havona). Le due composizioni di Shorter (Harlequin; Palladium) sono all’altezza delle pagine firmate dal sassofonista per gli album Blue Note: sofisticate, evocative, memorabili. Il tempio del be-bop offrì a Zawinul l’ispirazione per uno dei classici di fine secolo (trasformato in canzone dai Manhattan Transfer, nel 1979): Birdland riportò all’attenzione del grande pubblico un brano jazz, dopo i successi estemporanei di Take Five (Paul Desmond/Dave Brubeck) e The Sidewinder (Lee Morgan). Fantasioso e affiatato il tandem percussivo di Alex Acuña e Manolo Badrena. - B.A.


WEATHER REPORT - MR. GONE (1978) FOREVER YOUNG

Al netto delle predilezioni personali, qualunque sincero appassionato/collezionista di buona musica sa che nella discografia dei Weather Report non si scarta nulla. Purtroppo, il critico tedesco Joachim Ernst Berendt decise di atteggiarsi a “bastian contrario” con una meschina recensione su Down Beat che, assegnando una sola stelletta all’attesissimo seguito di Heavy Weather, suscitò sconcerto, clamore e indignazione. In ossequio al più vieto “politically correct”, non infieriremo su un defunto, ma una cosa è certa: da vivo, come divulgatore, Berendt non valeva un fico secco. Infatti, oltre ad alcune pregevoli dimostrazioni di rigoglio creativo - il coro tribale di The Pursuit Of The Woman With The Feathered Hat, l’atmosfera onirica di The Elders, lo swing futuribile di Mr. Gone - il nuovo album consacrava la divina trinità Zawinul/Shorter/Pastorius in altrettanti capolavori assoluti: 1) Young And Fine, meraviglioso “instant classic” con Steve Gadd sofisticato regista ritmico e Joe Zawinul artefice di una sezione fiati virtuale che infonde il respiro allo splendido tema (fu ripreso dagli Steps sul live Smokin’ In The Pit); 2) Pinocchio, storico standard che Wayne Shorter firmò per Miles Davis nel 1967 (Nefertiti), qui arrangiato in chiave elettrica e stravolto dalla prestanza muscolare di Peter Erskine; 3) Punk Jazz, straordinaria invenzione di Jaco Pastorius in cui, al forsennato duetto fretless/batteria con l’ospite di lusso Tony Williams, subentra un’elegante ballad strumentale scandita dagli accordi del sintetizzatore e dai fraseggi dei sassofoni (tenore/soprano). Spiazzante, ma a nostro parere riuscito, l’esperimento stilistico di River People, in cui il bassista “ribelle”amalgama magistralmente suoni elettronici, influenze etniche, pulsazioni ballabili. - B.A.


WEATHER REPORT - 8:30 (1979)


WEATHER REPORT - NIGHT PASSAGE (1980) FOREVER YOUNG

All’indomani della prematura scomparsa di Joe Zawinul (1932/2007), la tentazione sarebbe quella di sputtanare pubblicamente i tanti “addetti ai lavori” che, nell’arco di trent’anni, recensirono i suoi album passando dall’accigliato disdegno del “purista” all’ossequio intempestivo del critico “trendy”. Per carità di patria, stendiamo un velo pietoso su quel malcostume e leviamo la nostra modesta, personale orazione funebre in suffragio del grande viennese. Con la formazione stabilizzata attorno ai due ex-davisiani (Joe Zawinul, Wayne Shorter) e a una coppia ritmica superlativa (Jaco Pastorius, Peter Erskine), i Weather Report approdano al decennio infame impartendo l’ennesima lezione di stile. Dal riff swingante di Night Passage affiora, come un bassorilievo sonoro, il prodigioso fraseggio di Pastorius, indiscusso principe del basso elettrico. L’arrangiamento di Rockin’ In Rhythm esalta il collettivo, col sintetizzatore che riproduce la mitica sezione fiati ellingtoniana e le congas di Robert Thomas Jr. che infittiscono la trama percussiva. Dream Clock, Forlorn e Three Views Of A Secret traducono la formula “ballad” secondo canoni risalenti a In A Silent Way: ormai prive di scorie romantiche, le atmosfere si fanno siderali, oniriche, insondabili. Fast City e Port Of Entry sprigionano la reazione a catena degli assoli - fretless (Pastorius), tenore (Shorter), tastiere (Zawinul) - svelando un potenziale espressivo che proiettò il jazz verso il futuro. In pieno terzo millennio, questa musica, più che attuale, può dirsi avveniristica. [P.S. - A parte Madagascar, lungo frammento di un concerto tenuto a Osaka, il materiale è stato inciso dal vivo in studio, di fronte a un pubblico ristretto e fortunato.] - B.A.


WEATHER REPORT - WEATHER REPORT (1982) FOREVER YOUNG


WISHFUL THINKING - WISHFUL THINKING (1985) FOREVER YOUNG

Occhio a Tim Weston, chitarrista/fondatore del gruppo: il suo nome fu indicato per la prima volta nei credits di Can’t Buy A Thrill - “Assistant Engineer / Stafford Boy” - per poi riapparire pochi anni dopo a capo dei Dr. Strut (Dr. Strut). È proprio da quell’esperienza che nasce il progetto Wishful Thinking: una band californiana stabile composta da musicisti con anagrafe rock e cuore jazz. L’esordio discografico combina con naturalezza ed efficacia gli elementi più seducenti di entrambi i generi in un sapido amalgama di energia cinetica, abilità strumentale, armonie ricercate. Il quintetto adotta la tradizionale formula della sezione ritmica [Jerry Watts Jr. (basso elettrico), David Garibaldi (batteria)] con tastiere (Chris Boardman) e chitarra (Tim Weston), affidando il ruolo di contrassegno sonoro al vibrafono (Dave Shank). Preparatevi psicologicamente all’impetuoso preludio di Double Margo, uno dei massimi capolavori fusion di sempre: da un sincopato giro di elegantissimi accordi deflagrano senza preavviso frustate slap, clangore di piatti, colpi di rullante, sussulti della grancassa, appena prima che il complesso incastro metrico dell’ouverture confluisca nel tema esposto dal vibrafono. Nell’assolo di Weston c’è un’intera concezione musicale: padronanza tecnica, fraseggio coerente, inventiva inesauribile. Tutti gli arrangiamenti sono straordinari, dagli echi latini di Portugal e Groan Men Counting, alla pulsazione “in levare” di New Pajamas, passando per la tremenda carica funk di Blues Be Out, fino al fascino melodico di More Steps e alla pigra andatura di What’s The Difference?. Walter Becker si scomodò per scrivere una lettera* di raccomandazione inclusa nella copertina dell’album. - B.A.

[…] In a time when most new music is distinguished solely by bizarre combinations of cheap, attention-grabbing effects […], here is a collection of tracks displaying a solid group identity, tremendous musical poise in a broad range of styles, well structured, attractive themes and, most important in an outing of this type, fiery, flowing improvising throughout. […] Wishful Thinking falls solidly in the “latin-disco-space-funk-pop-jazz” bag, which happens to be my kind of sound, if you know what I mean. The contrast between the suave urbanity of the guitar-and-vibes statement of the themes and guitarist Tim Weston’s earthy, blues inflected solos is very effective. It’s great to hear a technically accomplished guitarist whose virtuosity enhances, rather than detracts from, the musical impact and clarity of his playing. Likewise, keyboardist Chris Boardman and vibist Dave Shank are both fluent and imaginative soloists, turning in one expressive exploration after another. […] Add to this one of the most consistently solid and cooking rhythm sections to be heard in a while and you’ve definitely got something special. […]» - Walter Becker


WISHFUL THINKING - THINK AGAIN (1987)

WISHFUL THINKING - WAY DOWN WEST (1988)

WISHFUL THINKING - THAT WAS THEN (1990)


YELLOWJACKETS - YELLOWJACKETS (1981) FOREVER YOUNG

Per la qualità dei contenuti musicali e l’influenza esercitata sulla comunità fusion, YellowJackets è un album paragonabile a capisaldi come Moanin’, The Sidewinder e Backlash. La magica intesa tra Russell Ferrante, luminare del piano elettrico, e Jimmy Haslip, bassista prodigioso e indimenticabile eroe di Brother To Brother, definisce l’originale cifra espressiva della band; la batteria di Ricky Lawson fa da “bilanciere” ai sofisticati meccanismi ritmici di Matinee Idol, Sittin’ In It e The Hornet. Ufficialmente solo “ospite”, in realtà quarto membro effettivo, Robben Ford risulta determinante in diversi brani: la sua chitarra dalla sonorità secca, quasi priva di eco ma ricca di mordente, trasmette un senso di continua impellenza agli arrangiamenti di Imperial Strut, Rush Hour e Priscilla. Dopo gli unanimi consensi raccolti con l’esordio, gli YellowJackets continueranno a incidere dischi belli e interessanti, ma questo quartetto rimarrà nel cuore degli appassionati. [P.S. - Nel sito ufficiale, Haslip annovera tra le proprie fonti d’ispirazione nientemeno che Genesis e Gentle Giant: quando si dice “apertura mentale”.] - B.A.


YELLOWJACKETS - MIRAGE À TROIS (1983)

YELLOWJACKETS - SAMURAI SAMBA (1985)

YELLOWJACKETS - SHADES (1986)

YELLOWJACKETS - FOUR CORNERS (1987)

YELLOWJACKETS - POLITICS (1988)

YELLOWJACKETS - THE SPIN (1989)


YELLOWJACKETS - GREENHOUSE (1991) FOREVER YOUNG

Entrambi incisi nel 1991, classificabili come fittizio doppio album nella discografia degli YellowJackets, Greenhouse e One Music sono volumi reciprocamente complementari perché, grazie alla presenza di Bob Mintzer - già effettiva anche se non formalizzata (diventerà ufficiale su Live Wires) - schierano un quartetto feticcio dell’intera epopea fusion.
Greenhouse - Il congedo di Marc Russo lascia la squadra priva di un centravanti, ma è proprio da una fase di supposto smarrimento che la formazione risorge con l’arrivo di Bob Mintzer: l’incontro tra il disinvolto trio riformista e lo stimato arrangiatore/virtuoso legittima le aspettative più rosee. Coniugando mirabilmente un’intesa decennale al vertice (Russell Ferrante, Jimmy Haslip), uno slancio ritmico inesausto e moderno (Will Kennedy), un limpido, ineccepibile magistero jazz (Bob Mintzer), i “nuovi” YellowJackets propongono il proprio peculiare approccio all’improvvisazione: un sofisticato amalgama di tecnologia hi-fi, esotismo non artefatto, forma mentis metropolitana, consistenza musicale. I sobri ricami orchestrali di Vince Mendoza (Greenhouse, Indiam Summer, Freda) evocano le discusse, meravigliose partiture firmate da Don Sebesky per gli artisti CTI (Afro-Classic, The Rite Of Spring, God Bless The Child, First Light, Sky Dive, White Rabbit, Giant Box, Concierto, Skylark etc.). In un capolavoro di inconsueta omogeneità, segnaliamo alcune predilezioni solo in base al capriccio del momento: i sussulti del sax tenore e le stoccate delle tastiere su Freedomland, l’incantevole valzer di Seven Stars, l’ammaliante eco shorteriana di Spirits, il clarinetto basso di Mintzer che volteggia sullo sghembo tema di Brown Zone*, la furiosa maratona strumentale di Liam / Rain Dance. Etichetta GRP. [P.S. - *Originariamente intitolato Buddy System, scritto da Steve Khan e ripreso dallo stupendo Let’s Call This.] - B.A.

[…] si assiste a un giocoso mescolarsi di tutte le risorse timbriche disponibili che, in Freda, raggiunge la vorticosa intensità di una danza irlandese […]; su Greenhouse Vince Mendoza fa muovere gli archi come un vero sintetizzatore, in una sorta di strepitoso cortocircuito […]; registrato e mixato da Jan Erik Kongshaug […] - Vincenzo Martorella


YELLOWJACKETS - LIKE A RIVER (1993)

YELLOWJACKETS - RUN FOR YOUR LIFE (1994)

YELLOWJACKETS - DREAMLAND (1995) FOREVER YOUNG

YELLOWJACKETS - CLUB NOCTURNE (1998)

YELLOWJACKETS - TIME SQUARED (2003)

 

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