 JAZZ
BAILEY /
RUTHERFORD / GUY - ISKRA 1903 /
CHAPTER ONE 1970-1972 (1970/1972)
DEREK BAILEY /
EVAN PARKER - THE LONDON CONCERT (1975)
BAILEY / LEWIS /
PARKER / RUTHERFORD / SCHIAFFINI etc. - PISA
1980 IMPROVISORS SYMPOSIUM (1980)
DEREK BAILEY - DOMESTIC
& PUBLIC PIECES (1975/1977)
DEREK BAILEY - LACE
(1989)
CHET BAKER - THE
COMPLETE PACIFIC JAZZ STUDIO RECORDINGS
OF THE CHET BAKER QUARTET WITH RUSS FREEMAN (1953/1956) 
CHET BAKER - CHET
(1961)
CHET BAKER - MISTER
B. (1983)
Il più riuscito
degli ottimi album incisi da Baker per la Timeless contiene solo
brani strumentali. La scelta del materiale è
accuratissima: Dolphin Dance di Herbie Hancock, Beatrice
di Sam
Rivers, In Your Own Sweet Way di Dave
Brubeck, Strollin di Horace Silver e altre
eccellenti composizioni. Chet è coadiuvato da Michel
Graillier (piano) e Riccardo Del Fra (contrabbasso): il
trio produce un morbido tessuto armonico, su cui gli
assoli di tromba si adagiano delicatamente, sfruttando il
ridotto attrito ritmico dovuto allassenza della
batteria. - B.A.
CHET BAKER - BLUES
FOR A REASON (1984)
CHET BAKER &
ART PEPPER - THE ROUTE
(1956)
CHET BAKER &
ART PEPPER - PLAYBOYS (1956)

IAIN BALLAMY - BALLOON
MAN (1988)
IAIN BALLAMY - ALL
MEN AMEN (1995)
BILLY BANG - VALVE
N° 10 (1991)
BILLY BANG - BANG
ON! (1997)
BILLY BANG - VIETNAM:
THE AFTERMATH (2002)
La musica come
catarsi per i traumi post-bellici. Questo, in estrema
sintesi, il progetto che Billy Bang ha realizzato su
suggerimento e con laiuto del produttore
Jean-Pierre Leduc. E se quella in questione è la
sporca guerra per antonomasia,
lintensità delle emozioni in gioco è assicurata.
Reduce dal Vietnam col grado di sergente, trentanni
dopo il congedo William Vincent Walker - vero nome del
violinista - concepisce un album insieme ad alcuni
colleghi/veterani per esorcizzare gli incubi di quella
comune, terribile esperienza. Il plotone dei
militari è composto dal leader insieme a Butch Morris
(direzione), Michael
Carvin (batteria), Ted Daniel (tromba), Frank Lowe
(sax tenore), Ron Brown (percussioni) - i dati riportano
grado e numero di matricola di ciascun soldato -
assistiti dai civili John Hicks (pianoforte),
Curtis Lundy (contrabbasso), Sonny Fortune (flauto). Gli
estimatori dello String Trio of New York riconosceranno
il caratteristico timbro strumentale di Bang, scuro e
slabbrato, qui immerso in una giungla di suggestioni,
reminiscenze, armonie che arrivano dallEstremo
Oriente: i suoi assoli si succedono ispiratissimi senza
posa. Yo! Ho Chi Minh Is In The House racconta la
minacciosa atmosfera dei luoghi con una melodia
inequivocabile. Lagguato swing di Tunnel Rat
(Flashlight And A 45) si svolge in un ambiente tanto
esotico quanto ostile. Moments For The KIAMIA e
Mistery Of The Mekong concedono preziosi attimi di
quiete dedicati ai caduti (killed in action), ai dispersi
(missing in action) e ai segreti del grande fiume. Tet
Offensive rievoca in chiave free il
formidabile attacco a sorpresa che i Viet Cong sferrarono
contro lesercito americano nel 1968. Bien Hoa
Blues manda in avanscoperta Daniel e Lowe, mentre
lambiguo tema di Fire In The Hole offre lo
spunto per i magnifici interventi di Fortune e Hicks.
Lascolto di Vietnam: The Aftermath ci ha
ricondotto alla visione di All
The Presidents Men, JFK,
Nixon e Frost/Nixon, per meglio
comprendere la mentalità di chi spedì allinferno
una generazione. - B.A.
COUNT BASIE - THE
COMPLETE ROULETTE STUDIO RECORDINGS OF COUNT BASIE AND
HIS ORCHESTRA (1957/1962) 
PIERO BASSINI
- NOSTALGIA (1988)
Sempre più spesso si
legge che la formula del trio piano/basso/batteria
sarebbe rischiosa perchè condurrebbe
inevitabilmente al confronto con gli inarrivabili modelli
di Bill Evans, McCoy Tyner, etc. - E che significa? Dopo
Hendrix nessuno può più toccare una Stratocaster? In
realtà, come per molte altre trovate della stampa
specializzata, la consistenza
dellaffermazione è inversamente proporzionale alla
sua ottusità. Oltretutto, se la Red
Records avesse preferito evitare gli azzardi,
tre anni prima non avrebbe affiancato a Bobby Watson un
trio tutto italiano. Viceversa, grazie a quella salutare
deviazione dalla norma, come lavrebbe
definita Frank Zappa, il nome di Bassini ha conquistato
un posto nella storia discografica del jazz, con le
magnifiche sedute del 1985 (Appointment
In Milano; Round
Trip). Nostalgia è
unavvincente conversazione a tre che poggia sulla
collaudata intesa tra Bassini, Giampiero Prina e il
poderoso contrabbasso di Furio Di Castri. Il moderatore
del dibattito è Prina che, con la sua inesausta
scansione ritmica, riesce ad aggirare i noiosi cliché di
genere (Steps Blues; Buds Time;
Autumn Waltz), confermandosi come uno dei migliori
specialisti italiani. Il fraseggio rutilante e inventivo
di Bassini e le accattivanti melodie dei brani (tutti
suoi eccetto Blues For Gwen, di Tyner) riservano
agli appassionati di questa combinazione strumentale una
manciata di sorprese tutte da scoprire. - B.A.
PIERO BASSINI
- INTENSITY
(1995)
Il
(relativo) successo di vendite riscosso da questo album
è una significativa conferma del fatto che la qualità
paga. Intensity ci propone un artista ormai in
possesso di un idioma personale, che sa coniugare
naturalezza dello svolgimento melodico e imprevedibilità
del fraseggio. Sostenuto da tre collaboratori (Luca
Garlaschelli, Massimo Pintori, Ettore Fioravanti) che si
buttano a capofitto nelle diverse situazioni, Piero
Bassini perlustra minuziosamente la struttura di ogni
brano con incessanti rielaborazioni tematiche.
Dallalto dei cieli, Miles e Bill benedicono la
commossa interpretazione di Blue In Green. - B.A.
GIANNI BASSO - HORO:
JAZZ A CONFRONTO 3 (1973)
RICHARD BEIRACH - EON
(1974)
RICHARD BEIRACH - ELM
(1979)
BERESFORD /
COOMBES / SMITH / DAY - THREE &
FOUR PULLOVERS (1978)
KARL BERGER / DAVE
HOLLAND - ALL KINDS OF TIME (1976)
JERRY BERGONZI - JERRY
ON RED (1988) 
JERRY BERGONZI -
INSIDE OUT (1989)
JERRY
BERGONZI - LINEAGE
(1989)
Molti addetti
ai lavori, sopraffatti dalla frenesia del
nuovo (spesso sinonimo di
palloso), finiscono per trascurare quanto di
valido si trova già sotto il proprio naso. Eppure, per
trascorrere una serata gustando del buon jazz basterebbe
infilare nel lettore questo CD, inciso dal vivo da Jerry Bergonzi
con una ritmica di sogno: Mulgrew Miller, elegante
pianista che pare trovarsi a proprio agio soprattutto
nelle formazioni in quartetto; Adam Nussbaum, uno dei
batteristi del momento, perfetto in ogni contesto e con
ogni partner (David Liebman, Tom Harrell, Jim McNeely,
John Scofield etc.); Dave Santoro, che col suo
contrabbasso fornisce un sostegno ritmico solidissimo.
Dal funambolico fraseggio di Inner Urge,
allammaliante clima coltraniano di Jones, Lineage
offre ciò che molti appassionati cercano, ma raramente
riescono a trovare in un album: perizia strumentale,
arrangiamenti architettati con cura, temi interessanti,
assoli ispirati. Le versioni in studio dei tre titoli
originali possono essere rintracciate, rispettivamente,
su Inside Out (Reds Blues) e su Tilt!
(On The Brink; Jones), mentre Inner
Urge è il classico di Joe Henderson contenuto
nellomonimo album Blue Note del 1964. - B.A.
JERRY BERGONZI - TILT!
(1990)
JERRY
BERGONZI - ETC PLUS ONE (1991)

Nella
sezione FOREVER
YOUNG almeno un seggio spetta di
diritto a Jerry
Bergonzi, e per rappresentarlo è stato scelto ETC
Plus ONE. Tuttavia il disco potrebbe essere
sostituito in qualsiasi momento, perchè lo standard
qualitativo delle incisioni Red
Records di Jerry è costante ed elevatissimo.
In questo caso, il trio di Fred Hersch (ETC) si mette in
luce per il raffinato tocco del pianista, per il caldo e
morbido suono del contrabbasso di Steve La Spina -
derivante dal budello usato in luogo dellacciaio
per le due corde alte (SOL e RE) - e per il sobrio
accompagnamento di Jeff Hirshfield: il tenore plana
libero e felice su un pugno di splendidi temi originali,
alla scrittura dei quali partecipano anche Hersch e La
Spina. Bergonzi dedica un omaggio personale a Hank
Mobley, con unobliqua melodia (Hank)
chiaramente ispirata alle composizioni di Thelonius Monk
e di Andrew Hill. Un altro capolavoro. - B.A.
JERRY
BERGONZI - NAPOLI CONNECTION (1992) 
Durante i vivaci battibecchi che animano le
discussioni tra appassionati, emerge puntualmente un
consenso unanime sulla difficoltà di scorgere nuovi
validi compositori sulla scena jazz. Senza dimenticare
Tom Harrell, Pat Metheny e altri innovatori, una
rassicurante certezza è rappresentata da Jerry Bergonzi: i suoi album vanno custoditi come scrigni
preziosi, in virtù delle stupende melodie che
racchiudono. Con Napoli Connection, Jerry torna
alla formula vincente già adottata per lesordio Red
Records del 1988 (Jerry On
Red), avvalendosi di una sezione ritmica tutta
italiana, il Trio Idea. Con le due interpretazioni di Love
For Sale, il sassofonista riconferma le proprie
indiscusse qualità di improvvisatore viscerale e
fantasioso, ma i piatti più ghiotti del menù sono senza
dubbio i pezzi originali che, molto semplicemente,
possono conquistare chiunque ami la buona musica, a
prescindere dai generi. I tre paesani offrono un
solido punto di riferimento per il leader, e il fecondo
scambio di idee fra i quattro instaura un clima
assolutamente paritario. Lassolo del pianista
Valerio Silvestro calza come un guanto addosso alla
bellissima Grand Trine, con una scelta di note
oculata e ingegnosa. Il veloce tema di Napoli
Connection è caratterizzato da un brusco stop
ritmico che ne spezza la trama, conferendo grande forza
espressiva al brano, mentre la sostenutissima andatura
costringe i solisti a impegnarsi senza risparmio.
Assimilata la lezione di Wayne Shorter, Bergonzi la
rielabora con Neptunian Verses e Jab, due
ballad che stringeranno il cuore di chi ha trascorso la
vita ad ascoltare Teru (Adams Apple).
Un grazioso preambolo pianistico introduce Estate,
il maliconico evergreen di Bruno Martino, che Bergonzi e
il contrabbassista Tony Ronga utilizzano dapprima come
traccia per brevi e sofisticate improvvisazioni, per
convergere poi verso una disciplinata esposizione del
celebre motivo nelle battute finali. Il lavoro di
Salvatore Tranchini, un vero maestro dei piatti, è di
sopraffina eleganza su tutti i pezzi. Un originale
dipinto riprodotto sul CD (1927 Will Last Forever!
- David McDermott/Peter McGough) accresce il rimpianto
per le enormi possibilità grafiche offerte dalle
gloriose copertine dei Long Playing. - B.A.
JERRY BERGONZI - STANDARD
GONZ (1992)
JERRY BERGONZI - PEEK
A BOO (1992)
JERRY
BERGONZI - EMERGENCE! LIVE AT
FASCHING (1993)
Nulla da obiettare
quando in cima ai referendum indetti dalle riviste
specializzate troviamo Joe Lovano o Tom Harrell. Ma
proprio i riconoscimenti tributati a questi musicisti
straordinari rendono inconcepibile il silenzio assordante
che circonda i nomi di Bennie Wallace o
Jerry Bergonzi,
ed è deprimente assistere allostracismo cui
vengono sottoposti questi due autentici giganti del sax
tenore. Uno dei critici meno attenti di Down Beat,
definendo Bergonzi dotato
ma non originale, attribuisce a questo
giudizio una fastidiosa accezione negativa che non può
essere condivisa. Modernizzare un linguaggio
apparentemente tradizionale, evitare mode superficiali e
inconsistenti, aderire alla concretezza
dellimprovvisazione: le scelte meno vistose spesso
si rivelano le più azzeccate. In questo eccellente album
dal vivo lincontenibile foga di Jerry e
linfaticabile sostegno ritmico di Alex Riel
(batteria) e Jesper Lundgaard (contrabbasso) innalzano un
mirabile monumento allarte del trio. Ciascun brano
offre una porzione di idee musicali talmente sostanziosa
da suggerire un ascolto centellinato, per assaporare un
pò per volta i contenuti che emergono dal fittissimo
dialogo strumentale. Il timbro corposo di Lundgaard
richiama a tratti lindimenticabile
fretless elettrico di Pastorius (Optimum
Propensity; Blank For Now), e il suo fraseggio
imprevedibile e sinuoso rende interessanti, dall'inizio
alla fine, tutte le sue uscite solistiche. Bergonzi è un
autore di razza, e a proposito delle sue composizioni si
può realisticamente parlare di repertorio.
Lassenza del piano e latmosfera raccolta del
club spingono il sassofonista a unesplorazione
dellelegante tema di Tribute meno meditata
ma più avventurosa rispetto a quella, pure godibile, che
caratterizzava le due versioni già apparse
nellalbum Tilt! - Landamento
latino di Conclusive Evidence scatena
lesuberanza del trio, e chi volesse confrontare
questa esecuzione con le incisioni in quartetto può
riascoltare gli incontri di Jerry con due fenomenali
complessini, gli ETC di Fred Hersch (ETC Plus One)
e il Trio Idea (Napoli Connection), entrambi
su Red
Records. Riel è curiosamente indicato come
titolare ufficiale, nonostante Bergonzi abbia scritto
tutti i sei pezzi e sia indiscutibilmente il trascinatore
della compagnia. - B.A.
JERRY BERGONZI -
VERTICAL REALITY (1994)
JERRY BERGONZI - SONORA
ART QUARTET MEET JERRY BERGONZI
(1994)
JERRY
BERGONZI - ON AGAIN
(1996)
Sebbene intestati a
leader diversi, Sunscreams
e On Again sono album gemelli. Con ¾ del
personale identico su entrambe le session e una prima
linea che affianca maestri del calibro di Mick Goodrick e Jerry Bergonzi,
i due titoli prodotti da Raimondo Meli Lupi
per leffimera RAM
Records sono indispensabili per gli estimatori della
formula strumentale con sezione ritmica, chitarra e sax.
Lalchimia tra il turgido tenore di Bergonzi e la
fluida sei corde di Goodrick caratterizza la cifra
espressiva degli arrangiamenti, in perfetto equilibrio
tra parsimonia sonora e ricchezza armonica. Accanto a Bruce Gertz
(contrabbasso) si alternano i batteristi Gary Chaffee (Sunscreams)
e Adam Nussbaum
(On Again), per alimentare una spinta cinetica
duttile e potente.
On Again - Linconfondibile timbro
umano di Bergonzi filtra dai grovigli di note
intessuti attorno ai singoli temi. In funzione
complementare, i fraseggi di Goodrick allentano le spire
del sax dipanando i fitti intrecci con precisione
chirurgica. Jerry e Mick esibiscono, rispettivamente, il
legame ereditario con John Coltrane e
linfluenza esercitata su Pat Metheny.
Stupenda Out House, precipitosa fuga hard-bop che
proseguirà anche in trio con lorganista Dan Wall (Just
Within) e nella formazione all stars con Bobby Watson (Together
Again For The First Time). - B.A.
JERRY BERGONZI /
BOBBY WATSON - TOGETHER AGAIN FOR
THE FIRST TIME (1996)
JERRY BERGONZI - JUST
WITHIN (1996)
JERRY BERGONZI - LOST
IN THE SHUFFLE (1998)
JERRY BERGONZI - TENOR
OF THE TIMES (2005)
DAVID BERKMAN - HANDMADE
(1998)
DAVID BERKMAN - COMMUNICATION
THEORY (2000)
DAVID BERKMAN - LEAVING
HOME (2002)
DAVID BERKMAN - START
HERE ... FINISH THERE (2003)
TIM BERNE - THE
EMPIRE BOX (1979/1982)
TIM BERNE / BILL
FRISELL - ... THEORETICALLY (1983)
TIM BERNE - THE
ANCESTORS (1983)
TIM BERNE - MUTANT
VARIATIONS (1983)
TIM BERNE - FULTON
STREET MAUL (1986)
TIM BERNE - SANCTIFIED
DREAMS (1987)
 Incallito habitué delle auto-produzioni (Empire, Screwgun) e
delle etichette indipendenti (Soul Note, JMT),
nel corso della propria carriera Tim Berne
ha registrato anche per la CBS,
in forza della cui capacità distributiva ottenne una
prima, discreta reputazione. I due album incisi per la
multinazionale illustrano la maturità espressiva
raggiunta dal sassofonista/compositore, anticipando
altresì gli imminenti sviluppi stilistici della sua
musica.
Fulton Street Maul - Un quartetto
anticonvenzionale, in cui il sax alto del leader dialoga
con la chitarra psichedelica di Bill Frisell, con
la versatile batteria di Alex Cline
e col violoncello di Hank Roberts,
questultimo arruolato per evocare la presenza dello
strumento ad arco di Abdul Wadud nei dischi di Julius
Hemphill [Dogon A.D.,Coon
Bidness (Reflections), Raw
Materials And Residuals etc.], maestro e mentore
di Berne. Tre brani su cinque sono degni di
unantologia dellavanguardia post-free: 1)
lostinato
di Roberts e gli effetti di Frisell allestiscono la
drammatica entrata in scena di Berne che, a sua volta,
espone il sinistro, inquietante tema di Unknown
Disaster; 2) introdotta da una rullata sghemba di
Cline, Miniature procede a ritmo claudicante lungo
lintera sequenza degli assoli [darà il nome al
trio Berne/Roberts/Baron (Miniature; I
Cant Put My Finger On It)]; 3) dedicata dal
cinefilo Berne a Fellini, Federico potrebbe
piacere ai cultori del progressive
di Canterbury,
anche se il responsabile nega una qualsiasi familiarità
col genere.
Sanctified Dreams - Lorganico cambia e si
allarga con larrivo di Herb
Robertson (tromba, cornetta,
flicorno),
Mark
Dresser (contrabbasso) e Joey Baron
(batteria), il che consente al titolare di espandere le
possibilità timbriche degli arrangiamenti. Con un
instancabile impiego del violoncello Hank Roberts
compensa lassenza della chitarra, esibendosi anche
in stralunati vocalizzi nei passaggi più statici (Blue
Alpha), fino a evocare limmagine di un
pellerossa in preghiera (Terre Haute). Per
lascoltatore in cerca di jazz,
tuttavia, i pezzi forti sono Velcho Man, Hip
Doctor ed Elastic Lad. [P.S. - Nel 1988
assistemmo a un concerto del quintetto di Sanctified
Dreams a Ravenna. A quel festival, tra gli altri,
partecipò anche John Zorn
che, insieme allo stesso Tim Berne,
eseguiva il repertorio di Ornette Coleman
sotto linsegna Spy vs. Spy.
La foto scattata a Berne e Zorn
per le vie della città romagnola - si noti la scritta
Ornette sulla cartella degli spartiti - fu
pubblicata da Musica
Jazz nel numero di Novembre del 2004.] - B.A.
TIM BERNE - FRACTURED
FAIRY TALES (1989)
TIM BERNE - DIMINUTIVE
MYSTERIES (MOSTLY HEMPHILL) (1993)
TIM BERNE - THE
SEVENS (2001)
TIM BERNE /
MINIATURE - MINIATURE
(1988)
TIM BERNE /
MINIATURE - I CANT PUT MY
FINGER ON IT (1991)
TIM BERNE / CAOS
TOTALE - PACE YOURSELF (1991)
TIM BERNE / CAOS
TOTALE - NICE VIEW (1994)
TIM BERNE / BLOODCOUNT
- LOWLIFE
(1995)
TIM BERNE / BLOODCOUNT
- POISONED
MINDS (1995)
TIM BERNE / BLOODCOUNT
- MEMORY
SELECT (1995)
TIM BERNE / BLOODCOUNT
- UNWOUND
(1996)
TIM BERNE / BLOODCOUNT
- DISCRETION
(1997)
TIM BERNE / BLOODCOUNT
- SATURATION
POINT (1997)
BERNE
/ FORMANEK / HIRSHFIELD -
LOOSE CANNON (1992)
DINO BETTI VAN DER NOOT - HERE COMES
SPRINGTIME (1985)
DINO BETTI VAN DER NOOT - THEY CANNOT KNOW (1986)
DINO BETTI VAN DER NOOT - A CHANCE FOR A
DANCE (1987)
DINO BETTI VAN DER NOOT - SPACE BLOSSOMS (1989)
DINO BETTI VAN DER NOOT - ITHACA / ITHAKI (2005)
BIANCO / DUNMALL /
PICARD - UTOMA TRIO (1999)
TONY BIANCO / PAUL
DUNMALL - HOUR GLASS (2002)
ED BICKERT &
DON THOMPSON - AT THE GARDEN PARTY (1978)
ART BLAKEY &
THE JAZZ MESSENGERS - ART
BLAKEYS JAZZ MESSENGERS WITH THELONIUS MONK (1957)
ART BLAKEY &
THE JAZZ MESSENGERS - MOANIN (1958)
ART BLAKEY &
THE JAZZ MESSENGERS - DES FEMMES
DISPARAISSENT / LES TRICHEURS (1958)
ART BLAKEY &
THE JAZZ MESSENGERS - LES LIAISONS
DANGEREUSES (1960)
ART BLAKEY &
THE JAZZ MESSENGERS - THE BIG BEAT
(1960) 
ART BLAKEY &
THE JAZZ MESSENGERS - A NIGHT IN
TUNISIA (1960) 
ART BLAKEY &
THE JAZZ MESSENGERS - LIKE SOMEONE
IN LOVE (1960)
ART BLAKEY &
THE JAZZ MESSENGERS - ART BLAKEY
& THE JAZZ MESSENGERS (1961)
ART BLAKEY &
THE JAZZ MESSENGERS - THE FREEDOM
RIDER (1961) 
ART BLAKEY
& THE JAZZ MESSENGERS - MOSAIC
(1961) 
Con
Wayne Shorter (sax tenore) e Curtis Fuller (trombone) a
dividere la prima linea, Freddie Hubbard contribuì a
fare dei Jazz Messengers la migliore formazione che Art
Blakey avesse diretto dai tempi di Horace Silver e Kenny
Dorham: il solismo e la vena compositiva del giovane
trombettista vi trovarono ampio spazio per esprimersi (Mosaic;
Caravan; Free For All). Perfettamente a proprio agio
sopra il furioso accompagnamento del leader, Hubbard
richiama alla memoria il calore e la grazia di Clifford
Brown, suo primo idolo. Il vibrato e i suoni rauchi hanno
un ruolo episodico nelle sue improvvisazioni, spesso
dotate di una purezza classica. - E.I.J.
ART BLAKEY &
THE JAZZ MESSENGERS - BUHAINAS
DELIGHT (1961)
ART BLAKEY
& THE JAZZ MESSENGERS - CARAVAN
(1962)
La formula mutuata dal Jazztet di
Benny Golson e Art Farmer (sestetto con tre fiati) e
sorretta da eccezionali personalità della nuova
generazione [Freddie Hubbard (tromba); Wayne Shorter (sax
tenore); Cedar Walton (piano); Curtis Fuller (trombone);
Reggie Workman (contrabbasso)] univa la carica
dellhard-bop alle conquiste modali. Caravan
dà la misura delle enormi capacità del gruppo, tanto in
una ballad come Skylark, quanto nelle complesse
architetture ideate dai membri del gruppo. Grazie alla
qualità degli arrangiamenti, vi è un magistrale
equilibrio fra entusiasmo e disciplina: Blakey è in
posizione preminente e i suoi poliritmi tracciano una
regia esemplare. - Claudio Sessa
ART BLAKEY
& THE JAZZ MESSENGERS - FREE
FOR ALL (1964) 
Insieme a Max Roach,
Art Blakey ha fatto della batteria uno strumento di primo
piano. La storia ha dato loro ragione, ma in un primo
tempo, un simile ruolo di mattatori e il gusto del
dialogo alla pari con gli strumenti a fiato attirarono
sui due laccusa di invadenza. Uno dei più grandi
direttori di complesso di tutto il jazz,
Blakey ridusse lo stile batteristico bop agli elementi
essenziali. La carica furibonda che imprime al suo
accompagnamento costringe i solisti a dar fondo alle
proprie risorse senza cedimenti. Il morso dello hi-hat
pulsa nel silenzio prima che le figurazioni ritmiche
comincino a girare vorticosamente tra le pelli come bocce
tra i birilli; le pause improvvise sono seguite da
sprazzi di giochi di bacchette sul bordo del rullante,
prima del titanico crescendo finale. Al centro del suo
linguaggio strumentale è la rullata, un tenue sussurro
che cresce fino a proporzioni immani. I solisti deboli
rischiano di essere sopraffatti dal suo sostegno ritmico,
ma come prova del fuoco per giovani ambiziosi i gruppi di
Blakey non sono secondi a nessuno. Generazioni di giovani
hanno imparato il mestiere con Blakey e poi lhanno
lasciato per dirigere propri complessi, consentendogli di
pescare ancora nel mazzo delle promesse. Nel 1960 la
sezione dei solisti fu ulteriormente rafforzata
dallazione del tenorista Wayne Shorter. La
scrittura di Shorter dominò ben presto il repertorio, e
una sfilata di album eccellenti venne a ristabilire il
primato dei Messengers. Il trombettista Freddie Hubbard
prese il posto di Lee Morgan, conservandone tutta la
forza dimpatto. Cè davvero limbarazzo
della scelta tra Mosaic, Caravan, Free
For All e gli altri dischi del gruppo. - E.I.J.
ART BLAKEY &
THE JAZZ MESSENGERS - INDESTRUCTIBLE
(1964)
ART BLAKEY &
THE JAZZ MESSENGERS - LIVE AT
MONTREUX AND NORTHSEA (1981)
ART BLAKEY & THE JAZZ MESSENGERS - ALBUM
OF THE YEAR (1982)
Dopo aver scritto la
storia con i capolavori incisi per la Blue Note, nel 1982
Art Blakey ricompare in Olanda e a Parigi a capo di un
organico in cui si alternano future superstar come Wynton Marsalis,
Bobby Watson, Donald Harrison
e Terence
Blanchard. Il roboante titolo di album
dellanno è fedele al carattere del grande
batterista, mattatore indomito e maestro ineguagliabile
nellarte di erudire prima e spronare poi i talenti
più ambiziosi. Accanto a un nucleo stabile guidato dal
leader [Bill Pierce (sax tenore), Charles Fambrough
(contrabbasso)], sfilano a turno i pianisti James
Williams e Johnny ONeal affiancati,
rispettivamente, dai formidabili tandem tromba/alto
Marsalis/Watson e Blanchard/Harrison. Ormai imperituro,
il classico stile dei Jazz Messengers non ha bisogno di
aggiornamenti e queste sedute europee si distinguono dal
glorioso passato solo per linevitabile evoluzione
dellalta fedeltà: nel nuovo repertorio rimangono
intatte carica espressiva, finezze strumentali e
consistenza melodica. La scaletta comprende alcuni
pregevoli pezzi originali firmati Fambrough (Little
Man), Williams (Soulful Mister Timmons),
Watson (In Case You Missed It), Blanchard (Oh -
By The Way), Harrison (Duck Soup), oltre a uno
standard parkeriano (Cheryl) e a una fenomenale
versione di Witch Hunt, assolutamente degna della
prima registrata da Wayne Shorter durante la
vigilia di Natale del 1964 (Speak
No Evil). - B.A.
CARLA BLEY / PAUL
HAINES - ESCALATOR OVER THE HILL (1971)
CARLA BLEY - DINNER
MUSIC (1976)
CARLA BLEY - MUSIQUE
MECANIQUE (1978)
CARLA BLEY - SOCIAL
STUDIES (1981)
PAUL BLEY - CLOSER
(1965)
PAUL BLEY - RAMBLIN
(1966)
PAUL BLEY - BALLADS
(1970)
PAUL BLEY - OPEN,
TO LOVE (1972)
PAUL BLEY - ALONE
AGAIN (1974)
PAUL BLEY - AXIS
(1977)
PAUL BLEY - THE
PAUL BLEY QUARTET (1987)
PAUL BLEY - SOLO
(1987)
PAUL BLEY - BLUES
FOR RED (1990)
PAUL BLEY - CHANGING
HANDS (1991)
PAUL BLEY - SWEET
TIME (1993)
PAUL BLEY - BASICS
(2000)
BLEY / GILMORE /
PEACOCK / MOTIAN - TURNING POINT (1964/1968)
BLEY / PEACOCK /
ALTSCHUL - VIRTUOSI (1967)
BLEY / CONNORS /
GIUFFRE - QUIET SONG (1974)
BLEY / PARKER /
PHILLIPS - TIME WILL TELL (1994)
BLEY / MOTIAN - NOTES
(1987)
PAUL BLEY / KENNY
WHEELER - TOUCHÉ
(1996)
ARTHUR
BLYTHE - THE GRIP (1977)
ARTHUR
BLYTHE - METAMORPHOSIS
(1977)
ARTHUR
BLYTHE - IN THE TRADITION
(1978) 
ARTHUR BLYTHE
- LENOX AVENUE BREAKDOWN
(1978) 
Un riuscito connubio
tra latipica formula strumentale e
leccellenza della formazione per celebrare lo
spirito di Harlem
e, in senso lato, la cultura afro-americana. La sezione
fiati a tre voci schiera Arthur Blythe
(sax alto), James
Newton (flauto), Bob Stewart
(tuba), il che dona una spiccata varietà cromatica al
tessuto sonoro. A sua volta, linconsueto reparto
propulsivo affianca gli irregolari James
Blood Ulmer (chitarra) e Guillermo Franco
(percussioni) accanto ai veterani Cecil
McBee (contrabbasso) e Jack DeJohnette
(batteria). I quattro lunghi pezzi dispiegano,
rispettivamente, una festosa marcia per le vie della
città dorigine di Blythe (Down San Diego Way),
unassorta ballata dagli echi levantini (Odessa),
due maestosi affreschi jazz in cui
gli accordi grattati di Ulmer e il volume
sonoro del collettivo donano una sorprendente dimensione
orchestrale agli arrangiamenti (Lenox Avenue Breakdown,
Slidin Through). Straordinari tutti gli
assoli. Allepoca, un progetto analogo per stile,
originalità e consistenza fu proposto da Woody Shaw coi suoi
splendidi album CBS (Rosewood,
Woody III, For Sure!). - B.A.
ARTHUR
BLYTHE - LIGHT BLUE: ARTHUR BLYTHE
PLAYS THELONIOUS MONK (1983)
ARTHUR BLYTHE - EXHALE
(2002)
FIORENZO BODRATO -
ACT NO STRANGE (2008)
FIORENZO BODRATO -
MAINSCREAM FIVE (2009)
FLAVIO BOLTRO
- FLABULA (1992)
Gli amanti della
musica per tromba e sezione ritmica aprano le orecchie:
nel piccolo scrigno in cui custodiamo i classici della
categoria [Quartet (Chet Baker / Russ Freeman), Candy
(Lee Morgan), Portrait Of
Art Farmer (Art Farmer), Live In Tokyo (Charles Tolliver),
Gnu High (Kenny Wheeler), Ah
(Enrico Rava), Tribute To The Trumpet Masters
(Brian Lynch)]
vanno aggiunti due album stilisticamente analoghi, anche
se diversi per origine, retroterra e fama dei rispettivi
titolari: Flabula e J
Mood.
Flabula - Non sapremmo dire se Flavio Boltro sia
il miglior trombettista italiano: al momento è
certamente il nostro preferito, lautentico erede
spirituale di Enrico
Rava, oltre che uno dei più quotati solisti
internazionali. Anni fa lo ascoltammo dal vivo in un pub
di Ascoli Piceno, mentre insieme a una formazione locale,
raccolta in fretta ma più che valida, eseguiva una
superba versione della davisiana Nardis: concerto
straordinario. Questo raro volume della defunta Pentaflowers
precede il prestigioso approdo alla Blue Note (forse
propiziato da cotanto esordio). Sorretto da Massimo
Faraò (pianoforte), Aldo Zunino (contrabbasso) e
dallindimenticabile Giulio
Capiozzo (batteria), Boltro sciorina il proprio
disinvolto fraseggio attraverso una manciata di
arrangiamenti fluidi e misurati, tra cui spiccano
Flabula, Woody, Blues Brau e la soave
ballad Valery. - B.A.
FLAVIO BOLTRO - ROAD
RUNNER (1999)
FLAVIO BOLTRO - 40°
(2003)
BOLTRO / BASSINI /
PRINA - INTO THE BLUE (1987)
SALVATORE BONAFEDE
- ACTOR-ACTRESS (1990)
SALVATORE BONAFEDE
- NOBODYS PERFECT (1992)
SALVATORE BONAFEDE
- JOURNEY TO DONNAFUGATA (2003)
SALVATORE BONAFEDE
- FOR THE TIME BEING (2005)
MICHELE BOZZA
- AROUND
(1996)
La scelta di due raffinati standard
hard-bop qualifica il tenorista Michele Bozza come
autentico intenditore. Lelegante interpretazione
del classico di Benny Golson (Along Came Betty)
consente di riassaporare una splendida melodia, e
suggerisce allascoltatore insaziabile il recupero
della storica incisione dei Jazz Messengers (Moanin).
Beatrice è una languida ballad che Sam
Rivers compose per il suo sensazionale esordio
Blue Note (Fuchsia Swing Song):
nella loro versione, Bozza e Ambrosetti confessano una
sincera passione per il brano, con assoli ispirati e
stilisticamente pregevoli. Convincente la prestazione del
solito Massimo Manzi, che ormai nellarea
marchigiana è unistituzione e che si sta
affermando anche a livello nazionale come uno dei
batteristi più misurati e affidabili. - B.A.
JOANNE BRACKEEN - KEYED
IN (1979)
JOANNE BRACKEEN - ANCIENT
DYNASTY (1980) 
BRASSERIE TRIO - MUSIQUE
MÈCANIQUE
(1998)
ANTHONY BRAXTON - 3
COMPOSITIONS OF NEW JAZZ (1968)
ANTHONY BRAXTON - FOR
ALTO (1968)
ANTHONY BRAXTON - NEW
YORK FALL 1974 (1974)
ANTHONY BRAXTON - TRIO
AND DUET (1974)
ANTHONY
BRAXTON - FIVE PIECES 1975 (1975)

 Coi
suoi vezzi professorali (pipa, occhialini, scacchi) Anthony
Braxton aveva messo a soqquadro un ambiente per
tradizione avverso allaccademia, imponendo la
scomoda figura dellartista afro-americano
intellettuale e filoeuropeo. Eppure, riascoltando questa
musica col senno di poi, si stenta a credere che
allepoca abbia suscitato tanto clamore. Al netto
degli orpelli mediatici, infatti, il polistrumentista di
Chicago è soprattutto un virtuoso superlativo, oltre che
un compositore lucido e rigoroso, forse il più credibile
erede di Eric
Dolphy. Five Pieces 1975 coglie il personaggio
in stato di grazia, sorretto da partner congeniali e
motivati (¾ dellorganico di Conference Of The Birds
o, se preferite, ¾ dei Circle di Paris Concert): Kenny
Wheeler (tromba, flicorno), Dave Holland
(contrabbasso), Barry Altschul (batteria). Lalbum
si apre con uno strepitoso dialogo Braxton/Holland (sax
alto/contrabbasso) sulle variazioni armoniche di You
Stepped Out Of A Dream, per ribadire, a scanso di
equivoci, leccezionale caratura tecnica dei due
fuoriclasse. Il sinistro tema di Opus
23H è esposto da flauto e sordina che, durante
lintermezzo, svaniscono nel labirinto percussivo
eretto da Altschul. Dedicata ad Albert
Ayler, Opus 23E inizia
con una solenne fanfara cui segue la convulsa sequenza di
improvisazioni alternate (clarinetto, tromba, flauto,
batteria), lunga oltre diciassette minuti. Strutture
relativamente intelligibili consentono una più immediata
fruizione degli assoli di sax alto su Opus
23G e Opus 40M. A
noi, menti semplicette, pare assurdo che uno dei feticci
del jazz anni Settanta sia ancora
fuori catalogo e, al momento, risulti disponibile solo
nelledizione integrale della Mosaic (The
Complete Arista Recordings Of Anthony Braxton). Un
modo per sollecitare la ristampa CD potrebbe essere
quello di scrivere agli attuali proprietari del marchio Arista
(SONY) e dir loro che
sono degli stronzi. [P.S. - Per recuperare gli enigmatici
titoli originali e leggere una dotta analisi di tutte le
registrazioni di Anthony
Braxton, raccomandiamo lottimo sito Restructures.]
- B.A.
ANTHONY BRAXTON - SEVEN
COMPOSITIONS 1978 (1978)
ANTHONY BRAXTON - ALTO
SAXOPHONE IMPROVISATIONS 1979 (1979)
ANTHONY BRAXTON - SIX
COMPOSITIONS (QUARTET) 1984 (1984)
ANTHONY BRAXTON - QUARTET
(LONDON) 1985 (1985)
ANTHONY BRAXTON - QUARTET
(BIRMINGHAM) 1985 (1985)
ANTHONY BRAXTON - QUARTET
(COVENTRY) 1985 (1985)
ANTHONY BRAXTON - SIX
MONKS COMPOSITIONS (1987)
(1987) 
BRAXTON / BAILEY -
FIRST DUO CONCERT (1974)
BRAXTON / PARKER -
DUO (LONDON) 1993 (1993)
BRAXTON / PARKER /
RUTHERFORD - TRIO (LONDON) 1993
(1993)
MICHAEL BRECKER - MICHAEL
BRECKER (1987)
MICHAEL BRECKER - DONT
TRY THIS AT HOME (1988)
MICHAEL BRECKER - NOW
YOU SEE IT ... (NOW YOU DONT) (1990)
MICHAEL BRECKER - TALES
FROM THE HUDSON (1996)
MICHAEL BRECKER - TWO
BLOCKS FROM THE EDGE (1997)
MICHAEL BRECKER - TIME
IS OF THE ESSENCE (1999)
RANDY BRECKER - SCORE
(1969)
RANDY BRECKER
- IN THE IDIOM (1986)
Suoni acustici.
Niente fronzoli. Si torna alle origini. Dopo essersi
imposto come artefice, pioniere e caposcuola del
linguaggio fusion, Randy
Brecker riaccende una passione mai sopita grazie
allinteressamento della corporation giapponese
Denon. Letà delloro (Blue Note, Miles
Davis) cui da sempre si ispira il trombettista rivive
grazie alla presenza di maestri come Joe Henderson (sax
tenore) e Ron Carter (contrabbasso), affiancati
allaltro davisiano di lungo corso Al Foster
(batteria) e al brillante David Kikoski (piano). Nel
contesto formale del classico quintetto hard-bop,
peraltro di livello eccelso, la rinomata penna di Randy,
della quale si è giovato con profitto anche Steve Khan (Tightrope; The Blue Man; Evidence), trova lo
spazio giusto per esporre una scrittura complessa,
intrisa di melodia ma armonicamente evoluta. La
sensibilità espressiva di Henderson risalta tanto sulle
ballad (Forever Young; Youre In My Heart)
quanto sui brani più dinamici (Hit Or Miss;
Sang; Theres A Mingus A Monk Us; Little
Miss P), in cui il dialogo col retroterra post-rock del leader evoca gli infuocati
duelli dei Brecker Brothers. Entrambi pilastri di due
diverse, storiche formazioni condotte dal
divino, Carter e Foster offrono un sostegno
ritmico duttile, raffinato, preciso, evidente
sullarchitettura metrica di No Scratch e sul
pensoso clima modale di Moontide.
Prevista, ma non superflua, la consueta alta fedeltà
audio garantita dalla Denon che, nel proprio catalogo,
vanta anche The Art Of
The Saxophone, capolavoro di Bennie Wallace.
- B.A.
RANDY BRECKER - LIVE
AT SWEET BASIL (1988)
NICK BRIGNOLA - RAINCHECK
(1988)
NICK BRIGNOLA
- ON A DIFFERENT LEVEL
(1989)
Seguendo le orme di
Harry Carney (suo mentore), Serge Chaloff, Gerry Mulligan
e Pepper Adams, il paesano Nick Brignola
ripropone lantico charme del sax baritono in piena
era digitale, registrando un pugno di ottimi album per la
dinamica Reservoir.
Tra i vari titoli degni di nota, On A Different Level
si distingue per lassoluta fedeltà di Nick al suo
primo strumento e per la presenza di una sezione ritmica
lussuosa, composta da Kenny Barron
(piano), Dave
Holland (contrabbasso) e Jack DeJohnette
(batteria). Il repertorio sopraffino garantisce la
caratura dellartista. Tears Inside è un
blues anticonvenzionale di Ornette Coleman, già inciso
dal padre del free nel 1959 (Tomorrow Is
The Question!), che serve al quartetto per scaldare i
muscoli: Brignola espone il tema accompagnato dal solo
Holland, per poi scattare in avanti non appena Barron e
DeJohnette si lanciano allinseguimento. La
tradizione è celebrata con le commosse, meravigliose
dediche a Tadd Dameron (Hot House) e Duke
Ellington (Sophisticated Lady), e culmina
nellarrangiamento di Duke Ellingtons Sound
Of Love, sublime ballad di Charles Mingus (Changes One) ripresa
più volte anche da Joe
Lovano (Village Rhythm; Quartets).
Scritta da Holland per il progetto ECM con Abercrombie
e DeJohnette, Back-Woods Song risale allo
splendido esordio di quel trio (Gateway):
ridisegnando la melodia col sassofono, Brignola
conferisce tutta unaltra atmosfera
alloriginale falsariga folk tracciata dalla
chitarra. Lestrema dimestichezza con gli standard
è sottintesa, ma Nick esibisce una voce incisiva e
duttile anche nelle situazioni apparentemente più
prevedibili (All The Things You Are; Softly As
In A Morning Sunrise). - B.A.
NICK BRIGNOLA - WHAT
IT TAKES (1990)
NICK BRIGNOLA - ITS
TIME (1991)
NICK BRIGNOLA - THE
FLIGHT OF THE EAGLE (1996)
NICK BRIGNOLA - LIKE
OLD TIMES (1994)
NICK BRIGNOLA - POINCIANA
(1997)
NICK BRIGNOLA - ALL
BUSINESS (1999)
TINA BROOKS - TRUE
BLUE (1960) 
PETER BRÖTZMANN - MACHINE
GUN (1968)
BRÖTZMANN / VAN HOVE /
BENNINK - BRÖTZMANN / VAN HOVE / BENNINK
(1973)
MARION BROWN - MARION
BROWN QUARTET (1965)
MARION BROWN - WHY
NOT? (1966)
MARION BROWN - PORTO
NOVO (1967)
 Nel
1967 il movimento free aveva già partorito
una seconda, prolifica generazione della quale Marion
Brown era alfiere insieme a improvvisatori radicali come
Frank Lowe, Sam Rivers, Milford Graves. Il sassofonista
dallo sguardo triste incide il suo album più bello nei
Paesi Bassi, immettendo nel proprio stile nuovi elementi
espressivi (fischi, gemiti, dissonanze) grazie agli
stimoli prodotti dai due egregi partner olandesi, Maarten
Van Regteren Altena (contrabbasso) e Han Bennink
(batteria, percussioni). Lintesa del trio risalta
sulla spossante fuga collettiva di Similar Limits,
sulle audaci esplorazioni timbriche di Sound Structure,
sullimboscata tesa dalla sezione ritmica al solista
durante lo svolgimento di Improvisation. Il
ribollente magma sonoro di QBIC genera un superbo
assolo di Bennink che, in appena un minuto, si impone
come visionario fuoriclasse dello strumento. Le sue tabla
introducono la lunga title-track, anticipando un
confronto senza inibizioni fra virtuosi. Pubblicato prima
dalla Polydor, poi dalla Arista, Porto Novo rimane
un classico dellepoca, indispensabile per i cultori
delle etichette ESP
e FMP. Tre anni
dopo Brown approderà alla neonata ECM, per registrare
il bucolico Afternoon Of A Georgia Faun. - B.A.
MARION BROWN - AFTERNOON
OF A GEORGIA FAUN (1970)
MARION BROWN - MARION
BROWN SOLO SAXOPHONE (1977)
DAVE BRUBECK - DAVE
DIGS DISNEY (1957)
DAVE BRUBECK - GONE
WITH THE WIND (1959)
DAVE BRUBECK
- TIME
OUT
(1959) 
Pianista e
compositore dalla ferrea preparazione accademica, Dave
Brubeck costituì un raffinato quartetto in cui
spiccava laltosassofonista Paul Desmond, per
sonorità e inventiva uno dei più godibili solisti
moderni. Ma vanno sottolineate anche labilità del
bassista Gene Wright e la precisione del batterista Joe
Morello, doti indispensabili per questo specifico
progetto. Time Out è infatti una spericolata
esplorazione al di fuori del 4/4. Proprio Desmond scrisse
il brano che avrebbe cementato la fama del complessino: Take
Five, brioso tema in 5/4 su cui il delizioso
volo del sax è guidato dallenergia del batterista.
Non meno famoso Blue Rondo À La Turk, scritto
da Brubeck in 9/8, e ancor più fine Three To Get
Ready, basato sul susseguirsi di due battute in 3/4 e
due in 4/4. E così via. La dottrina ritmica e le
interpunzioni accentuate di Brubeck non sono freno per
uno swing vivo e rigoglioso. - Gian Mario Maletto
DAVE BRUBECK - TIME
FURTHER OUT: MIRÓ REFLECTIONS
(1961)
DAVE BRUBECK - COUNTDOWN:
TIME IN OUTER SPACE (1962)
DAVE BRUBECK - ...
WEST SIDE STORY ...
(1960/1962/1965)
DAVE BRUBECK - ALL
THE THINGS WE ARE (1974)
DAVE BRUBECK &
PAUL DESMOND - THE DUETS / 1975 (1975)
GREG BURK - CARPE
MOMENTUM (2002)
KENNY BURRELL - ALL
NIGHT LONG (1956)
KENNY BURRELL
& JOHN COLTRANE - KENNY BURRELL
& JOHN COLTRANE (1958)
KENNY BURRELL - MIDNIGHT
BLUE (1963)
KENNY BURRELL /
GIL EVANS - GUITAR FORMS
(1965)
KENNY BURRELL - GOD
BLESS THE CHILD (1971)
KENNY BURRELL - ELLINGTON
IS FOREVER VOL. 1 (1975)
KENNY BURRELL - ELLINGTON
IS FOREVER VOL. 2 (1977)
GARY BURTON - SEVEN
SONGS FOR QUARTET AND CHAMBER ORCHESTRA (1973)
GARY BURTON - THE
NEW QUARTET (1973)
GARY BURTON - RING
(1974)
GARY BURTON - DREAMS
SO REAL (1975)
GARY BURTON
with EBERHARD WEBER - PASSENGERS (1976)
I collezionisti più
attenti già lo sanno. Per gli altri sarà una piacevole
sorpresa scoprire che, oltre a That
Summer Something, gioiello sepolto nellomonimo,
raro album della Ross-Levine
Band, il repertorio di Pat Metheny
annovera anche due pezzi originali scritti apposta per Gary Burton e
incisi dallautore solo sotto le insegne del
vibrafonista. Oggi fa impressione osservare come,
nonostante la sua presenza, tra i titolari ufficiali di Passengers
manchi il nome di Metheny, allepoca non ancora big
planetario, anche se già sotto contratto con lECM - le sedute di Bright
Size Life sono di pochi mesi precedenti a queste -
peraltro raccomandato dallo stesso Burton. Il quintetto
(4+1) schiera unelegante sezione ritmica - Steve
Swallow, Danny
Gottlieb - ideale per sostenere con la necessaria
duttilità gli idiofoni
di Burton, la chitarra di Metheny e lallora
inconsueto contrabbasso elettrico di Weber, qui in veste
di terzo solista. Il raffinato impasto strumentale
caratterizza gli arrangiamenti di Sea Journey,
pagina firmata da Chick Corea per lesordio
discografico di Stanley
Clarke (Children Of Forever), e di Yellow
Fields, standard delletichetta tedesca ripreso
dal catalogo di Eberhard
Weber (Yellow Fields). Le partiture di Metheny
- una ballad (Nacada), un simil-samba (The
Whopper), un ostinato
[B & G (Midwestern Nights Dream)] ripreso dal
suo esordio - sono altrettante lezioni di gusto e
ingegno. Il fuoriclasse di Lees
Summit vi esibisce già le doti che lo renderanno
famoso e che, a questi livelli di eccellenza, si
rinvengono raramente in uno stesso artista: unimpareggiabile
attitudine a comporre temi di struggente bellezza e la
capacità di improvvisare mantenendo sempre un prodigioso
senso della melodia. - B.A.
GARY BURTON - PICTURE
THIS (1982)
GARY BURTON /
CHICK COREA - CRYSTAL SILENCE: THE
ECM RECORDINGS 1972-1979
JOHN BUTCHER -
THIRTEEN FRIENDLY NUMBERS (1991)
JOHN BUTCHER - FIXATIONS
(14) (2001)
BUTCHER / BAILEY /
DAVIES - VORTICES AND ANGELS (2000)
BUTCHER / BURN /
DAVIES / EDWARDS - THE FIRST TWO
GIGS (2000)
IGOR BUTMAN - PROPHECY
(2003)
IGOR BUTMAN - MAGIC
LAND (2007)
A giudicare dal
corposo curriculum pubblicato sul suo sito, Igor Butman è il
più illustre sassofonista (tenore / soprano) russo. Si
dirà: embè? Gli scettici diano unocchiata al
gruppo di accompagnamento di Magic Land:
Chick Corea, John
Patitucci, Jack
DeJohnette, Randy
Brecker, Stefon
Harris, gente che non si scomoda per lultimo
arrivato, men che mai in comitiva. In realtà, Butman è
un solista in grado di competere con chiunque al mondo
per tecnica, fantasia e finezza. Con lintento di
rileggere in chiave jazz le
colonne sonore di film per linfanzia e cartoni
animati dellera sovietica - una variante
oltre cortina del classico Dave Digs Disney di Dave
Brubeck - il prestigioso sestetto cava meraviglie da
(apparentemente) innocue canzoncine per bambini. Il
contrasto tra leco fanciullesca dei temi e la
preziosa caratura degli arrangiamenti funziona, calando i
convenuti in un clima di serena, spontanea ispirazione.
Ciascuno dei celebri virtuosi dà il meglio di sé in un
repertorio di qualità omogenea ed elevata. Nostre
personali predilezioni: la dolente ballad Amazing Far,
con la tromba di Brecker che graffia il cuore, e
lirresistibile ritmo di Chunga-Changa, con
Patitucci, DeJohnette e Harris rapiti dallevocativo
swing cosacco. Divertente lo stupore dei cinque americani
che, nelle note di copertina, ammettono la sostanza
musicale delle melodie comuniste. Prodotto da
Jack DeJohnette.
Registrato a New York da James Farber. 4½ stellette per Down Beat. - B.A.
IGOR BUTMAN - MOSCOW
@ 3 A.M. (2009)
DONALD BYRD - OFF
TO THE RACES (1958)
DONALD BYRD - BYRD
IN HAND (1959)
DONALD BYRD - FUEGO
(1959)
DONALD BYRD - BYRD
IN FLIGHT (1960)
DONALD BYRD - THE
CAT WALK (1961)
DONALD BYRD -
ROYAL FLUSH
(1961)
Esemplare seduta Blue Note che
consolida il legame artistico tra Donald Byrd e Pepper
Adams, già al quarto appuntamento dopo Off To The
Races, Byrd In Hand, The Cat Walk. In
seguito, Byrd otterrà un enorme successo personale con
la svolta fusion degli anni
Settanta, viceversa Adams non riceverà i riconoscimenti
dovuti a un talento del suo rango. Sebbene egli godesse
della considerazione di maestri come Charles Mingus e
Thad Jones, infatti, nessuna grande etichetta gli permise
di incidere con regolarità in veste di titolare: per
questo vale la pena di soffermarsi ovunque sia presente
il suo acuminato sax baritono. Con Herbie Hancock al
pianoforte e una sezione ritmica d.o.c.
[Butch Warren (contrabbasso); Billy Higgins (batteria)],
i due solisti possono dedicarsi allapprofondimento
del blues, colore dominante lungo tutto lalbum.
Hush introduce il discorso con un classico giro in Do
vivacizzato da intervalli, scatti e rimbalzi. Jorgies
e Shangri-La esibiscono strutture armoniche più
evolute, mentre su 6 Ms risuonano,
inequivocabili, echi dellimmortale All Blues
di Miles Davis (Kind Of Blue).
- B.A.
DONALD BYRD - FREE
FORM (1962)
DONALD BYRD - BLACKJACK
(1963/1967)
DONALD BYRD - MUSTANG!
(1966)
GARY BURTON - PASSENGERS
(1976)

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