Introduzione / Introduction
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JAZZ

B

BAILEY / RUTHERFORD / GUY - ISKRA 1903 / CHAPTER ONE 1970-1972 (1970/1972)

DEREK BAILEY / EVAN PARKER - THE LONDON CONCERT (1975)

BAILEY / LEWIS / PARKER / RUTHERFORD / SCHIAFFINI etc. - PISA 1980 IMPROVISORS SYMPOSIUM (1980)

DEREK BAILEY - DOMESTIC & PUBLIC PIECES (1975/1977)

DEREK BAILEY - LACE (1989)

CHET BAKER - THE COMPLETE PACIFIC JAZZ STUDIO RECORDINGS
OF THE CHET BAKER QUARTET WITH RUSS FREEMAN
(1953/1956) FOREVER YOUNG

CHET BAKER - CHET (1961)


CHET BAKER - MISTER B. (1983)

Il più riuscito degli ottimi album incisi da Baker per la Timeless contiene solo brani strumentali. La scelta del materiale è accuratissima: Dolphin Dance di Herbie Hancock, Beatrice di Sam Rivers, In Your Own Sweet Way di Dave Brubeck, Strollin’ di Horace Silver e altre eccellenti composizioni. Chet è coadiuvato da Michel Graillier (piano) e Riccardo Del Fra (contrabbasso): il trio produce un morbido tessuto armonico, su cui gli assoli di tromba si adagiano delicatamente, sfruttando il ridotto attrito ritmico dovuto all’assenza della batteria. - B.A.


CHET BAKER - BLUES FOR A REASON (1984)

CHET BAKER & ART PEPPER - THE ROUTE (1956)

CHET BAKER & ART PEPPER - PLAYBOYS (1956) FOREVER YOUNG


IAIN BALLAMY - BALLOON MAN (1988) FOREVER YOUNG

IAIN BALLAMY - ALL MEN AMEN (1993) FOREVER YOUNG

This band shows that four players can equal more than the sum of their parts. Welcome to the British jazz quartet, re-defined. - Anonymous

Entrambi scovati da Bill Bruford nell’industriosa fucina dei Loose Tubes, orchestra cooperativa britannica che suonava jazz in TV negli anni Ottanta (da non credere …), poi assunti dal grande batterista nei primi Earthworks, Iain Ballamy e Django Bates si imposero come i più brillanti improvvisatori post-progressive attivi nel Regno Unito in quei giorni grami. Anticipando l’imminente svolta dello stesso Bruford, Ballamy convoca Bates per un progetto a proprio nome volto al recupero della dimensione acustica. L’esito si traduce in due splendidi album incisi nell’arco di cinque anni con la medesima, superba formazione.
Balloon Man - L’incipit dinamico ed elegante di Mode Forbode denota subito la cifra espressiva del quartetto, che sfoggia fraseggi avvincenti, finezze tecniche, melodie ispirate. Se Bates sciorina una disinvoltura che gli consente di eccellere con strumenti diversi come pianoforte (Balloon Man), fisarmonica (Rahsaan), bombardino (Albert), Ballamy sa trasmettere emozioni genuine e intense con sax tenore (Remember ...), alto (Strawberries), soprano (Jumble Sale). La sezione ritmica [Steve Watts (contrabbasso), Martin France (batteria)] è uniformemente solida, fantasiosa, duttile.
All Men Amen - Pochi mesi prima di lasciare gli Earthworks, Ballamy e Bates tornano in studio per un secondo capitolo con Watts e France: l’intesa della coppia pare addirittura affinata dal formativo tirocinio alla corte di Bruford. Dalla solenne atmosfera cameristica dell’introduttiva All Men Amen si passa all’incontenibile esuberanza di Serendipity, poi alle suggestioni messicane di Oaxaca, fino al ritratto d’artista di Blennie (Michael Jensen, scultore). Il lato più idilliaco di Iain affiora sui tre pezzi conclusivi: Meadow, con lo stupendo dialogo di fiati tra Bates e Ballamy, This World, toccante dedica alla compianta Jess*, Further Away, evocativo bozzetto eseguito (quasi) in completa solitudine dal leader. Il tempo è stato galantuomo: dal 2010 Iain Ballamy registra per la ECM. [P.S. - *Nel 1988 Iain abbandonò la tournée americana degli Earthworks per raggiungere e sposare la compagna malata sul letto di morte.] - B.A.


BILLY BANG - VALVE N° 10 (1991)

BILLY BANG - BANG ON! (1997)


BILLY BANG - VIETNAM: THE AFTERMATH (2001) FOREVER YOUNG

La musica come catarsi per i traumi post-bellici. Questo, in estrema sintesi, il progetto che Billy Bang ha realizzato su suggerimento e con l’aiuto del produttore Jean-Pierre Leduc. E se quella in questione è la “sporca guerra” per antonomasia, l’intensità delle emozioni in gioco è assicurata. Reduce dal Vietnam col grado di sergente, trent’anni dopo il congedo William Vincent Walker - vero nome del violinista - concepisce un album insieme ad alcuni colleghi/veterani per esorcizzare gli incubi di quella comune, terribile esperienza. Il plotone dei “militari” è composto dal leader insieme a Butch Morris (direzione), Michael Carvin (batteria), Ted Daniel (tromba), Frank Lowe (sax tenore), Ron Brown (percussioni) - i dati riportano grado e numero di matricola di ciascun soldato - assistiti dai “civili” John Hicks (pianoforte), Curtis Lundy (contrabbasso), Sonny Fortune (flauto). Gli estimatori dello String Trio of New York riconosceranno il caratteristico timbro strumentale di Bang, scuro e slabbrato, qui immerso in una giungla di suggestioni, reminiscenze, armonie che arrivano dall’Estremo Oriente: i suoi assoli si succedono ispiratissimi senza posa. Yo! Ho Chi Minh Is In The House racconta la minacciosa atmosfera dei luoghi con una melodia inequivocabile. L’agguato swing di Tunnel Rat (Flashlight And A 45) si svolge in un ambiente tanto esotico quanto ostile. Moments For The KIAMIA e Mistery Of The Mekong concedono preziosi attimi di quiete dedicati ai caduti (killed in action), ai dispersi (missing in action) e ai segreti del grande fiume. Tet Offensive rievoca in chiave “free” il formidabile attacco a sorpresa che i Viet Cong sferrarono contro l’esercito americano nel 1968. Bien Hoa Blues manda in avanscoperta Daniel e Lowe, mentre l’ambiguo tema di Fire In The Hole offre lo spunto per i magnifici interventi di Fortune e Hicks. L’ascolto di Vietnam: The Aftermath ci ha ricondotto alla visione di All The President’s Men, JFK, Nixon e Frost/Nixon, per meglio comprendere la mentalità di chi spedì all’inferno una generazione. - B.A.


COUNT BASIE - BASIE (E=MC2 / THE ATOMIC Mr. BASIE) (1957) FOREVER YOUNG

COUNT BASIE - BASIE PLAYS HEFTI (1958) FOREVER YOUNG

Uno dei più bei cofanetti Mosaic raccoglie tutto il materiale inciso (in studio) da Count Basie per la Roulette dal 1957 al 1962: di quell’imponente corpus musicale fanno parte due capolavori interamente firmati da Neal Hefti (Basie*, Basie Plays Hefti). Appena lasciato Basie, Hefti approda alla corte di Frank Sinatra (Aprile 1962), per dirigere le sedute di Sinatra And Swingin’ Brass. Pochi mesi dopo (Ottobre 1962), arrangiatore e capobanda si ritrovano al servizio del “cantante” per redigere il manifesto Sinatra-Basie. Bisogna aggiungere altro? La penna dell’autore, sofisticata ma intrisa di blues, cesella letteralmente ogni pagina scritta su misura per il committente. Sebbene la peculiarità della seconda incarnazione dell’orchestra fosse quella di privilegiare le partiture rispetto ai fuoriclasse - l’inverso della prassi adottata da Basie negli anni Trenta e Quaranta - pure in queste pagine spettacolari, attraverso continui avvicendamenti di personale, alcuni virtuosi si stagliano come indiscussi protagonisti di un suono che ha fatto epoca: Eddie “Lockjaw” Davis (sax tenore), col suo tipico fraseggio grufolante e sguaiato, perfetta sponda espressiva alla sobria sordina di Snooky Young (tromba), cui fanno eco il tocco moderno di Thad Jones (tromba), la turgida voce strumentale di Frank Foster (sax tenore), i soavi contrappunti di Frank Wess (sax alto, flauto), l’impareggiabile metronomo armonico di Freddie Green (chitarra), l’inesausta spinta propulsiva di Sonny Payne (batteria), capace questi di tener testa a una siffatta, spaventosa potenza sonora senza mai perdere un colpo. La qualità del materiale lascia l’ascoltatore davanti a un piacevole imbarazzo della scelta: la squassante forza cinetica di The Kid From Red Bank (il fungo atomico in copertina non fu scelto a caso …), le placide passeggiate tra le scosse telluriche di Teddy The Toad e Splanky, lo swing antiquato ma irresistibile di Flight Of The Foo Birds, Double-O e Whirly-Bird, la sensuale tenerezza di Midnite Blue e Lil’ Darlin’, le martellanti stoccate della sezione fiati su A Little Tempo, Please e Count Down, le suadenti melodie di Sloo Foot e Late Date, la quintessenza della ballad distillata su After Supper e Pensive Miss. [P.S. - *Intitolato semplicemente Basie, noto anche come E=MC2 (didascalia sotto l’intestazione), riproposto infine come The Atomic Mr. Basie.] - B.A.


PIERO BASSINI - NOSTALGIA (1988)

Sempre più spesso si legge che la formula del trio piano/basso/batteria sarebbe “rischiosa” perchè condurrebbe inevitabilmente al confronto con gli inarrivabili modelli di Bill Evans, McCoy Tyner, etc. - E che significa? Dopo Hendrix nessuno può più toccare una Stratocaster? In realtà, come per molte altre trovate della “stampa specializzata”, la consistenza dell’affermazione è inversamente proporzionale alla sua ottusità. Oltretutto, se la Red Records avesse preferito evitare gli azzardi, tre anni prima non avrebbe affiancato a Bobby Watson un trio tutto italiano. Viceversa, grazie a quella salutare “deviazione dalla norma”, come l’avrebbe definita Frank Zappa, il nome di Bassini ha conquistato un posto nella storia discografica del jazz, con le magnifiche sedute del 1985 (Appointment In Milano; Round Trip). Nostalgia è un’avvincente conversazione a tre che poggia sulla collaudata intesa tra Bassini, Giampiero Prina e il poderoso contrabbasso di Furio Di Castri. Il moderatore del dibattito è Prina che, con la sua inesausta scansione ritmica, riesce ad aggirare i noiosi cliché di genere (Step’s Blues; Bud’s Time; Autumn Waltz), confermandosi come uno dei migliori specialisti italiani. Il fraseggio rutilante e inventivo di Bassini e le accattivanti melodie dei brani (tutti suoi eccetto Blues For Gwen, di Tyner) riservano agli appassionati di questa combinazione strumentale una manciata di sorprese tutte da scoprire. - B.A.


PIERO BASSINI - INTENSITY (1995)

Il (relativo) successo di vendite riscosso da questo album è una significativa conferma del fatto che la qualità paga. Intensity ci propone un artista ormai in possesso di un idioma personale, che sa coniugare naturalezza dello svolgimento melodico e imprevedibilità del fraseggio. Sostenuto da tre collaboratori (Luca Garlaschelli, Massimo Pintori, Ettore Fioravanti) che si buttano a capofitto nelle diverse situazioni, Piero Bassini perlustra minuziosamente la struttura di ogni brano con incessanti rielaborazioni tematiche. Dall’alto dei cieli, Miles e Bill benedicono la commossa interpretazione di Blue In Green. - B.A.


GIANNI BASSO - HORO: JAZZ A CONFRONTO 3 (1973)

RICHARD BEIRACH - EON (1974)

RICHARD BEIRACH - ELM (1979)

STEFANO BENINI - FUORI SERVIZIO (2004)

STEFANO BENINI - GROOVIN’ FLUTE (2006)

FLUT3IBE (BENINI / GORI / LEONARDI) - MOIRÉ (2006)

BERESFORD / COOMBES / SMITH / DAY - THREE & FOUR PULLOVERS (1978)

KARL BERGER / DAVE HOLLAND - ALL KINDS OF TIME (1976)

JERRY BERGONZI - JERRY ON RED (1988) FOREVER YOUNG

JERRY BERGONZI - INSIDE OUT (1989)


JERRY BERGONZI - LINEAGE (1989)

Molti “addetti ai lavori”, sopraffatti dalla frenesia del “nuovo” (spesso sinonimo di “palloso”), finiscono per trascurare quanto di valido si trova già sotto il proprio naso. Eppure, per trascorrere una serata gustando del buon jazz basterebbe infilare nel lettore questo CD, inciso dal vivo da Jerry Bergonzi con una ritmica di sogno: Mulgrew Miller, elegante pianista che pare trovarsi a proprio agio soprattutto nelle formazioni in quartetto; Adam Nussbaum, uno dei batteristi del momento, perfetto in ogni contesto e con ogni partner (David Liebman, Tom Harrell, Jim McNeely, John Scofield etc.); Dave Santoro, che col suo contrabbasso fornisce un sostegno ritmico solidissimo. Dal funambolico fraseggio di Inner Urge, all’ammaliante clima coltraniano di Jones, Lineage offre ciò che molti appassionati cercano, ma raramente riescono a trovare in un album: perizia strumentale, arrangiamenti architettati con cura, temi interessanti, assoli ispirati. Le versioni in studio dei tre titoli originali possono essere rintracciate, rispettivamente, su Inside Out (Red’s Blues) e su Tilt! (On The Brink; Jones), mentre Inner Urge è il classico di Joe Henderson contenuto nell’omonimo album Blue Note del 1964. - B.A.


JERRY BERGONZI - TILT! (1990)


JERRY BERGONZI - ETC PLUS ONE (1991) FOREVER YOUNG

Nella sezione FOREVER YOUNG almeno un seggio spetta di diritto a Jerry Bergonzi, e per rappresentarlo è stato scelto ETC Plus ONE. Tuttavia il disco potrebbe essere sostituito in qualsiasi momento, perchè lo standard qualitativo delle incisioni Red Records di Jerry è costante ed elevatissimo. In questo caso, il trio di Fred Hersch (ETC) si mette in luce per il raffinato tocco del pianista, per il caldo e morbido suono del contrabbasso di Steve La Spina - derivante dal budello usato in luogo dell’acciaio per le due corde alte (SOL e RE) - e per il sobrio accompagnamento di Jeff Hirshfield: il tenore plana libero e felice su un pugno di splendidi temi originali, alla scrittura dei quali partecipano anche Hersch e La Spina. Bergonzi dedica un omaggio personale a Hank Mobley, con un’obliqua melodia (Hank) chiaramente ispirata alle composizioni di Thelonius Monk e di Andrew Hill. Un altro capolavoro. - B.A.


JERRY BERGONZI - NAPOLI CONNECTION (1992) FOREVER YOUNG

Durante i vivaci battibecchi che animano le discussioni tra appassionati, emerge puntualmente un consenso unanime sulla difficoltà di scorgere nuovi validi compositori sulla scena jazz. Senza dimenticare Tom Harrell, Pat Metheny e altri innovatori, una rassicurante certezza è rappresentata da Jerry Bergonzi: i suoi album vanno custoditi come scrigni preziosi, in virtù delle stupende melodie che racchiudono. Con Napoli Connection, Jerry torna alla formula vincente già adottata per l’esordio Red Records del 1988 (Jerry On Red), avvalendosi di una sezione ritmica tutta italiana, il Trio Idea. Con le due interpretazioni di Love For Sale, il sassofonista riconferma le proprie indiscusse qualità di improvvisatore viscerale e fantasioso, ma i piatti più ghiotti del menù sono senza dubbio i pezzi originali che, molto semplicemente, possono conquistare chiunque ami la buona musica, a prescindere dai generi. I tre paesani offrono un solido punto di riferimento per il leader, e il fecondo scambio di idee fra i quattro instaura un clima assolutamente paritario. L’assolo del pianista Valerio Silvestro calza come un guanto addosso alla bellissima Grand Trine, con una scelta di note oculata e ingegnosa. Il veloce tema di Napoli Connection è caratterizzato da un brusco stop ritmico che ne spezza la trama, conferendo grande forza espressiva al brano, mentre la sostenutissima andatura costringe i solisti a impegnarsi senza risparmio. Assimilata la lezione di Wayne Shorter, Bergonzi la rielabora con Neptunian Verses e Jab, due ballad che stringeranno il cuore di chi ha trascorso la vita ad ascoltare Teru (Adam’s Apple). Un grazioso preambolo pianistico introduce Estate, il maliconico evergreen di Bruno Martino, che Bergonzi e il contrabbassista Tony Ronga utilizzano dapprima come traccia per brevi e sofisticate improvvisazioni, per convergere poi verso una disciplinata esposizione del celebre motivo nelle battute finali. Il lavoro di Salvatore Tranchini, un vero maestro dei piatti, è di sopraffina eleganza su tutti i pezzi. Un originale dipinto riprodotto sul CD (1927 Will Last Forever! - David McDermott/Peter McGough) accresce il rimpianto per le enormi possibilità grafiche offerte dalle gloriose copertine dei Long Playing. - B.A.


JERRY BERGONZI - STANDARD GONZ (1992)

JERRY BERGONZI - PEEK A BOO (1992)

JERRY BERGONZI - VERTICAL REALITY (1994)


SONORA ART QUARTET - SONORA (1989)

SONORA ART QUARTET - SONORA #2 MEET JERRY BERGONZI (1994)

Improvvisatore apprezzato da un collega prestigioso come Michael Brecker. Spesso attivo in Italia. Nome pregiato nel catalogo dell’etichetta Red Records: dalla proficua esperienza col Trio Idea [Valerio Silvestro (pianoforte), Tony Ronga (contrabbasso), Salvatore Tranchini (batteria)] sortirà il capolavoro Napoli Connection. Poco prima di pubblicare quel disco, tuttavia, Jerry Bergonzi aveva preso parte a un altro progetto con musicisti campani: la prima fase concepita vicino a Boston, il sequel ripreso quattro anni dopo a Napoli con 3/5 del personale ma formula identica. Il bilancio della collaborazione col Sonora Art Quartet produrrà un paio di album tanto ignoti quanto pregevoli.
Sonora - Il quartetto dialoga col fuoriclasse italo-americano solo su due pezzi (Carla’s Method* Lupus*) e sul brevissimo preludio (Growing), dispiegando il proprio potenziale sul resto della scaletta per rifinire la reciproca intesa. Bruce Gertz (contrabbasso) e Salvatore Tranchini (batteria) compongono una solida sezione ritmica per la chitarra di Pietro Condorelli e gli ottoni (tromba/flicorno) di Marco Sannini. Oltre ai dinamici brani con Bergonzi, segnaliamo l’intenso lirismo che pervade Singing Chet, Whistling Away The Darkness, Wild Cats.
Sonora #2 Meet Jerry Bergonzi - Dario Deidda e Pietro Iodice sostituiscono, rispettivamente, Gertz e Tranchini. La formazione diventa a tutti gli effetti un classico quintetto hard-bop “modificato” dall’innesto della poliedrica ES-175 di Condorelli in luogo del tradizionale pianoforte (con cui Bergonzi si cimenta estemporaneamente su Swing In The Morning). Tuttavia, su questo secondo (e migliore) capitolo diversi fattori concorrono ad aggiornare uno stile che ci si aspetterebbe affine al collaudato, rassicurante idioma Blue Note: il mordente della semi-acustica, la pulsazione eterodossa della batteria, le armonie quasi fusion, l’assiduo impiego del basso elettrico, la modernità dei fraseggi. Gli ascoltatori più esigenti e sofisticati apprezzeranno le frenetiche sequenze di assoli su Jaco’s Love e Silver Surfer, le atmosfere notturne di Commendatore, evocativa ballad shorteriana condotta da sordina e tenore, il soave arrangiamento di Chiove, standard partenopeo scritto da Evemero Nardella e Libero Bovio, le suggestioni free di Up Trip, memori del messaggio colemaniano di 80/81 e Song X. Deliziosa la copertina, disegnata dal pittore Vincenzo Faraldo. [P.S. - Alla scarsa notorietà di entrambi i CD contribuisce una certa sciatteria delle etichette editrici: 1) *invece dei titoli contrassegnati dall’asterisco, i credits di Sonora indicano erroneamente Wild Cats; 2) la Via Veneto, addirittura, non riporta nemmeno la data di registrazione, indispensabile in ambito jazz.] - B.A.


JERRY BERGONZI - ON AGAIN (1996)

Sebbene intestati a leader diversi, Sunscreams e On Again sono album gemelli. Con ¾ del personale identico su entrambe le session e una prima linea che affianca maestri del calibro di Mick Goodrick e Jerry Bergonzi, i due titoli prodotti da Raimondo Meli Lupi per l’effimera RAM Records sono indispensabili per gli estimatori della formula strumentale con sezione ritmica, chitarra e sax. L’alchimia tra il turgido tenore di Bergonzi e la fluida sei corde di Goodrick caratterizza la cifra espressiva degli arrangiamenti, in perfetto equilibrio tra parsimonia sonora e ricchezza armonica. Accanto a Bruce Gertz (contrabbasso) si alternano i batteristi Gary Chaffee (Sunscreams) e Adam Nussbaum (On Again), per alimentare una spinta cinetica duttile e potente.
On Again
- L’inconfondibile timbro “umano” di Bergonzi filtra dai grovigli di note intessuti attorno ai singoli temi. In funzione complementare, i fraseggi di Goodrick allentano le spire del sax dipanando i fitti intrecci con precisione chirurgica. Jerry e Mick esibiscono, rispettivamente, il legame ereditario con John Coltrane e l’influenza esercitata su Pat Metheny. Stupenda Out House, precipitosa fuga hard-bop che proseguirà anche in trio con l’organista Dan Wall (Just Within) e nella formazione “all stars” con Bobby Watson (Together Again For The First Time). - B.A.


JERRY BERGONZI / BOBBY WATSON - TOGETHER AGAIN FOR THE FIRST TIME (1996)

JERRY BERGONZI - JUST WITHIN (1996)

JERRY BERGONZI - LOST IN THE SHUFFLE (1998)

JERRY BERGONZI - TENOR OF THE TIMES (2005)

JERRY BERGONZI - TENORIST (2006)

JERRY BERGONZI - TENOR TALK (2008)

JERRY BERGONZI / JACEK KOCHAN / PIOTR LEMANCZYK - THREE POINT SHOT (2009)

JERRY BERGONZI - SIMPLY PUT (2009)

JERRY BERGONZI - THREE FOR ALL (2010)

JERRY BERGONZI - CONVERGENCE (2010)

DAVID BERKMAN - HANDMADE (1998)

DAVID BERKMAN - COMMUNICATION THEORY (2000)

DAVID BERKMAN - LEAVING HOME (2002)

DAVID BERKMAN - START HERE ... FINISH THERE (2003)

TIM BERNE - THE EMPIRE BOX (1979/1982)

TIM BERNE / BILL FRISELL - ... THEORETICALLY (1983)

TIM BERNE - THE ANCESTORS (1983)

TIM BERNE - MUTANT VARIATIONS (1983)


TIM BERNE - FULTON STREET MAUL (1986)

TIM BERNE - SANCTIFIED DREAMS (1987)

Incallito habitué delle auto-produzioni (Empire, Screwgun) e delle etichette indipendenti (Soul Note, JMT), nel corso della propria carriera Tim Berne ha registrato anche per la CBS, in forza della cui capacità distributiva ottenne una prima, discreta reputazione. I due album incisi per la multinazionale illustrano la maturità espressiva raggiunta dal sassofonista/compositore, anticipando altresì gli imminenti sviluppi stilistici della sua musica.
Fulton Street Maul - Un quartetto anticonvenzionale, in cui il sax alto del leader dialoga con la chitarra psichedelica di Bill Frisell, con la versatile batteria di Alex Cline e col violoncello di Hank Roberts, quest’ultimo arruolato per evocare la presenza dello strumento ad arco di Abdul Wadud nei dischi di Julius Hemphill [Dogon A.D.,‘Coon Bid’ness (Reflections), Raw Materials And Residuals etc.], maestro e mentore di Berne. Tre brani su cinque sono degni di un’antologia dell’avanguardia post-free: 1) l’ostinato di Roberts e gli effetti di Frisell allestiscono la drammatica entrata in scena di Berne che, a sua volta, espone il sinistro, inquietante tema di Unknown Disaster; 2) introdotta da una rullata sghemba di Cline, Miniature procede a ritmo claudicante lungo l’intera sequenza degli assoli [darà il nome al trio Berne/Roberts/Baron (Miniature; I Can’t Put My Finger On It)]; 3) dedicata dal cinefilo Berne a Fellini, Federico potrebbe piacere ai cultori del progressive di Canterbury, anche se il responsabile nega una qualsiasi familiarità col genere.
Sanctified Dreams - L’organico cambia e si allarga con l’arrivo di Herb Robertson (tromba, cornetta, flicorno), Mark Dresser (contrabbasso) e Joey Baron (batteria), il che consente al titolare di espandere le possibilità timbriche degli arrangiamenti. Con un instancabile impiego del violoncello Hank Roberts compensa l’assenza della chitarra, esibendosi anche in stralunati vocalizzi nei passaggi più statici (Blue Alpha), fino a evocare l’immagine di un pellerossa in preghiera (Terre Haute). Per l’ascoltatore in cerca di jazz, tuttavia, i pezzi forti sono Velcho Man, Hip Doctor ed Elastic Lad. [P.S. - Nel 1988 assistemmo a un concerto del quintetto di Sanctified Dreams a Ravenna. A quel festival, tra gli altri, partecipò anche John Zorn che, insieme allo stesso Tim Berne, eseguiva il repertorio di Ornette Coleman sotto l’insegna Spy vs. Spy. La foto scattata a Berne e Zorn per le vie della città romagnola - si noti la scritta “Ornette” sulla cartella degli spartiti - fu pubblicata da Musica Jazz nel numero di Novembre del 2004.] - B.A.


TIM BERNE - FRACTURED FAIRY TALES (1989)

TIM BERNE - DIMINUTIVE MYSTERIES (MOSTLY HEMPHILL) (1993)

TIM BERNE - THE SEVENS (2001)

TIM BERNE / MINIATURE - MINIATURE (1988)

TIM BERNE / MINIATURE - I CAN’T PUT MY FINGER ON IT (1991)

TIM BERNE / CAOS TOTALE - PACE YOURSELF (1991)

TIM BERNE / CAOS TOTALE - NICE VIEW (1994)

TIM BERNE / BLOODCOUNT - LOWLIFE (1995)

TIM BERNE / BLOODCOUNT - POISONED MINDS (1995)

TIM BERNE / BLOODCOUNT - MEMORY SELECT (1995)

TIM BERNE / BLOODCOUNT - UNWOUND (1996)

TIM BERNE / BLOODCOUNT - DISCRETION (1997)

TIM BERNE / BLOODCOUNT - SATURATION POINT (1997)

BERNE / FORMANEK / HIRSHFIELD - LOOSE CANNON (1992)

DINO BETTI VAN DER NOOT - HERE COMES SPRINGTIME (1985)

DINO BETTI VAN DER NOOT - THEY CANNOT KNOW (1986)

DINO BETTI VAN DER NOOT - A CHANCE FOR A DANCE (1987)

DINO BETTI VAN DER NOOT - SPACE BLOSSOMS (1989)

DINO BETTI VAN DER NOOT - ITHACA / ITHAKI (2005)

BIANCO / DUNMALL / PICARD - UTOMA TRIO (1999)

TONY BIANCO / PAUL DUNMALL - HOUR GLASS (2002)

ED BICKERT & DON THOMPSON - AT THE GARDEN PARTY (1978)

ART BLAKEY & THE JAZZ MESSENGERS - ART BLAKEY’S JAZZ MESSENGERS WITH THELONIUS MONK (1957)

ART BLAKEY & THE JAZZ MESSENGERS - MOANIN’ (1958)

ART BLAKEY & THE JAZZ MESSENGERS - DES FEMMES DISPARAISSENT / LES TRICHEURS (1958)

ART BLAKEY & THE JAZZ MESSENGERS - LES LIAISONS DANGEREUSES (1960)

ART BLAKEY & THE JAZZ MESSENGERS - THE BIG BEAT (1960) FOREVER YOUNG

ART BLAKEY & THE JAZZ MESSENGERS - A NIGHT IN TUNISIA (1960) FOREVER YOUNG

ART BLAKEY & THE JAZZ MESSENGERS - LIKE SOMEONE IN LOVE (1960)

ART BLAKEY & THE JAZZ MESSENGERS - ART BLAKEY & THE JAZZ MESSENGERS (1961)

ART BLAKEY & THE JAZZ MESSENGERS - THE FREEDOM RIDER (1961) FOREVER YOUNG


ART BLAKEY & THE JAZZ MESSENGERS - MOSAIC (1961) FOREVER YOUNG

Con Wayne Shorter (sax tenore) e Curtis Fuller (trombone) a dividere la prima linea, Freddie Hubbard contribuì a fare dei Jazz Messengers la migliore formazione che Art Blakey avesse diretto dai tempi di Horace Silver e Kenny Dorham: il solismo e la vena compositiva del giovane trombettista vi trovarono ampio spazio per esprimersi (Mosaic; Caravan; Free For All). Perfettamente a proprio agio sopra il furioso accompagnamento del leader, Hubbard richiama alla memoria il calore e la grazia di Clifford Brown, suo primo idolo. Il vibrato e i suoni rauchi hanno un ruolo episodico nelle sue improvvisazioni, spesso dotate di una purezza classica. - E.I.J.


ART BLAKEY & THE JAZZ MESSENGERS - BUHAINA’S DELIGHT (1961)


ART BLAKEY & THE JAZZ MESSENGERS - CARAVAN (1962)

La formula mutuata dal Jazztet di Benny Golson e Art Farmer (sestetto con tre fiati) e sorretta da eccezionali personalità della nuova generazione [Freddie Hubbard (tromba); Wayne Shorter (sax tenore); Cedar Walton (piano); Curtis Fuller (trombone); Reggie Workman (contrabbasso)] univa la carica dell’hard-bop alle conquiste modali. Caravan dà la misura delle enormi capacità del gruppo, tanto in una ballad come Skylark, quanto nelle complesse architetture ideate dai membri del gruppo. Grazie alla qualità degli arrangiamenti, vi è un magistrale equilibrio fra entusiasmo e disciplina: Blakey è in posizione preminente e i suoi poliritmi tracciano una regia esemplare. - Claudio Sessa


ART BLAKEY & THE JAZZ MESSENGERS - FREE FOR ALL (1964) FOREVER YOUNG

Insieme a Max Roach, Art Blakey ha fatto della batteria uno strumento di primo piano. La storia ha dato loro ragione, ma in un primo tempo, un simile ruolo di mattatori e il gusto del dialogo alla pari con gli strumenti a fiato attirarono sui due l’accusa di invadenza. Uno dei più grandi direttori di complesso di tutto il jazz, Blakey ridusse lo stile batteristico bop agli elementi essenziali. La carica furibonda che imprime al suo accompagnamento costringe i solisti a dar fondo alle proprie risorse senza cedimenti. Il morso dello hi-hat pulsa nel silenzio prima che le figurazioni ritmiche comincino a girare vorticosamente tra le pelli come bocce tra i birilli; le pause improvvise sono seguite da sprazzi di giochi di bacchette sul bordo del rullante, prima del titanico crescendo finale. Al centro del suo linguaggio strumentale è la rullata, un tenue sussurro che cresce fino a proporzioni immani. I solisti deboli rischiano di essere sopraffatti dal suo sostegno ritmico, ma come prova del fuoco per giovani ambiziosi i gruppi di Blakey non sono secondi a nessuno. Generazioni di giovani hanno imparato il mestiere con Blakey e poi l’hanno lasciato per dirigere propri complessi, consentendogli di pescare ancora nel mazzo delle promesse. Nel 1960 la sezione dei solisti fu ulteriormente rafforzata dall’azione del tenorista Wayne Shorter. La scrittura di Shorter dominò ben presto il repertorio, e una sfilata di album eccellenti venne a ristabilire il primato dei Messengers. Il trombettista Freddie Hubbard prese il posto di Lee Morgan, conservandone tutta la forza d’impatto. C’è davvero l’imbarazzo della scelta tra Mosaic, Caravan, Free For All e gli altri dischi del gruppo. - E.I.J.


ART BLAKEY & THE JAZZ MESSENGERS - INDESTRUCTIBLE (1964)

ART BLAKEY & THE JAZZ MESSENGERS - LIVE AT MONTREUX AND NORTHSEA (1981)


ART BLAKEY & THE JAZZ MESSENGERS - ALBUM OF THE YEAR (1982)

Dopo aver scritto la storia con i capolavori incisi per la Blue Note, nel 1982 Art Blakey ricompare in Olanda e a Parigi a capo di un organico in cui si alternano future superstar come Wynton Marsalis, Bobby Watson, Donald Harrison e Terence Blanchard. Il roboante titolo di “album dell’anno” è fedele al carattere del grande batterista, mattatore indomito e maestro ineguagliabile nell’arte di erudire prima e spronare poi i talenti più ambiziosi. Accanto a un nucleo stabile guidato dal leader [Bill Pierce (sax tenore), Charles Fambrough (contrabbasso)], sfilano a turno i pianisti James Williams e Johnny O’Neal affiancati, rispettivamente, dai formidabili tandem tromba/alto Marsalis/Watson e Blanchard/Harrison. Ormai imperituro, il classico stile dei Jazz Messengers non ha bisogno di aggiornamenti e queste sedute europee si distinguono dal glorioso passato solo per l’inevitabile evoluzione dell’alta fedeltà: nel nuovo repertorio rimangono intatte carica espressiva, finezze strumentali e consistenza melodica. La scaletta comprende alcuni pregevoli pezzi originali firmati Fambrough (Little Man), Williams (Soulful Mister Timmons), Watson (In Case You Missed It), Blanchard (Oh - By The Way), Harrison (Duck Soup), oltre a uno standard parkeriano (Cheryl) e a una fenomenale versione di Witch Hunt, assolutamente degna della “prima” registrata da Wayne Shorter durante la vigilia di Natale del 1964 (Speak No Evil). - B.A.


CARLA BLEY / PAUL HAINES - ESCALATOR OVER THE HILL (1971)

CARLA BLEY - DINNER MUSIC (1976)

CARLA BLEY - MUSIQUE MECANIQUE (1978)

CARLA BLEY - SOCIAL STUDIES (1981)

PAUL BLEY - CLOSER (1965)

PAUL BLEY - RAMBLIN’ (1966)

PAUL BLEY - BALLADS (1970)

PAUL BLEY - OPEN, TO LOVE (1972)

PAUL BLEY - ALONE AGAIN (1974)

PAUL BLEY - AXIS (1977)

PAUL BLEY - THE PAUL BLEY QUARTET (1987)

PAUL BLEY - SOLO (1987)

PAUL BLEY - BLUES FOR RED (1990)

PAUL BLEY - CHANGING HANDS (1991)

PAUL BLEY - SWEET TIME (1993)

PAUL BLEY - BASICS (2000)

BLEY / GILMORE / PEACOCK / MOTIAN - TURNING POINT (1964/1968)

PAUL BLEY / GARY PEACOCK / BARRY ALTSCHUL - VIRTUOSI (1967)

PAUL BLEY / BILL CONNORS / JIMMY GIUFFRE - QUIET SONG (1974)

PAUL BLEY / EVAN PARKER / BARRE PHILLIPS - TIME WILL TELL (1994)

BLEY / MOTIAN - NOTES (1987)

PAUL BLEY / KENNY WHEELER - TOUCHÉ (1996)

ARTHUR BLYTHE - THE GRIP (1977)

ARTHUR BLYTHE - METAMORPHOSIS (1977)

ARTHUR BLYTHE - IN THE TRADITION (1978) FOREVER YOUNG


ARTHUR BLYTHE - LENOX AVENUE BREAKDOWN (1978) FOREVER YOUNG

Un riuscito connubio tra l’atipica formula strumentale e l’eccellenza della formazione per celebrare lo spirito di Harlem e, in senso lato, la cultura afro-americana. La sezione fiati a tre voci schiera Arthur Blythe (sax alto), James Newton (flauto), Bob Stewart (tuba), il che dona una spiccata varietà cromatica al tessuto sonoro. A sua volta, l’inconsueto reparto propulsivo affianca gli “irregolari” James “Blood” Ulmer (chitarra) e Guillermo Franco (percussioni) accanto ai veterani Cecil McBee (contrabbasso) e Jack DeJohnette (batteria). I quattro lunghi pezzi dispiegano, rispettivamente, una festosa marcia per le vie della città d’origine di Blythe (Down San Diego Way), un’assorta ballata dagli echi levantini (Odessa), due maestosi affreschi jazz in cui gli accordi “grattati” di Ulmer e il volume sonoro del collettivo donano una sorprendente dimensione orchestrale agli arrangiamenti (Lenox Avenue Breakdown, Slidin’ Through). Straordinari tutti gli assoli. All’epoca, un progetto analogo per stile, originalità e consistenza fu proposto da Woody Shaw coi suoi splendidi album CBS (Rosewood, Woody III, For Sure!). - B.A.


ARTHUR BLYTHE - LIGHT BLUE: ARTHUR BLYTHE PLAYS THELONIOUS MONK (1983)

ARTHUR BLYTHE - EXHALE (2002)

FIORENZO BODRATO - ACT NO STRANGE (2008)

FIORENZO BODRATO - MAINSCREAM FIVE (2009)


FLAVIO BOLTRO - FLABULA (1992)

Gli amanti della musica per tromba e sezione ritmica aprano le orecchie: nel piccolo scrigno in cui custodiamo i classici della categoria [Quartet (Chet Baker / Russ Freeman), Candy (Lee Morgan), Portrait Of Art Farmer (Art Farmer), Live In Tokyo (Charles Tolliver), Gnu High (Kenny Wheeler), Ah (Enrico Rava), Tribute To The Trumpet Masters (Brian Lynch)] vanno aggiunti due album stilisticamente analoghi, anche se diversi per origine, retroterra e fama dei rispettivi titolari: Flabula e J Mood.
Flabula - Non sapremmo dire se Flavio Boltro sia il miglior trombettista italiano: al momento è certamente il nostro preferito, l’autentico erede spirituale di Enrico Rava, oltre che uno dei più quotati solisti internazionali. Anni fa lo ascoltammo dal vivo in un pub di Ascoli Piceno, mentre insieme a una formazione locale, raccolta in fretta ma più che valida, eseguiva una superba versione della davisiana Nardis: concerto straordinario. Questo raro volume della defunta Pentaflowers precede il prestigioso approdo alla Blue Note (forse propiziato da cotanto esordio). Sorretto da Massimo Faraò (pianoforte), Aldo Zunino (contrabbasso) e dall’indimenticabile Giulio Capiozzo (batteria), Boltro sciorina il proprio disinvolto fraseggio attraverso una manciata di arrangiamenti fluidi e misurati, tra cui spiccano Flabula, Woody, Blues Brau e la soave ballad Valery. - B.A.


FLAVIO BOLTRO - ROAD RUNNER (1999)

FLAVIO BOLTRO - 40° (2003)

BOLTRO / BASSINI / PRINA - INTO THE BLUE (1987)

SALVATORE BONAFEDE - ACTOR-ACTRESS (1990)

SALVATORE BONAFEDE - NOBODY’S PERFECT (1992)

SALVATORE BONAFEDE - JOURNEY TO DONNAFUGATA (2003)

SALVATORE BONAFEDE - FOR THE TIME BEING (2005)


MICHELE BOZZA - AROUND (1996)

La scelta di due raffinati standard hard-bop qualifica il tenorista Michele Bozza come autentico intenditore. L’elegante interpretazione del classico di Benny Golson (Along Came Betty) consente di riassaporare una splendida melodia, e suggerisce all’ascoltatore insaziabile il recupero della storica incisione dei Jazz Messengers (Moanin’). Beatrice è una languida ballad che Sam Rivers compose per il suo sensazionale esordio Blue Note (Fuchsia Swing Song): nella loro versione, Bozza e Ambrosetti confessano una sincera passione per il brano, con assoli ispirati e stilisticamente pregevoli. Convincente la prestazione del solito Massimo Manzi, che ormai nell’area marchigiana è un’istituzione e che si sta affermando anche a livello nazionale come uno dei batteristi più misurati e affidabili. - B.A.


JOANNE BRACKEEN - SNOOZE (SIX ATE) (1975)

JOANNE BRACKEEN / CLINT HOUSTON - NEW TRUE ILLUSION (1976)

JOANNE BRACKEEN featuring MICHAEL BRECKER - TRING-A-LING (1977)

JOANNE BRACKEEN with EDDIE GOMEZ - PRISM (1978)

JOANNE BRACKEEN - KEYED IN (1979)


JOANNE BRACKEEN - ANCIENT DYNASTY (1980) FOREVER YOUNG

One night we were playing in Atlanta, Georgia, and this guy hollered up at me: «Hey there, boy, how come you got a white girl up there on the piano?». I just looked him straight in the eye and said: «Sorry, sir, I thought I just had a pianist …». - Art Blakey

Veterana ad appena quarant’anni grazie a un curriculum impressionante (Art Blakey, Joe Henderson, Stan Getz), raccomandata a Bob James da Michael Brecker - l’uno fondatore e responsabile della Tappan Zee, l’altro prestigioso partner su Tring-A-Ling - con Ancient Dynasty Joanne Brackeen pubblica il disco della vita. Per la pregiata etichetta fusion, la pianista californiana aveva già inciso l’eccellente Keyed In, in trio* con Eddie Gomez (contrabbasso) e Jack DeJohnette (batteria). Forte della fiducia confermata da James, la Brackeen recluta ancora i due fuoriclasse - forse la miglior sezione ritmica allora disponibile, già ascoltata con McCoy Tyner sul secondo volume di Supertrios - ampliando l’organico all’autorevole presenza del suo ex-capo Joe Henderson … quando si dice “dream team”. Non sappiamo se con titolo suggestivo e copertina icastica Joanne intendesse alludere a un qualche debito o legame col passato, ma l’influenza formale dei più evoluti quartetti di scuola Blue Note (Black Fire, Inner Urge, Fuchsia Swing Song, Ju Ju, The Real McCoy etc.) è palese e si dispiega in una splendida codifica di quello stile. Gli arrangiamenti dei quattro lunghi pezzi originali lasciano il necessario spazio espressivo a ciascun virtuoso, generando altresì un flusso continuo di assoli spettacolari, invenzioni fulminee, nessi telepatici. L’iniziale Ancient Dynasty possiede uno spiccato retrogusto latino che evoca alcune pagine del repertorio di Chick Corea e consente a Joe Henderson di rivivere le atmosfere dei memorabili duetti con Kenny Dorham (Blue Bossa, Recorda Me, Una Mas, Sao Paulo, Trompeta Toccata, Mamacita). L’impetuosa indole dell’autrice è evidenziata dal taglio decisamente percussivo che distingue anche gli altri pezzi: Remembering, in cui si alternano fughe e ralenti ciclici, Beagle’s Boogie, bizzoso tema a tempo dispari, Pin Drum Song / Celebration, staffetta di velocità in cui vincono tutti. Ovunque, gli esplosivi fraseggi di Brackeen, l’inclinazione “modale” di Henderson, i saggi di bravura di Gomez e De Johnette concorrono a definire un classico per tutte le stagioni. Indispensabile. Capolavoro. Forever Young. [P.S. - 1) *Brackeen, Gomez e De Johnette si ritroveranno insieme prima su Special Identity, poi su Where Legends Dwell, entrambi magnifici. 2) Design: Paula Scher. Foto: John Paul “Buddy” Endress.] - B.A.


JOANNE BRACKEEN - SPECIAL IDENTITY (1982)

JOANNE BRACKEEN - HAVIN’ FUN (1985)

JOANNE BRACKEEN - IS IT REALLY TRUE (1991)

JOANNE BRACKEEN - WHERE LEGENDS DWELL (1991)

DON BRADEN - THE TIME IS NOW (1991)

DON BRADEN - WISH LIST (1991)

DON BRADEN - AFTER DARK (1993)

BRASSERIE TRIO - MUSIQUE MÈCANIQUE (1998)

ANTHONY BRAXTON - 3 COMPOSITIONS OF NEW JAZZ (1968)

ANTHONY BRAXTON - FOR ALTO (1968)

ANTHONY BRAXTON - NEW YORK FALL 1974 (1974)

ANTHONY BRAXTON - TRIO AND DUET (1974)


ANTHONY BRAXTON - FIVE PIECES 1975 (1975) FOREVER YOUNG

Coi suoi vezzi professorali (pipa, occhialini, scacchi) Anthony Braxton aveva messo a soqquadro un ambiente per tradizione avverso all’accademia, imponendo la scomoda figura dell’artista afro-americano intellettuale e filoeuropeo. Eppure, riascoltando questa musica col senno di poi, si stenta a credere che all’epoca abbia suscitato tanto clamore. Al netto degli orpelli mediatici, infatti, il polistrumentista di Chicago è soprattutto un virtuoso superlativo, oltre che un compositore lucido e rigoroso, forse il più credibile erede di Eric Dolphy. Five Pieces 1975 coglie il personaggio in stato di grazia, sorretto da partner congeniali e motivati (¾ dell’organico di Conference Of The Birds o, se preferite, ¾ dei Circle di Paris Concert): Kenny Wheeler (tromba, flicorno), Dave Holland (contrabbasso), Barry Altschul (batteria). L’album si apre con uno strepitoso dialogo Braxton/Holland (sax alto/contrabbasso) sulle variazioni armoniche di You Stepped Out Of A Dream, per ribadire, a scanso di equivoci, l’eccezionale caratura tecnica dei due fuoriclasse. Il sinistro tema di Opus 23H è esposto da flauto e sordina che, durante l’intermezzo, svaniscono nel labirinto percussivo eretto da Altschul. Dedicata ad Albert Ayler, Opus 23E inizia con una solenne fanfara cui segue la convulsa sequenza di improvisazioni alternate (clarinetto, tromba, flauto, batteria), lunga oltre diciassette minuti. Strutture relativamente intelligibili consentono una più immediata fruizione degli assoli di sax alto su Opus 23G e Opus 40M. A noi, menti semplicette, pare assurdo che uno dei feticci del jazz anni Settanta sia ancora fuori catalogo e, al momento, risulti disponibile solo nell’edizione integrale della Mosaic (The Complete Arista Recordings Of Anthony Braxton). Un modo per sollecitare la ristampa CD potrebbe essere quello di scrivere agli attuali proprietari del marchio Arista (SONY) e dir loro che sono degli stronzi. [P.S. - Per recuperare gli enigmatici titoli originali e leggere una dotta analisi di tutte le registrazioni di Anthony Braxton, raccomandiamo l’ottimo sito Restructures.] - B.A.


ANTHONY BRAXTON - SEVEN COMPOSITIONS 1978 (1978)

ANTHONY BRAXTON - ALTO SAXOPHONE IMPROVISATIONS 1979 (1979)

ANTHONY BRAXTON - SIX COMPOSITIONS (QUARTET) 1984 (1984)

ANTHONY BRAXTON - QUARTET (LONDON) 1985 (1985)

ANTHONY BRAXTON - QUARTET (BIRMINGHAM) 1985 (1985)

ANTHONY BRAXTON - QUARTET (COVENTRY) 1985 (1985)

ANTHONY BRAXTON - SIX MONK’S COMPOSITIONS (1987) (1987) FOREVER YOUNG

BRAXTON / BAILEY - FIRST DUO CONCERT (1974)

BRAXTON / PARKER - DUO (LONDON) 1993 (1993)

BRAXTON / PARKER / RUTHERFORD - TRIO (LONDON) 1993 (1993)


MICHAEL BRECKER - MICHAEL BRECKER (1987) FOREVER YOUNG

La genesi dell’album prese forma durante le sedute di registrazione di 80/81: la band allestita per quel progetto amalgamava brillantemente la chitarra visionaria di Pat Metheny, l’eredità free di Charlie Haden, la batteria davisiana di Jack DeJohnette, il sax meta-stilistico di Michael Brecker*. Confuso dalla “stampa specializzata” per un disco qualsiasi, seppure di buon livello, e trascurato come autentico manifesto musicale post-idelogico, 80/81 proponeva alcune intuizioni geniali: 1) l’essenza del jazz è l’improvvisazione, non il parlarsi addosso di qualche pseudo-intellettuale con la pipa e la erre moscia; 2) dopo un quarto di secolo, il rock - Beatles e Steely Dan, un nome per ciascun decennio - è una realtà sociale e artistica con cui chiunque suoni uno strumento deve fare i conti; 3) punk e febbre hanno minacciato l’esistenza stessa del genere umano, ma una misteriosa confraternita di ascoltatori saggi e schivi riuscì a sopravvivere semplicemente pulendosi il culo con entrambe le mode; 4) nessuna persona per bene prenderebbe sul serio gli anni Ottanta in quanto tali, “80” e “81” erano solo i numeri di catalogo consecutivi del doppio vinile di Metheny. L’esperienza al Talent Studio di Oslo segnò in modo profondo Michael Brecker che, per il proprio attesissimo esordio individuale, riconvocò lo stesso gruppo - tranne Dewey Redman, anch’egli sax tenore - aggiungendo al tessuto strumentale le tastiere metropolitane di Kenny Kirkland. Scelte con cura alcune preziose composizioni proprie e altrui, Brecker le elabora secondo lo spirito dei memorabili arrangiamenti di 80/81 [Everyday (I Thank You), The Bat, Open, Pretty Scattered, 80/81]: dalla ieratica solennità di Sea Glass, al pregevole inedito di Mike Stern (Choices), passando per le due pagine scritte da Don Grolnick (anche produttore), poi riprese dal pianista sui suoi splendidi volumi Blue Note [Nothing Personal (Weaver Of Dreams), The Cost Of Living (Nighttown)], al suggestivo connubio di tema folk e sonorità sintetiche su Original Rays, fino agli echi siderali di Sizygy, forse il pezzo più bello del CD, col frenetico duetto sax/batteria e l’emozionante entrata in scena della chitarra. *Dopo le storiche collaborazioni con James Taylor, Michael Franks, Frank Zappa, Kenny Loggins, Steve Khan, Chick Corea, Donald Fagen, il timbro stentoreo e i fraseggi funambolici di Brecker trovano qui una sintesi estetica definitiva. - B.A.


MICHAEL BRECKER - DON’T TRY THIS AT HOME (1988)

MICHAEL BRECKER - NOW YOU SEE IT ... (NOW YOU DON’T) (1990)

MICHAEL BRECKER - TALES FROM THE HUDSON (1996)

MICHAEL BRECKER - TWO BLOCKS FROM THE EDGE (1997)

MICHAEL BRECKER - TIME IS OF THE ESSENCE (1999)

RANDY BRECKER - SCORE (1969)


RANDY BRECKER - IN THE IDIOM (1986) FOREVER YOUNG

Suoni acustici. Niente fronzoli. Si torna alle origini. Dopo essersi imposto come artefice, pioniere e caposcuola del linguaggio fusion, Randy Brecker riaccende una passione mai sopita grazie all’interessamento della corporation giapponese Denon. L’età dell’oro (Blue Note, Miles Davis) cui da sempre si ispira il trombettista rivive grazie alla presenza di maestri come Joe Henderson (sax tenore) e Ron Carter (contrabbasso), affiancati all’altro davisiano di lungo corso Al Foster (batteria) e al brillante David Kikoski (pianoforte). Nel contesto formale del classico quintetto hard-bop, peraltro di livello eccelso, la rinomata penna di Randy, della quale si è giovato con profitto anche Steve Khan (Tightrope; The Blue Man; Evidence), trova lo spazio giusto per esporre una scrittura complessa, intrisa di melodia ma armonicamente evoluta. La sensibilità espressiva di Henderson risalta tanto sulle ballad (Forever Young; You’re In My Heart) quanto sui brani più dinamici (Hit Or Miss; Sang; There’s A Mingus A Monk Us; Little Miss P), in cui il dialogo col retroterra post-rock del leader evoca gli infuocati duelli dei Brecker Brothers. Entrambi pilastri di due diverse, storiche formazioni condotte dal “divino”, Carter e Foster offrono un sostegno ritmico duttile, raffinato, preciso, evidente sull’architettura metrica di No Scratch e sul pensoso clima “modale” di Moontide. Prevista, ma non superflua, la consueta alta fedeltà audio garantita dalla Denon che, nel proprio catalogo, vanta anche The Art Of The Saxophone, capolavoro di Bennie Wallace. - B.A.


RANDY BRECKER - LIVE AT SWEET BASIL (1988)

NICK BRIGNOLA - THIS IS IT (1967)

NICK BRIGNOLA / PEPPER ADAMS - BARITONE MADNESS (1977)

NICK BRIGNOLA - NEW YORK BOUND (1978)

NICK BRIGNOLA / CECIL PAYNE / RONNIE CUBER - BURN BRIGADE (1979)

NICK BRIGNOLA - L.A. BOUND (1979)

NICK BRIGNOLA - SIGNALS ... IN FROM SOMEWHERE (1983)

NICK BRIGNOLA - NORTHERN LIGHTS (1984)

NICK BRIGNOLA - RAINCHECK (1988)


NICK BRIGNOLA - ON A DIFFERENT LEVEL (1989) FOREVER YOUNG

Seguendo le orme di Harry Carney (suo mentore), Serge Chaloff, Gerry Mulligan e Pepper Adams, il “paesano” Nick Brignola ripropone l’antico charme del sax baritono in piena era digitale, registrando un pugno di ottimi album per la dinamica Reservoir. Tra i vari titoli degni di nota, On A Different Level si distingue per l’assoluta fedeltà di Nick al suo primo strumento e per la presenza di una sezione ritmica lussuosa, composta da Kenny Barron (piano), Dave Holland (contrabbasso) e Jack DeJohnette (batteria). Il repertorio sopraffino garantisce la caratura dell’artista. Tears Inside è un blues anticonvenzionale di Ornette Coleman, già inciso dal padre del “free” nel 1959 (Tomorrow Is The Question!), che serve al quartetto per scaldare i muscoli: Brignola espone il tema accompagnato dal solo Holland, per poi scattare in avanti non appena Barron e DeJohnette si lanciano all’inseguimento. La tradizione è celebrata con le commosse, meravigliose dediche a Tadd Dameron (Hot House) e Duke Ellington (Sophisticated Lady), e culmina nell’arrangiamento di Duke Ellington’s Sound Of Love, sublime ballad di Charles Mingus (Changes One) ripresa più volte anche da Joe Lovano (Village Rhythm; Quartets). Scritta da Holland per il progetto ECM con Abercrombie e DeJohnette, Back-Woods Song risale allo splendido esordio di quel trio (Gateway): ridisegnando la melodia col sassofono, Brignola conferisce tutta un’altra atmosfera all’originale falsariga folk tracciata dalla chitarra. L’estrema dimestichezza con gli standard è sottintesa, ma Nick esibisce una voce incisiva e duttile anche nelle situazioni apparentemente più prevedibili (All The Things You Are; Softly As In A Morning Sunrise). - B.A.


NICK BRIGNOLA - WHAT IT TAKES (1990)

NICK BRIGNOLA - IT’S TIME (1991)

NICK BRIGNOLA - THE FLIGHT OF THE EAGLE (1996)

NICK BRIGNOLA - LIKE OLD TIMES (1994)

NICK BRIGNOLA - POINCIANA (1997)

NICK BRIGNOLA - ALL BUSINESS (1999)

ROY BROOKS - BEAT (1964)

ROY BROOKS - THE FREE SLAVE (1970)

TINA BROOKS - TRUE BLUE (1960) FOREVER YOUNG

PETER BRÖTZMANN - MACHINE GUN (1968)

BRÖTZMANN / VAN HOVE / BENNINK - BRÖTZMANN / VAN HOVE / BENNINK (1973)

MARION BROWN - MARION BROWN QUARTET (1965)

MARION BROWN - WHY NOT? (1966)


MARION BROWN - PORTO NOVO (1967)

Nel 1967 il movimento “free” aveva già partorito una seconda, prolifica generazione della quale Marion Brown era alfiere insieme a improvvisatori radicali come Frank Lowe, Sam Rivers, Milford Graves. Il sassofonista dallo sguardo triste incide il suo album più bello nei Paesi Bassi, immettendo nel proprio stile nuovi elementi espressivi (fischi, gemiti, dissonanze) grazie agli stimoli prodotti dai due egregi partner olandesi, Maarten Van Regteren Altena (contrabbasso) e Han Bennink (batteria, percussioni). L’intesa del trio risalta sulla spossante fuga collettiva di Similar Limits, sulle audaci esplorazioni timbriche di Sound Structure, sull’imboscata tesa dalla sezione ritmica al solista durante lo svolgimento di Improvisation. Il ribollente magma sonoro di QBIC genera un superbo assolo di Bennink che, in appena un minuto, si impone come visionario fuoriclasse dello strumento. Le sue tabla introducono la lunga title-track, anticipando un confronto senza inibizioni fra virtuosi. Pubblicato prima dalla Polydor, poi dalla Arista, Porto Novo rimane un classico dell’epoca, indispensabile per i cultori delle etichette ESP e FMP. Tre anni dopo Brown approderà alla neonata ECM, per registrare il bucolico Afternoon Of A Georgia Faun. - B.A.


MARION BROWN - AFTERNOON OF A GEORGIA FAUN (1970)

MARION BROWN - MARION BROWN SOLO SAXOPHONE (1977)

DAVE BRUBECK - DAVE DIGS DISNEY (1957)

DAVE BRUBECK - GONE WITH THE WIND (1959)


DAVE BRUBECK - TIME OUT (1959) FOREVER YOUNG

Pianista e compositore dalla ferrea preparazione accademica, Dave Brubeck costituì un raffinato quartetto in cui spiccava l’altosassofonista Paul Desmond, per sonorità e inventiva uno dei più godibili solisti moderni. Ma vanno sottolineate anche l’abilità del bassista Gene Wright e la precisione del batterista Joe Morello, doti indispensabili per questo specifico progetto. Time Out è infatti una spericolata esplorazione al di fuori del 4/4. Proprio Desmond scrisse il brano che avrebbe cementato la fama del complessino: Take Five, brioso tema in 5/4 su cui il delizioso volo del sax è guidato dall’energia del batterista. Non meno famoso Blue Rondo À La Turk, scritto da Brubeck in 9/8, e ancor più fine Three To Get Ready, basato sul susseguirsi di due battute in 3/4 e due in 4/4. E così via. La dottrina ritmica e le interpunzioni accentuate di Brubeck non sono freno per uno swing vivo e rigoglioso. - Gian Mario Maletto


DAVE BRUBECK - TIME FURTHER OUT: MIRÓ REFLECTIONS (1961)

DAVE BRUBECK - COUNTDOWN: TIME IN OUTER SPACE (1962)

DAVE BRUBECK - ... WEST SIDE STORY ... (1960/1962/1965)

DAVE BRUBECK - ALL THE THINGS WE ARE (1974)

DAVE BRUBECK & PAUL DESMOND - THE DUETS / 1975 (1975)

GREG BURK - CARPE MOMENTUM (2002)

KENNY BURRELL - ALL NIGHT LONG (1956)

KENNY BURRELL & JOHN COLTRANE - KENNY BURRELL & JOHN COLTRANE (1958)

KENNY BURRELL - MIDNIGHT BLUE (1963)


KENNY BURRELL / GIL EVANS - GUITAR FORMS (1965)

Fatevi un regalo: staccate la spina per un giorno … nessuno sentirà la vostra mancanza … in fondo sono solo poche ore … dalla sera prima alla tarda mattinata successiva … per riscoprire il significato dell’espressione “ars gratia artis” bastano un paio di CD … infilate nello zainetto The Individualism Of Gil Evans e Guitar Forms … salite in moto … guidate verso la costa … rintanatevi nell’appartamento sul lungomare … la bassa stagione vi accorderà il lusso di un condominio deserto … per cena trancio di pizza e birra … il fedele impianto stereo dell’adolescenza relegato nella seconda casa vi sta aspettando … lo spettacolo può iniziare …
Guitar Forms - La supervisione di Creed Taylor è già una garanzia, ma accanto ad alcune performance in quartetto - con Roger Kellaway, Joe Benjamin, Grady Tate - in cui il fluido fraseggio di Kenny Burrell tonifica l’uniforme corredo timbrico pianoforte/chitarra (Downstairs, Terrace Theme, Breadwinner), la scaletta squaderna cinque superbe partiture orchestrate da Gil Evans attraverso cui si susseguono stili e influenze diversi: Lotus Land diffonde seducenti aromi flamenco, sebbene rechi la firma del britannico Cyril Meir Scott; Moon And Sand e Loie seguono la direzione appena intrapresa da Stan Getz con Jazz Samba; già interpretato da John Coltrane (Africa/Brass), lo standard folk Greensleeves si conferma inesauribile fonte di ispirazione per gli improvvisatori; Last Night When We Were Young segna il vertice del disco, ma il primato di questa splendida cover durerà appena fino al 13 Aprile 1965, quando Frank Sinatra e Gordon Jenkins consegneranno all’eternità la loro versione dell’evergreen di Harold Arlen e Yip Harburg (September Of My Years). - B.A.


KENNY BURRELL - GOD BLESS THE CHILD (1971)

KENNY BURRELL - ELLINGTON IS FOREVER VOL. 1 (1975)

KENNY BURRELL - ELLINGTON IS FOREVER VOL. 2 (1977)

GARY BURTON - SEVEN SONGS FOR QUARTET AND CHAMBER ORCHESTRA (1973)

GARY BURTON - THE NEW QUARTET (1973)

GARY BURTON - RING (1974)

GARY BURTON - DREAMS SO REAL (1975)


GARY BURTON with EBERHARD WEBER - PASSENGERS (1976)

I collezionisti più attenti già lo sanno. Per gli altri sarà una piacevole sorpresa scoprire che, oltre a That Summer Something, gioiello sepolto nell’omonimo, raro album della Ross-Levine Band, il repertorio di Pat Metheny annovera anche due pezzi originali scritti apposta per Gary Burton e incisi dall’autore solo sotto le insegne del vibrafonista. Oggi fa impressione osservare come, nonostante la sua presenza, tra i titolari ufficiali di Passengers manchi il nome di Metheny, all’epoca non ancora big planetario, anche se già sotto contratto con l’ECM - le sedute di Bright Size Life sono di pochi mesi precedenti a queste - peraltro raccomandato dallo stesso Burton. Il quintetto (4+1) schiera un’elegante sezione ritmica - Steve Swallow, Danny Gottlieb - ideale per sostenere con la necessaria duttilità gli idiofoni di Burton, la chitarra di Metheny e l’allora inconsueto contrabbasso elettrico di Weber, qui in veste di terzo solista. Il raffinato impasto strumentale caratterizza gli arrangiamenti di Sea Journey, pagina firmata da Chick Corea per l’esordio discografico di Stanley Clarke (Children Of Forever), e di Yellow Fields, standard dell’etichetta tedesca ripreso dal catalogo di Eberhard Weber (Yellow Fields). Le partiture di Metheny - una ballad (Nacada), un simil-samba (The Whopper), un ostinato [B & G (Midwestern Nights Dream)] ripreso dal suo esordio - sono altrettante lezioni di gusto e ingegno. Il fuoriclasse di Lee’s Summit vi esibisce già le doti che lo renderanno famoso e che, a questi livelli di eccellenza, si rinvengono raramente in uno stesso artista: un’impareggiabile attitudine a comporre temi di struggente bellezza e la capacità di improvvisare mantenendo sempre un prodigioso senso della melodia. - B.A.


GARY BURTON - PICTURE THIS (1982)

GARY BURTON / CHICK COREA - CRYSTAL SILENCE: THE ECM RECORDINGS 1972-1979

JOHN BUTCHER - THIRTEEN FRIENDLY NUMBERS (1991)

JOHN BUTCHER - FIXATIONS (14) (2001)

BUTCHER / BAILEY / DAVIES - VORTICES AND ANGELS (2000)

BUTCHER / BURN / DAVIES / EDWARDS - THE FIRST TWO GIGS (2000)

IGOR BUTMAN - FALLING OUT (1993)

BUTMAN / KONDAKOV / GOMEZ / WHITE - BLUES FOR 4 (1996)

IGOR BUTMAN - PROPHECY (2003)


IGOR BUTMAN - MAGIC LAND (2007)

A giudicare dal corposo curriculum pubblicato sul suo sito, Igor Butman è il più illustre sassofonista (tenore / soprano) russo. Si dirà: embè? Gli scettici diano un’occhiata al gruppo di “accompagnamento” di Magic Land: Chick Corea, John Patitucci, Jack DeJohnette, Randy Brecker, Stefon Harris, gente che non si scomoda per l’ultimo arrivato, men che mai in comitiva. In realtà, Butman è un solista in grado di competere con chiunque al mondo per tecnica, fantasia e finezza. Con l’intento di rileggere in chiave jazz le colonne sonore di film per l’infanzia e cartoni animati dell’era sovietica - una variante “oltre cortina” del classico Dave Digs Disney di Dave Brubeck - il prestigioso sestetto cava meraviglie da (apparentemente) innocue canzoncine per bambini. Il contrasto tra l’eco fanciullesca dei temi e la preziosa caratura degli arrangiamenti funziona, calando i convenuti in un clima di serena, spontanea ispirazione. Ciascuno dei celebri virtuosi dà il meglio di sé in un repertorio di qualità omogenea ed elevata. Nostre personali predilezioni: la dolente ballad Amazing Far, con la tromba di Brecker che graffia il cuore, e l’irresistibile ritmo di Chunga-Changa, con Patitucci, DeJohnette e Harris rapiti dall’evocativo swing cosacco. Divertente lo stupore dei cinque americani che, nelle note di copertina, ammettono la sostanza musicale delle melodie “comuniste”. Prodotto da Jack DeJohnette. Registrato a New York da James Farber. 4½ stellette per Down Beat. - B.A.


IGOR BUTMAN - MOSCOW @ 3 A.M. (2009) FOREVER YOUNG

DONALD BYRD - OFF TO THE RACES (1958)

DONALD BYRD - BYRD IN HAND (1959)

DONALD BYRD - FUEGO (1959)

DONALD BYRD - BYRD IN FLIGHT (1960)

DONALD BYRD - THE CAT WALK (1961)


DONALD BYRD - ROYAL FLUSH (1961)

Esemplare seduta Blue Note che consolida il legame artistico tra Donald Byrd e Pepper Adams, già al quarto appuntamento dopo Off To The Races, Byrd In Hand, The Cat Walk. In seguito, Byrd otterrà un enorme successo personale con la svolta fusion degli anni Settanta, viceversa Adams non riceverà i riconoscimenti dovuti a un talento del suo rango. Sebbene egli godesse della considerazione di maestri come Charles Mingus e Thad Jones, infatti, nessuna grande etichetta gli permise di incidere con regolarità in veste di titolare: per questo vale la pena di soffermarsi ovunque sia presente il suo acuminato sax baritono. Con Herbie Hancock al pianoforte e una sezione ritmica “d.o.c.” [Butch Warren (contrabbasso); Billy Higgins (batteria)], i due solisti possono dedicarsi all’approfondimento del blues, colore dominante lungo tutto l’album. Hush introduce il discorso con un classico giro in Do vivacizzato da intervalli, scatti e rimbalzi. Jorgie’s e Shangri-La esibiscono strutture armoniche più evolute, mentre su 6 M’s risuonano, inequivocabili, echi dell’immortale All Blues di Miles Davis (Kind Of Blue). - B.A.


DONALD BYRD - FREE FORM (1962)

DONALD BYRD - BLACKJACK (1963/1967)

DONALD BYRD - MUSTANG! (1966)

GARY BURTON - PASSENGERS (1976)

 

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