Introduzione / Introduction
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THE VOICE OF MUSIC ... LA VOCE DELLA MUSICA
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JAZZ

D

PAOLINO DALLA PORTA - TALES (1993)

PAOLINO DALLA PORTA - LA BALLATA DI DOMENICA (2000)

HAROLD DANKO - NEXT AGE (1993)

HAROLD DANKO - NEW AUTUMN (1995)

HAROLD DANKO - TIDAL BREEZE (1996)

HAROLD DANKO - THE FEELING OF JAZZ (1996)

HAROLD DANKO - STABLE MATES (1997)

HAROLD DANKO - NIGHTSCAPES (2000)


STEFANO D’ANNA - LEAPIN’ IN (1991)

Italia: davvero solo pizza e mandolino? In realtà, se abbiamo ancora artisti del genere forse non tutto è perduto e si potrebbe persino assistere, prima o poi, a un altro sussulto d’orgoglio popolare con tirannicidio annesso, dopo i giorni esaltanti di Piazzale Loreto e dell’Hotel Raphaël … magari ad Arcore? Lo volesse Iddio! Intanto, Stefano D’Anna suona il sax tenore a livello dei grandissimi e, con l’esordio su etichetta Splasc(H), si impone tra i più autorevoli solisti internazionali. La formula del trio senza piano è, al tempo stesso, impegnativa e stimolante, perché lasciando l’improvvisatore privo di sostegno armonico lo obbliga riempire gli spazi con un’immaginazione che non può mai venir meno. Sorretto da una coppia ritmica solida e ispirata - Enzo Pietropaoli (contrabbasso), Fabrizio Sferra (batteria) - il sassofonista esibisce uno stile debitore del Sonny Rollins di Way Out West e, in misura ridotta, del sinuoso eloquio di Wayne Shorter. Al travolgente sprint di Leapin’ In seguono le assorte riflessioni di Flocks e No Wave, il disinvolto swing di In The Mob e la superlativa interpretazione di I’ve Grown Accustomed To Her Face (a chi volesse riascoltare anche le parole dello standard tratto da My Fair Lady, raccomandiamo la stupenda versione cantata in salotto da Dean Martin, disponibile su YouTube). La spettacolare galoppata di Be-Bop conferma un saldo legame con i classici. - B.A.


STEFANO D’ANNA - CAROUSEL (1998)

STEFANO D’ANNA - RUNA (2003)


DONATELLO D’ATTOMA - LOGOS (2010)

Dopo gli exploit internazionali di Roberto Ottaviano, ormai riconosciuto erede di Steve Lacy, e Gianluca Petrella, accolto nella prestigiosa scuderia Blue Note, dal florido vivaio pugliese arriva il pianista Donatello D’Attoma che, con l’ottimo esordio per la Pus(H)in Records, ripropone l’obsoleta ma nobile figura del jazz-man concreto, elegante, antiretorico, ispirato. Logos vede all’opera un classico quartetto per pianoforte (acustico o elettrico) e sax (alto), che piacerà ai cultori di questa intramontabile formula strumentale, impiegata in tanti capolavori a cavallo di stili ed epoche [Time Out (Dave Brubeck), Intensity (Art Pepper), Swing Swang Swingin’, Let Freedom Ring, Tippin’ The Scales, Right Now! (Jackie McLean), The Music From “The Connection” (Freddie Redd with Jackie McLean), European Episode, Impressive Rome (Lee Konitz / Martial Solal), Motility (Steve Kuhn), Musique Du Bois, Birds Of A Feather (Phil Woods), McPherson’s Mood, Beautiful!, Come Play With Me, But Beautiful (Charles McPherson) etc.]. Assistito da una sezione ritmica diligente e motivata [Camillo Pace (contrabbasso), Lello Patruno (batteria)], D’Attoma compone temi di suggestiva finezza (Logos, The Origins, Room 2/B), esibisce un’ammirevole disinvoltura al Fender Rhodes (Four On Three, Il Canto Delle Sirene, Dance Macabre), condivide la prima linea col bravo sassofonista Gaetano Partipilo, epigono di Paul Desmond e artefice di uno straordinario assolo su A Pleasant Surprise. Dagli arrangiamenti traspare una spontaneità espressiva che spesso manca ad altri contemporanei del terzo millennio. - B.A.


LOWELL DAVIDSON - LOWELL DAVIDSON TRIO (1965)

ANTHONY DAVIS - OF BLUES AND DREAMS (1978)

EDDIE "LOCKJAW" DAVIS - TRANE WHISTLE (1960)

EDDIE "LOCKJAW" DAVIS - AFRO-JAWS (1961)


EDDIE "LOCKJAW" DAVIS - STRAIGHT AHEAD (1976)

Il catalogo della Pablo è ricco di tesori incisi da veterani cui Norman Granz aveva offerto ospitalità (Ella Fitzgerald, Count Basie, Duke Ellington etc.). Giustamente ricercato e conteso dai collezionisti, Straight Ahead è tra gli album più belli pubblicati dall’etichetta elvetica. Erede di Coleman Hawkins e Ben Webster, a sua volta Eddie “Lockjaw” Davis è stato indicato da Bennie Wallace come principale modello di riferimento. A noi, tanto basta. In possesso di uno stile rauco, nervoso, composto di rapidi fraseggi in “staccato”, egli sa essere sensuale come pochi altri sulle ballad, che interpreta avvolgendo le note nel caratteristico “soffio”. La sua versione di The Good Life compete col memorabile arrangiamento scritto da Duke Pearson per Lou Donaldson (Lush Life). La sfilza dei primi sei brani è irresistibile per foga espressiva ed energia sonora - Lover, Wave, On A Clear Day (You Can See Forever), The Chef, Gigi, Last Train From Overbrook - e solo una classe superlativa consente alla sezione ritmica [Tommy Flanagan (pianoforte), Keter Betts (contrabbasso), Bobby Durham (batteria)] di imbrigliare l’irruenza del leader, creando un efficace contrasto tra il tocco elegante di Flanagan e lo slang sguaiato di Davis. I’ll Never Be The Same amplifica il battito del cuore che pulsa sotto la spessa scorza di “Lockjaw”, prima che il quartetto ritorni per il gran finale di Watch What Happens. - B.A.


MILES DAVIS - BIRTH OF THE COOL (1949/1950)

Una delle voci più alte e influenti di tutto il jazz. Già nelle primissime fasi della carriera, la sonorità fu il principale interesse di Miles, ma le sue uscite in assolo erano sciupate da incertezze tecniche, da limiti di estensione e dall’intonazione difettosa. Aveva pero un impatto emotivo senza pari. Non copiava nessuno, si concentrava sul registro medio, dove era più forte, e lavorava senza posa sul disegno delle frasi. Lasciato Parker, Davis studiò con l’arrangiatore Gil Evans, e da questo incontro nacque l’idea di organizzare il famoso, e tanto imitato nonetto Davis. Gli arrangiamenti di Evans, John Carisi, John Lewis e Gerry Mulligan conciliavano la vitalità del bop dei complessini con la maggior estensione e ricchezza di trame e colori di un’orchestra. Questo complesso da camera produceva una sonorità nuova, aerea: lo strumentario, oltre a Davis, al sax alto di Lee Konitz e al baritono di Gerry Mulligan, allineava un corno, un trombone e una tuba. Il nonetto Davis, forse troppo audace per l’epoca, si sciolse dopo due settimane, lasciandosi dietro una manciata di incisioni che avrebbero costituito gli ideali, e inavvicinabili, modelli di tanto jazz californiano del decennio seguente. - E.I.J.


MILES DAVIS - MILES DAVIS AND HORNS (1951)


MILES DAVIS - MILES DAVIS VOL. 1 & 2 (1952/1954)

I due album che raccolgono le incisioni del trombettista per la Blue Note portano i segni di un’intensa partecipazione emotiva. L’economica semplicità del suo stile si va caratterizzando come una scelta estetica, non più come una copertura dei suoi limiti tecnici. Ogni nota superflua è eliminata. In The Leap e Take Off fa già capolino una nota “pedale”, che preannuncia le posteriori esplorazioni modali di Kind Of Blue. Alcuni critici giungono a sostenere che questi due album sono i suoi migliori. - E.I.J.


MILES DAVIS - WALKIN’ (1954)

MILES DAVIS - BAGS’ GROOVE (1954)

Uno degli storici album Prestige di Davis. Si può gustare appieno l’eccellente lavoro della super-ritmica Silver/Heath/Clarke, con il charleston di Kenny in straordinaria evidenza e, naturalmente, la robusta front-line con Miles, J.J. Johnson, Lucky Thompson e il dimenticato Dave Schildkraut. Una session hard swingin’ che, in tempi di divisione tra West e East Coast, metteva tutti d’accordo. - Pino Candini

Nel 1954 Miles partecipò alla celebre seduta natalizia con Thelonious Monk e il vibrafonista Milt Jackson. Il trombettista lancia lunghe note “legato”, scavalcando le stanghette di battuta con un mordente e un’incisività che hanno insegnato a molti come si fa a produrre tensione senza urlare. - E.I.J.

Bags’ Groove contiene anche le incisioni effettuate il 29 giugno dello stesso anno con Sonny Rollins e Horace Silver: da non perdere Oleo e Airegin. - B.A.


MILES DAVIS - RELAXIN’ / WORKIN’ / COOKIN’ / STEAMIN’ (1956) FOREVER YOUNG

Nel 1955 fu costituito il quintetto che avrebbe fissato i canoni stilistici di gran parte dei complessini degli anni '50. La scelta del batterista fu decisiva, in vista della conciliazione tra semplicità e multi-direzionalità che ha sempre caratterizzato i gruppi di Miles. Philly Joe Jones aveva, in effetti, il fuoco e l’inventiva per lanciare i solisti e con il contrabbassista Paul Chambers, specialista in linee di accompagnamento fluenti e dinamiche, costituì un duo ritmico di insuperata leggerezza, sottigliezza e precisione. Il perno del gruppo era il pianista Red Garland, solido e infallibile nel disporre i suoi accordi a blocchi. A dividere la sezione solisti con Davis era John Coltrane, futuro pioniere del jazz degli anni '60 ma, in questa fase, ancora alle prese con alcuni problemi di linguaggio. Il suo timbro agghiacciante faceva delle sue entrate veri e propri eventi drammatici, seguiti poi da rapide collane di arpeggi, con continue sostituzioni degli accordi. Coltrane e Davis apparivano diametralmente opposti - il leader scarniva le frasi fino all’osso - ma il contrasto funzionava. Sotto la direzione di Miles, il quintetto si allontanò rapidamente dalla prevedibilità armonica, impiegando un numero minore di accordi di base per dare più importanza alla melodia. Ogni brano è un esempio dell’unità stilistica e della superiorità assoluta del quintetto. - E.I.J.

In questa formazione Davis e Coltrane si inseguono, sorretti da una base ritmica che farà scuola: Red Garland (piano), che assicura la giusta dose di complessità armonica e personalità di tocco; il contrabbassista Paul Chambers, la cui regolarità nella spinta ritmica si fonde perfettamente con la batteria di Philly Joe Jones, maestro nell’uso del rullante. I quattro album del 1956 per la Prestige danno appieno la misura dell’affiatamento del gruppo. - Furio Fossati


MILES DAVIS - ‘ROUND ABOUT MIDNIGHT (1956)

MILES DAVIS - MILES AHEAD (1957) FOREVER YOUNG

MILES DAVIS - ASCENSEUR POUR L’ÉCHAFAUD (1957)

MILES DAVIS - MILESTONES (1958) FOREVER YOUNG

MILES DAVIS - PORGY AND BESS (1959)


MILES DAVIS - KIND OF BLUE (1959) FOREVER YOUNG

Con l’ingresso dell’altoista Cannonball Adderley e con il pianista Bill Evans al posto di Red Garland, Miles realizzò uno degli album più influenti della sua carriera, Kind Of Blue. In esso la base dell’improvvisazione è fornita, anziché da accordi, da “modi”, cioè scale. Coltrane si dibatte per sfuggire alle strettoie delle strutture armoniche convenzionali. Evans sfronda gli orpelli e libera il nucleo essenziale della melodia, inquadrata già nel sistema teorico modale. La tromba di Miles è epigrammatica, e di lirica purezza. Il risultato è meraviglioso: privo di sbavature e immerso in una dimensione temporale sospesa. - E.I.J.

Gli ingredienti di una ricetta magica: la maniacale concisione di Miles, sempre più essenziale e stringato, eppure sempre più efficace; l’irruenza incontenibile di Coltrane, che proprio allora stava vivendo un esaltante momento di transizione da semplice virtuoso del tenore ad autentico intellettuale dell’improvvisazione; la cordiale esuberanza di Cannonball Adderley, il cui gioioso sax alto contribuiva a sdrammatizzare la pensosa atmosfera “modale” delle sedute; il sovrano distacco con cui Bill Evans accarezzava i tasti del piano, dispensando brevi assoli illuminati da lampi di genio. Nessuno poteva immaginare che un disco basato sugli elementari schemi del blues (sebbene riveduti e corretti) avrebbe prodotto una musica così sofisticata, affascinante e senza tempo. - B.A.


MILES DAVIS - SKETCHES OF SPAIN (1959/1960)

MILES DAVIS - SOMEDAY MY PRINCE WILL COME (1961)

MILES DAVIS - SEVEN STEPS TO HEAVEN (1963)


MILES DAVIS - E.S.P. (1965) FOREVER YOUNG

Dopo essere stato pioniere di almeno due svolte del linguaggio del jazz, e aver contribuito a lanciare musicisti della statura di Sonny Rollins, John Coltrane e Bill Evans, Miles voltò ancora pagina. Scritturò Tony Williams, un batterista capace di dar vita ad una superficie sonora poliritmica, continuamente instabile, e gli affiancò Herbie Hancock al piano e Ron Carter al contrabbasso. Questa sezione ritmica possedeva una sonorità complessiva ancor più leggera, sinuosa e spumeggiante della precedente. Dopo alcune brevi apparizioni con i sassofonisti Hank Mobley (Someday My Prince Will Come) e George Coleman (Seven Steps To Heaven), Miles assunse il tenorista Wayne Shorter, proveniente dai Jazz Messengers di Art Blakey. Shorter si muoveva sostanzialmente in un ambito linguistico coltraniano, energico e “legato”, ma con un attacco scattante e un fraseggio serpentino, che si attagliavano a perfezione alla nuova concezione davisiana. Il complessino conduce il disegno dialettico di tensione e distensione ad estremi ancora più spinti, evitando di ribadire marcatamente le fondamenta armoniche, e servendosi di una nuova libertà ritmica, che altri avevano già prefigurato - E.I.J.

Confronted with the polar extremes of traditional repertoire and the sometimes anarchic approach of the free-jazz movement, the trumpeter’s quintet found a third path, one that retained the melodicism and structure of the past while selectively embracing elements of the New Thing. Working with a significantly younger crew of musicians wrenched Davis out of a somewhat stagnant situation. He’s surprisingly malleable, but his sound, whether a piercing blast or a muted cry, remains instantly recognizable, distinctive. - Jon Andrews


MILES DAVIS - MILES SMILES (1966) FOREVER YOUNG

As these sessions progress, Davis seems increasingly open to the directions his colleagues are pointing, ultimately adding innovative elements of his own. Here, he sounds invigorated by the challenges posed by compositions like Orbits and Dolores. Wayne Shorter’s fecundity is even more remarkable when you realize that he also recorded five albums replete with original compositions for Blue Note during this period, but repeated only Footprints. - Jon Andrews

Brani come Nefertiti (Nefertiti), Orbits e Dolores (Miles Smiles) aggirano la prevedibilità del classico schema esposizione-assoli-riesposizione, a favore di continue ripetizioni del tema, a volte unisone, a volte sfalsate, che intercalano gli assoli, tornando di continuo come idee fisse. - E.I.J.


MILES DAVIS - NEFERTITI (1967) FOREVER YOUNG

Some records define their time. The tunes create associations and lodge permanently in the listener's subconscious. Occasionally, a group creates a convergence of talent that thrills equally both the audiences and the critical community. For a time, everything clicks. Despite the passage of time, changes in tastes and departures by personnel, the ideal remains, frozen in time and preserved on record. For most jazz listeners, the quintet of Miles Davis, Wayne Shorter, Herbie Hancock, Ron Carter and Tony Williams touched perfection. These are among the most beautiful, exotic and memorable tunes Davis ever recorded. Shorter’s arrival served as the catalyst for this group: he contributed amazing compositions during this period, including Pinocchio and Nefertiti. - Jon Andrews

Wayne Shorter scrisse per Davis temi dalla linea melodica fresca, ritmicamente sospesi nel vuoto, con ampie pause in cui ha modo di emergere la nevrotica, tonante batteria di Tony Williams. - E.I.J.


MILES DAVIS - SORCERER (1967)


MILES DAVIS - IN A SILENT WAY (1969)

Davis fu un aperto avversario del free jazz (Coleman, Taylor, Dolphy etc.), e perciò cominciò presto a guardare in altre direzioni per i suoi ulteriori sviluppi. La svolta di Miles appare influenzata da alcuni elementi formali del rock: dominano i riff, la pulsazione di Tony Williams si fa più rigida e quadrata, mentre il trombettista, più aforistico che mai, danza su una barocca trama di colori elettrici. Impiegando un organico allargato, con Herbie Hancock, Chick Corea e Joe Zawinul alle tastiere, Dave Holland al basso, John McLaughlin alla chitarra, Wayne Shorter al soprano e Tony Williams alla batteria, Davis incide un primo, singolare ed enigmatico saggio della sua nuova maniera, l’incorporeo In A Silent Way, un autentico capolavoro, che esercita sull’ascoltatore un singolare fascino ipnotico, dovuto non tanto alla ripetitività dei riff, quanto all’alchemico colore prodotto dalla trama luminescente di tre pianoforti elettrici. - E.I.J.


MILES DAVIS - BITCHES BREW (1970)

MILES DAVIS - A TRIBUTE TO JACK JOHNSON (1971)

MILES DAVIS - ON THE CORNER (1972)

MILES DAVIS - THE MAN WITH THE HORN (1981)

MILES DAVIS - STAR PEOPLE (1983)

MILES DAVIS - DECOY (1984)

MILES DAVIS - YOU’RE UNDER ARREST (1985)

STEVE DAVIS - THE JAUNT (1995)

STEVE DAVIS - DIG DEEP (1996)

STEVE DAVIS - CROSSFIRE (1997)

STEVE DAVIS - VIBE UP! (1998)

STEVE DAVIS - UPDATE (2005)

PHILIP DeGRUY - INNUENDO OUT THE OTHER (1995)

JACK DeJOHNETTE - THE DeJOHNETTE COMPLEX (1969)

JACK DeJOHNETTE - HAVE YOU HEARD? (1970)

JACK DeJOHNETTE - COSMIC CHICKEN (1975)

JACK DeJOHNETTE - UNTITLED (1976)

JACK DeJOHNETTE - NEW RAGS (1977)

JACK DeJOHNETTE - SPECIAL EDITION (1979)

JACK DeJOHNETTE - TIN CAN ALLEY (1980)

JACK DeJOHNETTE - ALBUM ALBUM (1984)

DeJOHNETTE / SCOFIELD / GOLDINGS (TRIO BEYOND) - SAUDADES (2004)


PAUL DESMOND - THE COMPLETE RECORDINGS OF THE PAUL DESMOND QUARTET WITH JIM HALL (1961/1965) FOREVER YOUNG

PAUL DESMOND - THE COMPLETE RCA VICTOR RECORDINGS FEATURING JIM HALL (1961/1965) FOREVER YOUNG

In tournée da mezzo secolo sugli impianti stereo di tutto il mondo (Time Out), fonte di ispirazione per interpreti come Art Garfunkel (Watermark) e Al Jarreau (Breakin’ Away), financo presente nei testi di Donald Fagen (New Frontier) e Michael Franks (Rainy Night In Tokyo), il quartetto di Dave Brubeck con Paul Desmond è venerato dalla componente più colta della comunità jazz. Tanta era l’importanza che il leader attribuiva al ruolo del sassofonista, che quest’ultimo dovette firmare un contratto (storia o leggenda?) in cui si impegnava a non incidere alcunché con altri pianisti. Il veto, tuttavia, non proibiva i rapporti con i chitarristi. Al momento di concedersi un diversivo professionale, dunque, Desmond scelse un partner antitetico a Brubeck, eppure congeniale al proprio universo espressivo, fatto di understatement e discrezione: Jim Hall. Tra i due si stabilì presto un’intesa umana e artistica straordinaria, basata sulla reciproca condivisione di saldi principî estetici: ironia, sobrietà, eleganza, passione. Col sostegno ritmico del batterista Connie Kay e il turnover di alcuni maestri del contrabbasso (Percy Heath, Gene Wright, Gene Cherico, George Duvivier), già membri di blasonate formazioni, Desmond e Hall registreranno una manciata di dischi memorabili. In proposito, un consiglio preliminare e disinteressato: piuttosto che acquistare le singole ristampe CD, pure eccellenti, sarebbe opportuno procurarsi una delle due edizioni integrali disponibili che, con alcune differenze, raccolgono tutto il materiale in esame. Per il rinomato rigore filologico, meglio il cofanetto Mosaic che però, data la tiratura limitata a sole 7500 copie, è ormai fuori catalogo; il box della RCA rappresenta un buon ripiego benché, rispetto all’altro, sia privo dell’indispensabile album Warner (First Place Again) e di un inedito pubblicato dalla rivista Playboy (Susie): la lacuna è (parzialmente) colmata dall’aggiunta di una session con gli archi (Desmond Blue), graziosa ma disorganica. Solo il quadro d’insieme consente di comprendere a fondo la nozione di “musica” secondo questi gentlemen sofisticati, gaudenti e cosmopoliti. Il più incantevole contralto mai udito sulla Terra, insieme a quello di Johnny Hodges, maneggia con cura affettuosa le melodie di standard prediletti [Easy Living; Polka Dots And Moonbeams; I’ve Grown Accustomed To Her Face; That Old Feeling; Here’s That Rainy Day; When Joanna Loved Me; Glad To Be Unhappy; Poor Butterfly, Angel Eyes; The One I Love (Belongs To Somebody Else); Alone Together; Nancy (With The Laughing Face); East Of The Sun (And West Of The Moon); For All We Know; I Get A Kick Out Of You; Time After Time; You Go To My Head], classici brasiliani (Samba De Orfeu; Theme From ‘Black Orpheus’), evergreen arrangiati in chiave “latina” (A Ship Without A Sail; The Night Has A Thousand Eyes) e, viceversa, temi originali composti in stile sudamericano (Bossa Antigua; Embarcadero; Samba Cantina; The Girl From East 9th Street; El Prince; Curacao Doloroso; O Gato). Scandita da un atipico tempo in 5/4, Take Ten rinnova i fasti della celebre Take Five (Time Out). A Taste Of Honey - il popolare valzer tratto da pièce e pellicola omonime - dondola sulle spazzole magiche di Kay, mentre Hall sigla uno splendido intervento eseguito con il pick-up della semiacustica regolato a “0”. Superbe anche le rivisitazioni di un paio di idee prese a prestito da illustri colleghi: Greensleeves, traditional dissepolto da John Coltrane, che esalta l’indole romantica di Desmond; Two Degrees East, Three Degrees West, intrigante blues firmato da John Lewis a cui Heath e Kay donano tutta la souplesse del Modern Jazz Quartet. Ai fugaci, raffinatissimi fraseggi di Hall, che non a caso ispireranno Pat Metheny e John Scofield, Desmond replica con assoli di chiara matrice “cool”, costruiti secondo un mirabile criterio architettonico, sorretti da un’inventiva prodigiosa e contraddistinti dal caratteristico, provocante effetto “soffiato”: Paul li definiva spiritosamente “Dry Martini”, quasi a rivendicare il proprio signorile distacco da qualsiasi implicazione politica o sociale, la qual cosa lo rese inviso alla critica più retriva. Quando Anthony Braxton - virtuoso delle ance e autorevole intellettuale afro-americano - spiazzò tutti indicando in Desmond il proprio principale modello, l’astioso birignao degli “addetti ai lavori” fu finalmente ridotto al silenzio. Nonostante loro, dopo quarant’anni il sax di Paul Desmond risuona ancora lirico e inviolato. - B.A.


PAUL DESMOND - PURE DESMOND (1974)

DI CASTRI / LOVANO / D'ANDREA / MOTIAN - UNKNOWN VOYAGE (1989)

FURIO DI CASTRI - WHAT COLOUR FOR A TALE (1991)

FURIO DI CASTRI / PAOLO FRESU - EVENING SONG (1992)

FURIO DI CASTRI / PAOLO FRESU - URLO (1993)

FURIO DI CASTRI - WOODEN YOU (1999)

FURIO DI CASTRI - UNKNOWN VOYAGE (2000)

ALESSANDRO DI LIBERTO - TONALITÀ NATURALI (2002)

MIKE DiRUBBO - KEEP STEPPIN’ (2001)

MIKE DiRUBBO - HUMAN SPIRIT (2002)

BRUCE DITMAS - WHAT IF (1995)

BILL DIXON - INTENTS AND PURPOSES (1967)

NIELS LAN DOKY - DREAMS (1983)

NIELS LAN DOKY - DAYBREAK (1988)


ERIC DOLPHY - OUTWARD BOUND (1960)

Il forte impatto con la sua musica si manifesta, sia pure in maniera non ancora traumatica, fin dal primo album realizzato a proprio nome per la Prestige: il clima post-boppistico, invigorito dalla presenza di uno splendente Freddie Hubbard, trova i suoi esiti più convincenti nell’iniziale G.W., dedicato a Gerald Wilson, in On Green Dolphin Street, modellato sulla versione davisiana del '58 e in Miss Toni. Imperdibile per ogni cultore, Outward Bound documenta l’impressionante attivismo del grande strumentista californiano: un’urgenza espressiva senza limiti, una folgorante visione profetica dei futuri sviluppi del jazz, e un rapporto diretto, mai reciso, con la tradizione di questa musica. - Pino Candini


ERIC DOLPHY - OUT THERE (1960) FOREVER YOUNG

Un capolavoro, propiziato da un organico completamente anticonvenzionale. Il sontuoso violoncello di Ron Carter, spesso suonato con l’arco, dona una preziosa aura neo-cameristica a tutti i brani: il mingusiano Eclipse è uno dei picchi dell’album, con la suggestiva combinazione timbrica di violoncello-contrabbasso-clarinetto, ma anche Serene e The Baron (altro omaggio a Mingus) sono da antologia, soprattutto per gli assoli di clarinetto basso. Né va dimenticato il fondamentale apporto del raffinatissimo drumming di Roy Haynes. - Pino Candini

Utilizing Ron Carter’s bowed cello as a second voice, Dolphy achieves a chamber-like avant-jazz. It was quite daring for its time and again spotlights Eric’s bass clarinet and flute as well as, on one number - Eclipse, a Charles Mingus composition - conventional clarinet. - Prestige


ERIC DOLPHY - FAR CRY (1960)

Far Cry venne inciso il 21 Dicembre 1960, un mercoledì magico per Dolphy: qualche ora prima aveva partecipato allo storico Free Jazz di Ornette Coleman, per la Atlantic. L’album per la Prestige celebrava il suo primo incontro discografico con Booker Little. Con il talentoso trombettista erano anche Jaki Byard, Ron Carter e Roy Haynes. Byard contribuì con due ottimi pezzi, Mrs. Parker Of K.C. e Ode To Charlie Parker. Dolphy ripropose due brani da Out There: Serene e Far Cry (nuovo titolo per Out There). In più vi erano una ballad di Mal Waldron (Left Alone) e due standard (Tenderly; It’s Magic). Un repertorio molto vario, che consentì a Dolphy di sfoderare tutta la sua ampia gamma espressiva, mentre Little rivelava genialità e perfetto controllo strumentale. - Pino Candini

Eric Dolphy pushed his own playing into unfamiliar territory, turning the bass clarinet into the accepted tool it is today, writing a book of challenging and memorable tunes, quickly carving out a unique place in jazz history alongside his most insightful contemporaries and collaborators. For anyone who values creativity in jazz, Far Cry is indispensable. - John Corbett


ERIC DOLPHY - STOCKHOLM SESSIONS (1961)

ERIC DOLPHY - IRON MAN (1963) FOREVER YOUNG

ERIC DOLPHY - CONVERSATIONS (1963) FOREVER YOUNG


ERIC DOLPHY - OUT TO LUNCH! (1964) FOREVER YOUNG

Agli inizi si ispirò a Charlie Parker, al pari di molti coetanei. Salì alla ribalta con il quintetto di Chico Hamilton, suonando con una passione che minacciava di travolgere il delicato equilibrio formale del gruppo. Era uno strumentista molto richiesto: suonò con Charles Mingus, Max Roach, Ornette Coleman, e soprattutto con John Coltrane. Firmò le orchestrazioni per Africa Brass, e si unì al gruppo di Coltrane come membro aggiunto, seguendolo nel giro di concerti in Europa, dove rimase. La morte improvvisa troncò il suo sviluppo, da semplice strumentista a musicista pieno e maturo. Il suo ultimo album in studio, Out To Lunch!, resta come un tragico “memento” del suo potenziale come direttore musicale. Dolphy è una figura di transizione. Non fu né un musicista free ortodosso, né rimase interamente confinato nel linguaggio armonico del bop. Un approccio estremamente vocalizzante lo caratterizza sia al sax alto che al clarinetto basso (fu lui a tirare fuori dal limbo dell’inutilità questo strumento). Il disegno delle sue frasi è imprevedibile, quasi capriccioso: linee melodiche isteriche e brusche si aprono all’improvviso in fioriture decorative. Sembrava possedere una sensibilità uditiva particolarmente acuta. In brani come Straight Up And Down e Something Sweet, Something Tender il suo solismo si fa stridulo e tagliente. Su Hat And Beard il clarone sbuffa come un beffardo ippopotamo. Il suo flauto, per converso, è tutto delicatezza e grazia, specie nel trasparente Gazzelloni. - E.I.J.


ERIC DOLPHY - LAST DATE (1964) FOREVER YOUNG

LOU DONALDSON - LUSH LIFE (1967)

KENNY DORHAM - AFRO-CUBAN (1955)

KENNY DORHAM - QUIET KENNY (1959)

KENNY DORHAM - WHISTLE STOP (1961) FOREVER YOUNG

KENNY DORHAM - MATADOR / INTA SOMETHIN’ (1961/1962)

KENNY DORHAM - UNA MAS (1963)

KENNY DORHAM - TROMPETA TOCCATA (1964)

DAVE DOUGLAS - PARALLEL WORLDS (1993)

DAVE DOUGLAS - THE TINY BELL TRIO (1993)

DAVE DOUGLAS - IN OUR LIFETIME (1994)


DAVE DOUGLAS - FIVE (1996)

Un quintetto jazz, ma con due archi in luogo di sax e piano: equilibri, dinamiche e stereotipi saltano in favore di un’improvvisazione da camera che, al netto degli encomi “qualificati”, a malapena buoni per pulirsi il culo, produce una musica eccellente. In sostanza, tre liuti [Drew Gress (contrabbasso), Erik Friedlander (violoncello), Mark Feldman (violino)], un ottone [Dave Douglas (tromba)] e un percussionista [Michael Sarin (batteria)] espongono i temi con rigorosa accuratezza, per poi svincolarsi dalle maglie della partitura e conversare liberamente gli uni con gli altri. Le illustri pagine firmate da Thelonius Monk e “Rahsaan” Roland Kirk rivivono grazie alla peculiarità del collettivo: se l’interpretazione di Who Knows brilla per gli “effetti speciali” di Feldman, sull’arrangiamento di The Inflated Tear risalta la splendida melodia eseguita da Friedlander. Come solista, Douglas dispone di un’ampia gamma timbrica con cui, secondo le esigenze, è in grado di cantare, inveire, gemere, rantolare, sempre in attrito con le voci strumentali “colte” dei partner, a beneficio di contrasti sonori altamente espressivi. Quasi tutti dedicati ad autori e protagonisti del XX Secolo, i brani scritti dal leader sono esemplari della sua poetica e delle sue influenze: l’inizio al fulmicotone di Invasive Procedure fa da prologo al motivetto bizzoso e quasi infantile di Mirrors, ispirato a Steve Lacy; su Going, Going si avverte l’afflato lirico di Wayne Shorter; l’intreccio di ritmi e armonie su Actualities è un omaggio alla complessa personalità del compianto Woody Shaw. Pubblicato dall’etichetta italiana Soul Note. Per quello che valgono, cinque stelle su Down Beat. - B.A.


DAVE DOUGLAS - MAGIC TRIANGLE (1997)

DAVE DOUGLAS - CHARMS OF THE NIGHT SKY (1997)

DAVE DOUGLAS - MOVING PORTRAITS (1997)

DAVE DOUGLAS - CONVERGENCE (1998)

DAVE DOUGLAS - LEAP OF FAITH (1999)

KENNY DREW - UNDERCURRENT (1960)


KERMIT DRISCOLL - REVEILLE (2009)

Se un musicista esperto, competente e umile come Kermit Driscoll decide di registrare un primo album a proprio nome, non può che essere per quel che si usa definire una sincera urgenza espressiva, e l’idea di accostare una giovane pianista post-free (Kris Davis) ai fuoriclasse Bill Frisell e Vinnie Colaiuta ne illustra quasi programmaticamente le finalità: Driscoll è un compositore, firma otto brani su dieci e ha maturato convinzioni nient’affatto scontate circa il tipo di gruppo più adatto a dar loro voce. Peraltro, i rimandi “rock” della chitarra (persino ai Beatles, nella prima traccia) non debbono trarre in inganno: la scrittura del titolare è raffinata, sottile, e anche le forme apparentemente più squadrate sono pronte a deformarsi, aprendosi agli interventi dei solisti. Certo, per chi - come noi - è fin troppo affezionato al mondo sonoro di Frisell (ex-leader di Driscoll), diventa meno agevole concentrarsi sulla pensosa espressività della Davis (For Hearts, Martin Sklar), se non dopo aver provato un’inusitata ammirazione per le acrobazie di Colaiuta e - quel che più conta - per il coerente flusso di idee musicali che il quartetto s’incarica di condurre nello spettro dell’udibile. - Michele Agostini


BILLY DRUMMOND - DUBAI (1995)

RAY DRUMMOND - CONTINUUM (1994)


GERD DUDEK - SMATTER (1998)

Evan ParkerZio Fester si è dato al jazz? Perdonate l’affettuosa insolenza nei confronti di Dudek - maturo carneade raccomandato con toni mistici addirittura da Evan Parker - ma se davvero l’esordio discografico di un artista rappresenta il suo biglietto da visita, la copertina in oggetto rischia di intimidire anche gli ascoltatori più bendisposti. In ogni caso, chi ama i quartetti con sax e chitarra (Desmond/Hall, Lovano/Scofield, Bergonzi/Goodrick etc.) non deve perdere questo bellissimo CD che consente, tra l’altro, di riascoltare The Peacocks, un meraviglioso tema di Jimmy Rowles che Gerd interpreta al soprano. - B.A.

Unadulterated New MusicDopo quarant’anni di carriera e innumerevoli collaborazioni (Von Schlippenbach, Brötzmann, Oxley etc.) ci voleva un ammiratore “speciale” come Evan Parker per portare Gerd Dudek in uno studio di registrazione e pubblicare questo primo “vero” disco a suo nome (alcuni CD per la Konnex sono poco più che bootleg). Dudek rappresenta un’eredità coltraniana speculare a quella di Parker: morbida e melodica, ma non per questo meno intensa. ‘Smatter contiene tre splendide composizioni di Kenny Wheeler e tre standard che hanno fatto la storia del sax. Accanto a Gerd troviamo un trio inglese stilisticamente collocato tra hard-bop e free, capace di suonare “aperto” senza mai perdere il contatto con uno swing agile ed elastico. La chitarra di John Parricelli ha un suono incisivo ma non freddamente metallico e il suo fraseggio pensoso è elegantemente appoggiato, con un leggero ritardo, sulla pulsazione poliritmica della batteria (Tony Levin); Chris Laurence (contrabbasso) sostiene e suggerisce con fantasia inesauribile. - Francesco Martinelli


GERD DUDEK - DAY AND NIGHT (2012)

 

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