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 A.O.R.
DICK St. NICKLAUS - MAGIC (1979)
DICK St. NICKLAUS - SWEET AND
DANDY (1980)
SANFORD &
TOWNSEND - THE SANFORD/TOWNSEND BAND
(SMOKE FROMA A DISTANT
FIRE) (1976) 
 Un esordio folgorante, a livello di Careless
(Stephen Bishop) o Mannequin
(Marc Jordan), e dopo 30 anni conserva inalterata la
stessa detonante potenza di un Montepulciano
dAbruzzo vecchio. Ed Sanford e John Townsend
avevano già lasciato un segno su Native Sons,
firmando le cose migliori - Wasting Our Time; Peacemaker
- dellultimo disco di Loggins & Messina, ma con
laccurato restauro di alcuni stereotipi ormai
consunti (R&B, 'southern rock', soul) stavano
tracciando le coordinate di un nuovo codice espressivo,
forse senza neanche rendersene conto. Una band
formidabile, due autori di levatura straordinaria e la
voce di Townsend, una delle più belle di tutti gli anni
Settanta, sicuramente la più sottovalutata: estensione
incredibile, impeto mascolino e un timbro stentoreo che
deve qualcosa a Daryl Hall, Glen Campbell e Tom Jones. A
dispetto della scarsa popolarità, lalbum
custodisce alcuni documenti essenziali dellarchivio
A.O.R. e almeno
un paio di classici (Smoke From A Distant Fire; Does
It Have To Be You) che hanno dimostrato ben altra
longevità rispetto alle produzioni di moda
allepoca. Dal perfetto amalgama di organo e piano
elettrico emergono i briosi interventi del batterista Jim
Varley e delleccentrico Otis Hale, che passa con
naturalezza dalla chitarra al sax. Ideale per resuscitare
i cadaveri, Shake It To The Right diffonde una
contagiosa voglia di muoversi (... I got ants in my pants and I just might
dance all night ...). Leffervescente
ottimismo che trasuda dalla musica si infrange sul testo
di Moolah Moo Mazuma (Sin City Wahh-Oo), torbido
commentario a base di splendori e miserie in scena a Los
Angeles. Oriental Gate (No Chance Of Changin My
Mind) è una focosa serenata tinta di gospel, turbata
da passioni proibite e interpretata con ardore da John
Townsend e Kenny Loggins. Registrato nei mitici Muscle
Shoals in Alabama. Prodotto da Jerry Wexler e Barry
Beckett. Sponsorizzato da Loggins. Censurato dalla radio
e dai giornalisti. - B.A.
SANFORD
& TOWNSEND - DUO GLIDE (1977)
BOZ
SCAGGS - SLOW DANCER (1974)
BOZ
SCAGGS - SILK DEGREES (1976)
BOZ SCAGGS - DOWN
TWO THEN LEFT (1977)
Ray-Ban modello Aviator,
camicia aperta sul collo, abito di taglio italiano,
statue di ghiaccio in copertina a simboleggiare un
impeccabile stile cool: nel 1977 Boz Scaggs
impersonava larchetipo A.O.R.
statunitense, affine e simmetrico alleuropeo Robert Palmer, al
cui timbro meticcio opponeva un personalissimo falsetto
nasale. Reduce dal trionfo di Silk Degrees, con Down
Two Then Left egli concepì un sequel persino più
bello del disco precedente, pur senza ripeterne gli
incassi stratosferici. Subentrato a David Paich nel ruolo
di supervisore musicale, Michael Omartian accentua
ulteriormente la virata espressiva dal rock al soul,
suonando le tastiere e affidandosi al prezioso supporto
di Jeff Porcaro: linesauribile propulsore
tricilindrico del batterista
(rullante/charleston/grancassa) traina tutto
lalbum. La canzone pop diventa adulta grazie
alleleganza degli arrangiamenti e alla classe degli
assoli, ma la confezione lussuosa contiene sempre
unidea brillante: la chitarra di Steve Lukather (A
Clue), il flicorno di Chuck Findley (Were
Waiting), le splendide aperture melodiche (Still
Falling For You; Whatcha Gonna Tell Your Man; Hollywood)
e le atmosfere ad alta tensione (Hard Times; Gimme
The Goods; 1993). Con levocativo titolo
di Tomorrow Never Came, Boz ripropone una ballad
sulla falsariga dellindimenticabile Were
All Alone (Silk Degrees) che, però, resta
insuperata. Produzione del saggio Joe Wissert (Gordon Lightfoot, Helen Reddy etc.).
- B.A.
BOZ
SCAGGS - MIDDLE MAN (1980)
DIANE
SCHUUR - SCHUUR THING (1985)
MARILYN SCOTT - DREAMS OF
TOMORROW (1979)
MARILYN SCOTT - WITHOUT
WARNING (1983)
MARILYN SCOTT - SKY DANCING (1991)
MARILYN SCOTT - SMILE (1992)
MARILYN SCOTT - TAKE ME WITH
YOU (1996)
MARILYN SCOTT - AVENUES OF
LOVE (1998)
MARILYN SCOTT - WALKING WITH
STRANGERS (2001)
SEA LEVEL - SEA LEVEL (1977)
SEA LEVEL - CATS ON THE
COAST (1978)
SEALS & CROFTS - YEAR OF
SUNDAY (1972)
SEALS & CROFTS - SUMMER
BREEZE (1973)
SEALS & CROFTS - DIAMOND GIRL
(1974)
SEALS & CROFTS - ILL
PLAY FOR YOU (1975)
SEALS & CROFTS - GET CLOSER (1976)
SEALS & CROFTS - SUDAN
VILLAGE (1976)
SEALS & CROFTS - ONE ON ONE (1977)
SEALS & CROFTS - TAKIN
IT EASY (1978)
SEALS & CROFTS - THE LONGEST
ROAD (1980)
DARA SEDAKA - IM YOUR GIRLFRIEND (1982)
BEN
SIDRAN - FEEL YOUR GROOVE (1971)
BEN
SIDRAN - I LEAD A LIFE (1972)
BEN
SIDRAN - PUTTIN IN TIME ON PLANET
EARTH (1973)
BEN
SIDRAN - DONT LET GO
(1974)
BEN
SIDRAN - FREE IN AMERICA (1976)
BEN
SIDRAN - THE DOCTOR IS IN (1977)
BEN
SIDRAN - A LITTLE KISS IN THE NIGHT (1978)
BEN
SIDRAN - LIVE AT MONTREUX (1979)
BEN SIDRAN - THE
CAT
AND THE HAT (1980) 
Il progetto era
rischioso: amalgamare hard-bop e fusion con liriche
dautore, senza annacquare nessuno dei tre
ingredienti. Una solida cultura letteraria e il
retroterra di ex-critico musicale - autorevole e
competente - consentirono a Sidran di non combinare
pasticci. Sebbene egli non abbia fatto proseliti (a meno
di non considerare epigono Gegè Telesforo
siamo seri) la qualità elevata e costante dei
suoi dischi è prova di un talento indiscutibile. Con The
Cat And The Hat egli perfeziona la collaudata formula
degli standard jazz riproposti con
le parole, aggiunte o ritoccate. Gli adattamenti sono
così eleganti che si ha limpressione di ascoltare
delle splendide canzoni nate già come tali: due esempi
da 10 e lode sono Ask Me Now di Monk e
Girl Talk di Neal Hefti. Un piccolo drappello di
virtuosi (Michael Brecker, Joe Henderson, Tom Harrell,
Mike Mainieri etc.) maneggia il materiale con grande
confidenza, sfruttando gli ampi spazi disponibili per
immettere assoli a volontà. Seven Steps To Heaven,
il capolavoro scritto da Victor Feldman per Miles Davis,
è percorso dalle crepitanti rullate di Steve Gadd, che
dimostra la veridicità dellassunto - invero
abusato - secondo cui la batteria può diventare uno
strumento melodico. Il recupero filologico continua con Like
Sonny, un classico firmato da Coltrane su imbeccata
di Rollins: allintrigante tema di sapore esotico,
esposto dal sintetizzatore, segue una gustosa divagazione
funk che evidenzia la sbalorditiva modernità del pezzo. Hi-Fly
e Give It To The Kids traggono beneficio dalle
più lucide tendenze stilistiche di fine anni Settanta. -
B.A.
BEN
SIDRAN - OLD SONGS FOR THE NEW DEPRESSION
(1981)
BEN
SIDRAN - BOP CITY (1983) 
PAT
SIMMONS - ARCADE
CARLY
SIMON - NO SECRETS (1972)
CARLY
SIMON - HOTCAKES (1974)
CARLY
SIMON - PLAYING POSSUM (1975)
CARLY
SIMON - ANOTHER PASSENGER (1976)
CARLY
SIMON - BOYS IN THE TREES (1978)
CARLY
SIMON - SPY (1979)
CARLY
SIMON - COME UPSTAIRS (1980)
CARLY
SIMON - TORCH (1982)
PAUL
SIMON - STILL CRAZY AFTER ALL THESE YEARS
(1975)
PAUL
SIMON - GRACELAND (1986)
SNEAKER - SNEAKER
(1981) 
Reggetevi forte:
esiste una canzone scritta da Walter Becker e Donald
Fagen incisa nel 1981 da un gruppo non esattamente
rinomato ... gli Sneaker. Dont Let Me In
risale allepoca pre-Steely Dan, quando i due
fricchettoni cercavano ancora di affermarsi come autori.
La loro versione, alquanto acerba, può essere
rintracciata nel doppio CD Catalyst, una
pubblicazione di straordinario valore documentale. La
cover realizzata da questo gruppo - oscuro ma valoroso -
dona alla canzone i necessari ritocchi estetici: chi
fosse cresciuto con le note di Rose Darling e Barrytown
al primo ascolto rischia una crisi acuta di nostalgia.
Quelle progressioni armoniche così inequivocabili, e
quel tocco di romantico cinismo che nelle parole di
Donald e Walter è sempre presente: ... I hear you found a brand new friend /
well if I try to take you back again / if I decide to
make a mend / dont let me in ... you hear a
knocking on your door / a pounding of a heart you
cant ignore / soon it isnt there no more /
dont let me in .... Daccordo, ma
gli arrangiamenti? Scusate se il produttore e chitarrista
dellalbum è Jeff Baxter, veterano degli anni
Settanta a cui va il merito di aver disseppellito questa
gemma inestimabile. Se le coronarie avranno retto
lemozione di un inedito così prezioso, e dopo
uniniziale, legittima sottovalutazione degli altri
brani, si rimarrà piacevolmente sorpresi dal livello del
materiale originale: non cè nulla che meriti meno
di 8½. Dal tipico sound A.O.R.
di Jaymes, One By One, No More
Lonely Days e Get Up, Get Out, alla morbida
ballad More Than Just The Two Of Us, al retrogusto
pop di In Time, che evoca alcune cose dei Beatles psichedelici.
Il debito col miglior rock inglese si fa ancora più
ingente su Looking For Someone Like You e Millionaire.
- B.A.
PHOEBE SNOW - PHOEBE
SNOW (1974)
Vero nome Phoebe
Laub. Nata e cresciuta a New York. Figlia del Greenwich
Village, si esibiva come folk-singer al Bitter
End, dove fu scovata da un lungimirante emissario
della Shelter Records. Scritturata seduta stante,
pubblicò un esordio discografico di raro spessore,
rivelando subito unanima divisa tra soul e jazz. La sua voce coniuga
unestensione illimitata con un timbro di gola
seducente, vespertino, che in termini di potenziale
espressivo evoca le figure di Aretha, Gladys e altre
grandi sacerdotesse del tempio Atlantic/Motown/Stax.
Appena ventiduenne, Phoebe firmava già canzoni in cui la
profondità dei testi combaciava con una straordinaria
consistenza musicale. Gli arrangiamenti sono concisi ma
ideali per mettere in risalto la bellezza dei temi. La
chitarra acustica dellautrice dialoga, di volta in
volta, con il piano di Teddy Wilson (Harpos
Blues), il sax tenore di Zoot Sims (It Must Be
Sunday), il dobro di David Bromberg (Either Or
Both), le chitarre elettriche di Dave Mason (No
Show Tonight) e Steve Burgh (I Dont Want The
Night To End). Sulla classica Good Times di
Sam Cooke, il gruppo vocale dei Persuasions duetta con
Phoebe in uninconsueta, trascinante versione
gospel-blues. Poetry Man, suggestiva melodia
sospesa su un arpeggio di accordi raffinatissimi, arrivò
al quinto posto nella classifica dei singoli e ottenne
una nomination al Grammy Award, quando quel premio
significava ancora qualcosa. - B.A.
PHOEBE SNOW - SECOND
CHILDHOOD
(1976) 
A pari merito con The Royal Scam e Songs In The Key Of Life,
è il più bel disco americano del 1976. Provate ad
ascoltarlo partendo dallultimo brano - Theres
A Boat Thats Leavin Soon For New York,
classico di George Gershwin da Porgy And Bess -
introdotto dal piano elettrico di Don Grolnick a cui, con
discrezione, si affianca unelegante sezione fiati
che, nel finale, lancia la spettacolare fuga jazz guidata da Jerome Richardson
(flauto) e Grady Tate (batteria): difficile restare
indifferenti di fronte a tanta classe e a una voce di
tale levatura. Non basta: linterprete magistrale
possiede anche eccellenti doti di autrice. Lo stile
abbozzato nel primo album è ormai maturo, e il suo
sviluppo istologico raggiunge uno stadio
evolutivo in cui i generi pre-esistenti vengono sublimati
in unautentica fusion canora, peculiare
corrente espressiva che non vanta riconoscimenti
ufficiali né eredi ma che, prima di essere assorbita dal
movimento A.O.R., lascerà
reperti inestimabili in pochi, splendidi album [Esther
Phillips (From A Whisper
To A Scream); Minnie Riperton (Perfect Angel); Linda
Lewis (Fathoms Deep);
Michael Franks (The Art Of Tea);
Mark/Almond (To The Heart); Randy Crawford (Raw
Silk); Jess Roden (Stonechaser)].
I ritmi disco e i sussulti rock - tipici di
alcune produzioni coeve - lasciano spazio ad
arrangiamenti che privilegiano il suono policromo della
Gibson 335, la rotonda duttilità del Fender Rhodes,
leloquio sinuoso del sax, le oscillazioni ipnotiche
dei tempi medi. La chitarra acustica di Phoebe - ultima
reliquia delle origini folk - si limita ad assecondare
con diligenza le raffinate orchestrazioni di Pat Williams
e gli ispirati interventi di noti strumentisti del giro
newyorkese (Steve Gadd, David Sanborn, John Tropea etc.).
Musicalmente omogeneo, perfettamente conservato in
unimpermeabile bolla temporale, Second Childhood
allevia i tormenti delluomo moderno con massicce
iniezioni di estasi pura: le ampie volte melodiche di All
Over e Two-Fisted Love; gli echi della scuola
CTI che risuonano su Sweet Disposition, prima che
le metropoli americane venissero devastate dal rap; una
versione di No Regrets che entusiasmerebbe Ella
Fitzgerald; le riflessioni a cuore aperto di Isnt
It A Shame, Inspired Insanity e Pre-Dawn
Imagination; il riuscito adattamento di Goin
Down For The Third Time, grintoso standard di
Holland-Dozier-Holland. Alcuni passaggi lirici di
inebriante sensualità completano il rito della
seduzione:
when
Im insecure and cant give you enough / I
watch Mother Nature doing her stuff
(Cash
In). Se non funziona, consultate uno specialista. - B.A.
PHOEBE
SNOW - IT LOOKS LIKE SNOW (1976)
PHOEBE
SNOW - NEVER LETTING GO (1977)
PHOEBE
SNOW - AGAINST THE GRAIN (1978)
PHOEBE
SNOW - ROCK AWAY (1981)
TOM SNOW
- TAKING IT ALL IN STRIDE (1975)
TOM SNOW
- TOM SNOW (1977)
TOM SNOW - HUNGRY
NIGHTS (1982) 
 Nonostante comporti spesso
cocenti delusioni, talvolta la fatica di spulciare
limmenso archivio A.O.R.
ripaga con sorprese sbalorditive. Apprezzato da colleghi
e interpreti del calibro di Diana Ross, Valerie Carter,
Randy Crawford, Dionne
Warwick, Melissa
Manchester, Air
Supply, Kenny
Loggins etc., Tom Snow è un talento puro, autore
dotatissimo in grado di comporre strofe, ritornelli e
bridge di micidiale coerenza ed efficacia, e di abbinare
alla musica parole di raro spessore lirico. Il suo
capolavoro, Hungry Nights, è uno di quegli album,
ormai sempre più inconsueti, in cui non si scarta nulla.
Forse Straight For The Heart e Love Hangs By A
Thread sono solo pop-song, ma il tasso creativo
impiegato per concepirle fa della prima lallarmante
ritratto rock di una mangiatrice
di uomini e dellaltra un impetuoso crescendo
dedicato agli amori appesi a un filo. Voto a entrambe:
10. I migliori strumentisti dellepoca
[Ed Greene, Jeff Porcaro, Tris Imboden, Mike Baird
(batteria); Lee Sklar, Abe Laboriel (basso), Dean Parks
(chitarre, produttore)] esaltano gli arrangiamenti con un
suono nitido e affilato che ha reso grande il
genere. Sublime con la penna, Tom Snow è
straordinariamente espressivo anche al microfono, ove
esibisce un curioso timbro a metà tra Don Henley e
Russell Mael. Dagli orecchiabili refrain di Our Song,
Soon, Dont Call It Love spunta
comunque il guizzo brillante a nobilitare le armonie. Il
retroterra dellalunno di Berklee si coglie
sulla sofferta intensità di I Almost Let You Go,
sullirresistibile passo ritmico di Hungry Nights
e sullo spunto narrativo di I Think I Know Too Much,
in cui il protagonista è atterrito dalla troppa
esperienza di una fanciulla. Meravigliose le due ballad
per piano e voce, Time Of Our Lives e Somewhere
Down The Road, questultima incisa lanno
prima da Barry Manilow
(If I Should Love Again):
entrambe le versioni sono indispensabili. - B.A.
DAVID SOUL - DAVID SOUL
(1976)
DAVID SOUL - PLAYING TO AN
AUDIENCE OF ONE (1977)
JOHN DAVID SOUTHER - JOHN
DAVID SOUTHER (1972)
JOHN DAVID SOUTHER - BLACK
ROSE (1976)
JOHN DAVID SOUTHER - YOURE
ONLY LONELY (1979)
JOHN DAVID SOUTHER - HOME
BY DAWN (1984)
SOUTHER / HILLMAN /
FURAY - THE SOUTHER / HILLMAN / FURAY BAND (1974)
SOUTHER / HILLMAN /
FURAY - TROUBLE IN PARADISE (1975)
SHEILA SOUTHERN - DIDNT
WE / THE JIMMY WEBB SONGBOOK (1966/1969)
DUSTY SPRINGFIELD - A GIRL
CALLED DUSTY (1964)
DUSTY SPRINGFIELD - STAY
AWHILE / I ONLY WANT TO BE WITH YOU (1964)
DUSTY SPRINGFIELD - OOOOOOWEEEE!!!
(1965)
DUSTY SPRINGFIELD -
EVRYTHINGS COMING UP (1965)
DUSTY SPRINGFIELD - WHERE
AM I GOING (1967) 
 Si legge spesso e si dice in giro che Dusty
In Memphis sarebbe il più bel disco della
Springfield. A sostegno dellassunto, nulla più che
il fascino subliminale esercitato da un sito geografico,
crogiuolo di stili, santuario della Stax e sepolcro di
Elvis Aaron Presley. Se da una parte, dunque, va
stigmatizzato il vezzo di riempirsi la bocca con le
ovvietà, dallaltra si deve ammettere che
quellalbum è davvero un capolavoro. Ma,
aggiungiamo noi, A PARI MERITO CON LINTERO CATALOGO
DI DUSTY. Pertanto, qualsiasi ristampa CD riusciste a
scovare (antologie, compilation, frattaglie etc.), non
date retta ai maniaci del cavillo e arraffatela senza
indugi. Nel caso di Where Am I Going,
ladorabile mise esibita in copertina
dalla diva inglese è indicativa di unepoca mai
troppo rimpianta. Affidate alle cure di arrangiatori
fidati e sensibili, canzoni famose o prossime a
diventarlo esaltano la sua classe immensa: una voce
squillante, argentina, sexy ma tenera, colma di passione,
appena increspata nellottava più bassa, il che
suggeriva quella spontanea, sottile lusinga erotica.
Suprema interprete di Bacharach, a livello di una Dionne
Warwick, con (They Long To Be) Close To You Dusty
sfida la musa del grande autore (Make Way For Dionne
Warwick) e anticipa di ben tre anni la popolare
versione dei Carpenters (pure splendida). Talento puro e
coscienza dei propri mezzi la spingevano a misurarsi con
modelli apparentemente inavvicinabili: standard
collaudati come Sunny, o tratti da celebri musical
come Come Back To Me [On A Clear Day (You Can
See Forever)], entrambi incisi da Sinatra
con lorchestra di Ellington (Francis A. & Edward K.);
una pagina poco nota ma straordinaria come Dont
Let Me Lose This Dream, scritta da Aretha Franklin e
inclusa nel testo sacro I Never Loved A Man The Way I
Love You. Credeteci o no, Dusty regge il confronto
con the Voice e addirittura supera the
Queen of Soul, entrando in pompa magna
nellélite delle ugole doro. Selezionato con
fiuto infallibile e gusto squisito, il repertorio passa
dalla foga R&B di Bring Him Back, ripresa
anche da Cissy Sissie Houston (madre di
Whitney), alla struggente poesia pacifista di Broken
Blossoms, attraverso la romantica impazienza di I
Cant Wait Until I See My Babys Face fino
alla stupenda curva melodica di Welcome Home.
Laddio di If You Go Away provoca un diluvio
di lacrime: alla sublime traduzione inglese di Rod
McKuen, Dusty aggiunge una strofa con le parole originali
di Jacques Brel (Ne Me Quitte Pas), insidiando da
vicino la versione definitiva di Glen Campbell (Wichita
Lineman). Sul ritmo trotterellante di Where Am I
Going va in scena il delicato tema del bilancio
esistenziale: levidente partecipazione emotiva con
cui Dusty, allora appena ventottenne, confessa ansie,
sconfitte e debolezze assume la valenza di una sofferta
autobiografia. Composta da Cy Coleman e Dorothy Fields
per Sweet Charity, amara commedia di Neil Simon
ispirata a Le Notti Di Cabiria di Fellini e
diretta da Bob Fosse prima a teatro
e poi al cinema, la
title-track è unesplosione di sensazioni
agrodolci, magistralmente riprodotte dallorchestra
di Wally Stott. Nel 1975 Gino Vannelli avrebbe affrontato
lo stesso argomento con una memorabile suite omonima [Where
Am I Going (Storm At Sunup)]. Cara, dolce,
amatissima Mary OBrien, perchè ci hai lasciato
così presto? Non vogliamo restare soli con Antonio Socci
e Lanfranco Pace. Abbi misericordia, veglia su di noi. - B.A.
DUSTY SPRINGFIELD - DUSTY
... DEFINITELY (1968) 
DUSTY SPRINGFIELD - DUSTY
IN MEMPHIS (1969) 
DUSTY SPRINGFIELD - A BRAND
NEW ME (1970)
DUSTY SPRINGFIELD - FROM
DUSTY ... WITH LOVE (1970) 
DUSTY
SPRINGFIELD - SEE ALL HER FACES (1972)
DUSTY SPRINGFIELD - CAMEO (1973)
DUSTY
SPRINGFIELD - IT BEGINS AGAIN (1978)
DUSTY
SPRINGFIELD - LIVING WITHOUT YOUR LOVE
(1979)
DUSTY
SPRINGFIELD - LOVE
SONGS (1967/1979) 
STEELY DAN - CITIZEN STEELY DAN
(1972/1980) 
Il fenomeno più
esecrabile che abbia caratterizzato il mondo del
giornalismo musicale nostrano negli ultimi
trentanni è stato, e continua ad essere, il
trasformismo. Chi non ricorda linsopportabile
tormentone sugli Steely Dan? La cura negli arrangiamenti
era pignoleria; per la loro estrema dedizione
nella stesura dei brani erano considerati
maniaci e perfezionisti; il
risultato di ore e ore di appassionato lavoro in sala di
registrazione veniva liquidato come freddo o
lezioso. Improvvisamente, con
lineluttabile riconoscimento del genio di Donald
Fagen, alla luce degli esiti artistici raggiunti con
lalbum The Nightfly,
tutti quei cattivi maestri (dossier I / II)
si sono affrettati a indicare gli Steely Dan come
lemblema stesso della musica americana degli anni
Settanta, e così è cominciata la riscoperta. Non
cè tempo per rammaricarsi del ritardo. È il caso,
semmai, di salutare positivamente lavvenuto
riconoscimento della loro superiorità. «Donald Fagen e Walter Becker sono colti,
amano il jazz e frequentano i club del Village, scrivono
testi velenosi e sceneggiature gialle e nere su una
generazione di intellettuali che non vuole arrendersi al
conformismo rock». Questa descrizione, estratta
nientemeno che da una guida televisiva, si attaglia
perfettamente alla loro monumentale opera omnia
pubblicata dalla MCA. Un elegante cofanetto di 4 CD,
contenente i sette album degli Steely Dan, più un
inedito dalle session di The
Royal Scam (Here At The Western World), il
tema conduttore del film FM e un demo di esclusivo
interesse documentaristico (Everyones Gone To
The Movies). È un peccato che i testi non siano
stati inclusi nella confezione, per altro ricca di
articoli e ritagli depoca. Contrariamente a quanto
sostenuto più volte dai soliti esperti, le
liriche degli Steely Dan sono profonde, evocative e
tuttaltro che impenetrabili. La raccolta integrale
delle canzoni di Becker & Fagen consente di aggirare
improbabili distinguo tra un titolo e laltro. Qui
è contenuta la quintessenza del rock americano adulto,
la sintesi perfetta e definitiva degli umori più genuini
di Los Angeles e New York, realizzata da questo gruppo
fantasma, veicolo ideale per le composizioni di Becker e
Fagen i quali, grazie a produzioni sempre
dispendiosissime, arruolano i più grandi fuoriclasse in
circolazione. La lista dei nomi è impressionante: Jeff
Porcaro, Larry Carlton, Steve Gadd, Wayne Shorter
(Weather Report), Steve Khan, Phil Woods, Jay Graydon
(Airplay), Michael McDonald (Doobie Brothers), Tom Scott
e tanti altri. Innumerevoli i momenti memorabili di
questo lungo racconto musicale. Per una disamina più
dettagliata dei sette capitoli si consultino le voci
relative ai singoli album. [P.S. - Imperdonabile la
scelta di escludere Dallas e Sail The Waterway,
i due lati del singolo pubblicato prima di Cant
Buy A Thrill.] - B.A.
STEELY
DAN - CANT BUY A THRILL (1972)

STEELY
DAN - COUNTDOWN TO ECSTASY (1973)

STEELY
DAN - PRETZEL LOGIC (1974)

STEELY DAN - KATY LIED
(1975) 
Un perfezionismo proverbiale e
quasi famigerato avrebbe fatto degli Steely Dan i massimi
virtuosi - insieme a Beatles e 10cc - dello studio di registrazione
inteso come strumento creativo. È pertanto bizzarro che
proprio Walter
Becker e Donald
Fagen, in un habitat così familiare, siano incorsi
in due clamorosi incidenti sul lavoro: le
canzoni perdute di Gaucho
(Heartbreak Souvenir; The Second Arrangement)
e i danni collaterali subiti dai nastri di Katy Lied
[lingegnere del suono Roger Nichols eseguì il
missaggio attraverso uno speciale filtro anti-rumore
(DBX), che appannò irrimediabilmente il master
originale]. E tuttavia, la ristampa CD di Katy Lied
vanta una qualità hi-fi superba per unincisione
del 1975: al fine di riprodurre le frequenze tagliate dal
congegno difettoso, gli audiofili più incalliti dovranno
solo tarare un po lequalizzatore. Finalmente
liberi dallo stress dei tour, Becker e Fagen possono
concentrarsi sullattività prediletta: scrivere e
registrare musica. I nuovi arrangiamenti ruotano attorno
a un meraviglioso pianoforte a coda Bösendorfer, scelto
appositamente da Michael Omartian per lo studio ABC di
Hollywood, su incarico degli autori. Gli altri ruoli
chiave sono coperti da Michael McDonald
(cori), Jeff Porcaro (batteria) e dai più ispirati
chitarristi mai apparsi in un disco rock:
Dean Parks che brucia di passione per Rose Darling,
Rick Derringer che stravolge lalgido blues di Chain
Lightning, Denny Dias rapito dallenigmatico
valzer di Your Gold Teeth II [ripreso nel 1996 da
Herbie Hancock (The New Standard)], Elliott Randall
immerso nei segreti di Throw Back The Little Ones,
Larry Carlton
che debutta a corte su Daddy Dont Live In That
New York City No More, lo stesso Walter Becker che
cesella i temi di Black Friday e Bad Sneakers.
Il mito Steely Dan si
consolidò anche grazie a questi assoli: brandelli di jazz (cool, hard-bop) magistralmente
integrati a melodie sublimi e liriche sibilline, a
beneficio di racconti beat che ciascuno può
interpretare secondo la propria indole. Phil
Woods è lospite donore
dellalbum: dopo lemozionante fraseggio del
sax alto e gli elegiaci flashback del testo, ci interessa
davvero sapere chi era il Doctor Wu*?
La grafica dei credits debitrice dello stile Prestige e
Contemporary. Il calembour suggerito dalla foto di
copertina, che ritrae un grillo detto
katydid. La forza espressiva dei personaggi
immaginari (la perfida Snake Mary, il depravato Mr.
LaPage). Linsopprimibile anelito alla
fuga di Any World (That Im Welcome
To). Tutto concorre a fare di Katy Lied un
classico americano, allaltezza di qualsiasi grande
libro o film coevo. [P.S. - Oscene le recensioni dei
critici John Mendelsohn (Rolling Stone)
e Nick Kent (New Musical Express) che,
allepoca, stroncarono Katy Lied così, tanto
per darsi un contegno: ci piacerebbe potervi riferire che
un simile sfregio abbia esposto entrambi al pubblico
ludibrio, ma non siamo aggiornati in merito. Coi tempi
che corrono, anzi, cè il rischio che gli
esperti abbiano fatto carriera.] - B.A.
*Doctor Jing Nuan Wu (1933-2002) - An acupuncturist
and artist based in Washington D.C., emigrated from China
to the U.S.A. at a young age and graduated from Harvard
to become a Wall Street venture capitalist, finally
setting up a Taoist clinic in Washington in 1973.
Apparently helped one of the band to overcome drug
addiction in the mid-70's, hence the lyrical tribute.] - Dan OMalley
STEELY DAN - THE
ROYAL
SCAM (1976) 
Dopo lincidente
occorso ai nastri di Katy
Lied, Becker e Fagen ritornano con unopera
darte che conferma il loro status di intellettuali
del rock e la loro capacità di
trarre il massimo dai diversi musicisti coinvolti. Ogni
assolo di chitarra è una canzone nella canzone, ogni
colpo sul rullante un perfetto connubio tra classe e
sentimento. I mascalzoni che per anni hanno ingannato il
pubblico con la presunta freddezza degli
Steely Dan vengono messi a tacere da Everything You
Did, Dont Take Me Alive, Kid
Charlemagne e Green Earrings. La sezione fiati
si abbandona ad acrobatiche contorsioni per inseguire gli
accordi di The Caves Of Altamira, mentre lo
splendido fraseggio di Paul Griffin (piano acustico) su Sign
In Stranger tradisce un inequivocabile retroterra jazz. Il reggae beffardo di Haitian
Divorce e il sinuoso tema di The Fez penetrano
agevolmente la cortina di ferro di un ascolto distratto.
In seguito alla pubblicazione dellantologia Citizen Steely Dan,
lacquisto dei singoli CD anni '70 non ha più
senso: in generale, perché la qualità audio del
cofanetto è decisamente superiore a quella delle prime
ristampe digitali MCA, e in particolare perché nella
copia di The Royal Scam manca linedito Here
At The Western World, un capolavoro inciso durante le
stesse sedute, ma allepoca escluso dallalbum
perché non affine al resto del materiale. Rinunciare a
quel brano sarebbe una follia. - B.A.
STEELY DAN - AJA (1977) 
Aja è la
più grande esperienza di koiné della musica pop:
difficile e facile, godibile e indecifrabile, tormentato
e lineare. - Enrico Sisti
Ajas only Grammy Award was for
engineering, which is a bit like giving the ceiling of
the Sistine Chapel a trophy for best matte
finish. - Don
Breithaupt*
La
brillante metafora della Cappella Sistina ci rivela che
dietro linvolucro lussuoso di una manifattura
tecnicamente impeccabile cè la sostanza delle
grandi opere darte. Dopo un gioiello come The Royal Scam, gli Steely Dan avevano
raggiunto linvidiabile status di chi non deve
dimostrare più nulla a nessuno. Eppure, proprio in quei
momenti si manifesta il segno dellispirazione più
spontanea, quando un artista al culmine della parabola
creativa partorisce il capolavoro che trascende i suoi
stessi, presunti limiti. Perdonate liperbole ma ...
musica strumentale a parte, categoria in cui per ovvi
motivi la formula canzone non può rientrare, Aja
è il migliore e più importante album degli anni
Settanta - dunque, anche dei miserabili decenni
successivi - probabilmente di gran lunga. Portando alle
estreme conseguenze il dispendioso metodo di mettere
insieme la band ideale per ciascun brano, Walter Becker e Donald Fagen
impiegano con profitto i soldi della ABC
per reclutare la crema dei fuoriclasse di entrambe le
coste statunitensi, elaborando una sintesi perfetta dello
spirito e delle atmosfere di New York e Los Angeles. Con Aja,
il rock diventa maggiorenne. Il
lento battito funk di Black Cow imposta un clima
notturno, sofisticato, chandleriano, percorso dalle
inquadrature cinematografiche del testo, da seducenti
voci femminili e dagli splendidi fraseggi di Victor
Feldman (piano elettrico) e Tom Scott (sax
tenore): la ridicola scopiazzatura rap di
Lord Tariq e Peter Gunz [Deja Vu (Uptown Baby)]
subirà il giusto dileggio da parte degli autori nel
documentario di Alan Lewens.
Larrangiamento della title-track si espande agli
otto minuti di una piccola rapsodia istoriata dai ricami
di tre chitarre e culminante nellepico duello tra Steve Gadd
(batteria) e Wayne Shorter (sax tenore):
lex-davisiano e co-fondatore dei Weather Report
accettò linvito in studio con qualche esitazione,
subito rimossa dalla solida dimestichezza col jazz dei padroni di casa. Per
ammissione dello stesso Donald Fagen, la
sceneggiatura di Deacon Blues (nel 2007 provammo
il brivido di ascoltarne le note alla radio americana
appena varcato il confine tra Québec e Vermont) rievoca
poeticamente sogni, ambizioni e inquietudini di un
loser cresciuto nei quartieri suburbani della
metropoli: lo struggente sax tenore di Pete Christlieb
parla a nome di una generazione che, delusa dal '68, non
aveva ancora trovato il senso della vita. Gli Steely Dan
suggerivano di cercare le risposte nei cataloghi Blue Note e Contemporary.
Celeberrima ode a unaspirante diva del cinema, Peg
ottiene limmortalità con lelastica scansione
di Rick Marotta, i cori armonizzati di Michael McDonald,
lo slap invisibile di Chuck Rainey e il
meraviglioso assolo hawaiano di Jay Graydon (prima
di lui, tra gli altri, si cimentarono senza successo
Robben Ford, Elliott
Randall, Rick Derringer etc.). Cullata dalla
fenomenale sezione ritmica di Bernard
Pretty Purdie (batteria), Chuck Rainey
(basso) e Victor Feldman (pianoforte), Home At Last
adatta liberamente il mito omerico del ritorno a una
sublime ballad sospesa tra il sollievo dellapprodo
e il desiderio di salpare ancora. Il capriccioso riff del
piano acustico catapulta il fantasma di Thelonius Monk
nel fermento soul di I Got The News: superbe le
chitarre di Walter
Becker e Larry
Carlton, emozionante lintermezzo vocale di Michael McDonald
(... Broadway Duchess ...),
spettacolare la batteria di Ed Greene. Trainata dallinfallibile beat del
veterano Jim Keltner (batteria), Josie procede in
bilico tra crude allegorie liriche ed eleganti soluzioni
espressive: lefficace contrasto
trasgressione/finezza ne farà unintramontabile,
scintillante pop-song per tutte le stagioni. Memorabile
la misteriosa foto di copertina scattata da Hideki Fujii
alla modella giapponese Sayoko
Yamaguchi.
FM (No Static At All) - Incaricati di scrivere il
tema conduttore del film diretto da John A. Alonzo (FM), Walter Becker e Donald Fagen
partecipano alla colonna sonora firmando un singolo che,
sebbene assente dal Long Playing, era a tutti gli effetti
riconducibile a Aja (Don
Breithaupt gli riserva un intero capitolo del suo
saggio): sdrammatizzati dalla sottile ironia delle
parole, gli archi di Johnny Mandel rincorrono una geniale
sequenza di accordi, mentre la stupenda improvvisazione
di Pete
Christlieb spezza la suadente linea melodica.
[P.S. - Al fine di approfondire la conoscenza dei segreti
di Aja, sono indispensabili sia lomonimo
libro di Don Breithaupt,
edito dalla Continuum,
che il DVD monografico della
collana Classic Albums. Ai poveri disgraziati che
ancora non possedessero nemmeno il CD, suggeriamo
lacquisto simultaneo dei supporti audio, video e
cartaceo.] - B.A.
STEELY DAN - GAUCHO (1980)

 Lattesa creata dal successo
dellalbum precedente (Aja) darà vita
allevento discografico di fine decennio. Le
indiscrezioni più fantasiose si accavallarono, fino a
lasciar filtrare un titolo provvisorio - Metal Leg
- che resterà come bizzarra testimonianza di un parto
assai travagliato. A noi preme ricordare che Gaucho
a) segna lo scioglimento temporaneo
degli Steely Dan, che però si protrarrà fino al 2000; b)
sarà uno dei primi LP interamente registrati con tecnica
digitale; c) darà un contributo decisivo al suono
della musica fusion, rock, soul, A.O.R.:
nulla di ciò che è venuto dopo ha eguagliato - e tanto
meno superato - la perfezione di questi arrangiamenti.
Louverture è grandiosa: Bernard Purdie imposta un
'beat' in levare lento ma articolatissimo, Don Grolnick
dispone una scacchiera di accordi misteriosi sul piano
elettrico, mentre le Babylon Sisters - moderna
versione del coro nella tragedia greca - piangono il
destino di un poveraccio travolto da una passione senza
speranza: «
My friends
say no dont go for that cotton candy / Son
youre playing with fire / The kid will live and
learn / as he watches his bridges burn / from the point
of no return
». Labisso siderale che
separa Becker e Fagen dal resto del mondo trova qui una
scioccante epifania. Hey Nineteen ci riporta sulla
Terra: con la sua voce analgesica e impassibile Donald
Fagen interpreta la controversa figura di un aspirante
Humbert Humbert, riproponendo leterno caso
delluomo maturo che ci prova con una teen-ager.
Lamara constatazione che i due non hanno nulla in
comune si stempera su un ritmo dolce e ballabile: «
Hey Nineteen, thats
Retha Franklin / She dont remember the 'Queen
of Soul'
She thinks Im crazy / but Im
just growing old
». Lo stesso personaggio
riapparirà ventanni dopo nei panni del depravato Cousin
Cupree (Two Against
Nature). Quasi a smentire il presunto dispotismo
di Becker e Fagen nei confronti dei session-men, Steve Khan
improvvisa a lungo con la sua Telecaster sopra
lammaliante sezione fiati di Glamour Profession:
un intervento che lascerà il segno. Lassolo su Time
Out Of Mind - virtuosismo 'dance' stimolato da
intriganti allegorie erotiche - è la cosa migliore mai
realizzata da Mark Knopfler, il quale in seguito si
dimostrerà incapace di rendersene conto. My Rival
lambisce il tema della gelosia alla maniera degli Steeely
Dan, con un approccio sghembo, liricamente
imperscrutabile, musicalmente geniale. Un autentico
'dream-team' - Joe Sample (tastiere), Larry Carlton
(chitarra), Chuck Rainey (basso), Steve Gadd (batteria) -
mette in scena la solenne melodia di chiusura (Third
World Man), tra le cui note si scorgono i mille volti
della sconfitta esistenziale: il protagonista è un
reduce, un emarginato, un perdente, o forse solo uno come
noi. Due canzoni non vedranno mai la luce: 1) Heartbreak
Souvenir fu accantonata per sfinimento, poiché non
cera modo di eseguirla come volevano gli autori; 2)
The Second Arrangement - mancato sequel per il
romanzo/film di Elia Kazan - era ormai pronta, ma venne
accidentalmente cancellata da un tecnico che si era
assopito sul banco del mixer. Per i dettagli sulla
sciagura vi rimandiamo allaccurata ricostruzione
storica di Brian Sweet (Reelin In The Years
- Omnibus Press). Walter e Donald dovettero anche
affrontare una causa per plagio intentata da Keith
Jarrett, che li accusò di aver utilizzato parte di una
sua vecchia composizione - 'Long As You Know
Youre Living Yours - in un passaggio della
title-track. Il pianista fu a dir poco villano nei
confronti di due sinceri amanti del jazz.
Ammettiamo pure qualche analogia fra i brani
e
allora? Cera bisogno di chiedere i danni? Caro
Keith, radix enim
omnium malorum est cupiditas. - B.A.
STEELY DAN - TWO
AGAINST NATURE
(2000) 
 Gli
anni '70 sono lontanissimi e la rivoluzionaria fusione
stilistica di Aja è un ricordo indissolubilmente
legato a quellepoca. Ma se il clamoroso ritorno in
scena di Walter Becker e Donald Fagen non consente di
tracciare paralleli con i precedenti album degli Steely
Dan, anche tra le pieghe di questo nuovo capitolo
emergono alcuni aspetti familiari della loro musica.
Innanzitutto la sensazione di apparente uniformità
trasmessa inizialmente dalle canzoni. In un primo momento
è persino difficile distinguere un brano
dallaltro: i ritmi si assomigliano, le
armonizzazioni si fanno sfuggenti, la voce di Donald
risulta monocorde
per un po non accade
nulla. Poi, quando ascolti il CD per lennesima
volta, magari mentre sfogli distrattamente una rivista,
ecco che il prodigio si ripete: Almost Gothic
svela allimprovviso tutta la perfezione del suo
disegno melodico, ispirato a una logica ferrea e
illuminato dai bagliori del genio. Il testo della
trasgressiva Cousin Dupree tradisce lindole
ribelle di chi è cresciuto leggendo Burroughs, Kerouac,
ma anche Nabokov. Mentre ti chiedi in quale remoto angolo
di Terzo Mondo abbiano scovato lincastro metrico di
Two Against Nature (6/4), il riff ipnotico di Jack
Of Speed ti paralizza: davanti agli occhi scorre
limmagine pallida di unemaciata Negative
Girl, che va ad aggiungersi alla memorabile galleria
di ritratti femminili collezionati da Fagen (Rikki
Dont Lose That Number; Rose Darling; Peg;
Josie; Babylon Sisters; Hey Nineteen;
Maxine; Tomorrows Girls). Ancora
donne in primo piano su Janie Runaway, Gaslighting
Abbie, What A Shame About Me: controverse,
sarcastiche, arrivate, sempre protagoniste di
contorti sviluppi narrativi commentati con acume dalla
chitarra di Becker, talmente espressiva da sembrare viva.
Gli arrangiamenti recuperano quellinimitabile crossover
tra rock e jazz
che ha fatto da colonna sonora alle nostre vite, e
labilità della coppia nellindividuare il
solista più in forma del momento è confermata dalla
presenza di Chris Potter: il giovane sassofonista
aggiunge la propria firma a un registro degli
ospiti sempre più prestigioso (Phil Woods, Wayne
Shorter, Michael Brecker etc.). Come prova di lucidità
è inconfutabile, ma le prime impressioni valgono poco o
nulla: come noto, per valutare un disco degli Steely Dan
con cognizione di causa debbono trascorrere almeno dieci
anni. Arrivederci al 2010. [P.S. - Two Against Nature
ha vinto 4 Grammy Awards: cè vita intelligente
sulla Terra!] - B.A.
STEELY DAN - EVERYTHING
MUST GO (2003) 
Disco
del Mese Luglio/Agosto 2003, JAM n°95 [
] Come
scrive il mio amico Bruno
Anastasi, Two Against Nature ha vinto 4 Grammy Awards:
cè vita intelligente sulla Terra!.
Dopo la pausa ventennale tra un disco (Gaucho) e laltro
(Two Against Nature),
Becker e Fagen tornano a soli due anni dalla
resurrezione con 40 minuti di musica
allaltezza del loro mito. Al tradizionale
reclutamento dei migliori session-men disponibili, gli
Steely Dan del 2003 preferiscono ladozione di una
line-up fissa - Keith Carlock (batteria), Jon Herington /
Hugh McCracken (chitarre), Ted Baker (tastiere) - attorno
a cui ruotano gli stessi leader e alcuni ospiti scelti
col solito fiuto [Chris Potter (tenore); Bill Charlap
(piano)]. Introdotta dal sax coltraniano di Walt
Weiskopf, la title-track fa pensare a una Maxine
aggiornata al terzo millennio. The Last Mall è
velenosamente anticonformista: un vero e proprio mosaico
di frasi a incastro, con richiami diretti a William
Gibson, padre del 'cyberpunk'. Il prodigioso senso
melodico degli autori risulta intatto anche su Blues
Beach, Green Book, Things I Miss The Most
e Godwhacker. Una schiera impressionante di gruppi
validissimi (Deacon Blue, Prefab Sprout, Everything But
The Girl, High Llamas, China Crisis etc.) è in debito
con le loro intuizioni stilistiche. [
] - Mauro
Ronconi*
*Redattore
di JAM / Autore di 1900-2000 MUSICA DAL PIANETA TERRA: DAL
JAZZ AL ROCK, 200 CD DA SALVARE,
LUCIO BATTISTI - AL DI LÀ DEL
MITO, INNOCENTI EVASIONI, LE CANZONI DI JAMES TAYLOR.
Il mio amico Mauro Ronconi
ha ragione. Everything Must Go è un album
splendido, a partire dalla copertina che rimanda
alleloquente realismo in bianco e nero
di Pretzel Logic:
il venditore di frittelle fotografato nel '74 da Raenne
Rubenstein diventa un anonimo vucumprà di colore che
spaccia Rolex falsi. Vale a dire, il consumismo ha
soppiantato per sempre la logica della sopravvivenza. I
testi alternano cinici editoriali sul declino
dellOccidente a passioni confessate con gelido
distacco emotivo. Stile e arrangiamenti seguono la linea
tracciata da Two Against
Nature. Il parsimonioso assemblaggio della band
è compensato da una sezione fiati diretta come pochi
sanno fare. Gli assoli sono quasi tutti di Walter
(chitarra) e Donald (tastiere): brevi fraseggi di senso
compiuto che testimoniano un rinnovato entusiasmo per la
musica. Interpretando il blues in chiave metropolitana e
post-moderna, The Last Mall avanza lipotesi
- allarmante per alcuni, vagheggiata da altri - che
lultimo megastore della Terra stia per chiudere i
battenti: moltitudini di anime sarebbero perdute. Grazie
a un refrain più immediato degli altri, Blues Beach
ha ottenuto unassidua rotazione persino sulle radio
italiane. Per altro verso, le stesse emittenti hanno
completamente ignorato una meraviglia come Things I
Miss The Most, minuziosa anatomia di un amore finito:
il modellismo navale -
Im building the Andrea Doria out of balsa wood
- offre unillusoria fuga dai
rimpianti, mentre la citazione dellAUDI TT
promuove il coupè tedesco nella categoria
cult. La melodia di Pixeleen inanella
una geniale catena di link armonici che, una volta
memorizzati, lasciano lascoltatore in trance. Con Lunch
With Gina entra in scena lennesima femme
fatal di Donald: basti notare che un pranzo con lei
is forever.
Le parole di Godwhacker affrontano il delicato
tema della religione da una prospettiva simile a quella
che ispirò Godley & Creme per il capolavoro Goodbye
Blue Sky. Latmosfera noir di Green
Book e i riferimenti a Jill St. John, Mickey Spillane
e Robert Aldrich evidenziano la cultura cinefila di Fagen
(ricordate laccenno a Tuesday Weld su New
Frontier?). Forse qualcuno rimpiangerà le complesse
architetture ritmiche di Katy Lied, Aja
o The Royal Scam,
cui è subentrata una scansione più uniforme e regolare.
Non lo dite a noi: ne abbiamo viste troppe per avere
unopinione precisa a riguardo. [P.S. -
Assolutamente imperdibile il video incluso
nelledizione speciale del CD: un cortometraggio
semi-improvvisato - Confessions - in cui Walter e
Donald conversano senza inibizioni, spalleggiati da
interlocutrici avvenenti e disinvolte.] -
B.A.
BARBRA
STREISAND - THE BARBRA STREISAND ALBUM (1963)
BARBRA
STREISAND - THE SECOND BARBRA STREISAND ALBUM (1963)
BARBRA
STREISAND - THE THIRD ALBUM (1964)
BARBRA
STREISAND - PEOPLE (1964)
BARBRA
STREISAND - SIMPLY STREISAND (1967)
BARBRA
STREISAND - WHAT ABOUT TODAY? (1969)
BARBRA
STREISAND - BARBRA JOAN STREISAND (1971)
BARBRA
STREISAND - STONEY END (1971)
BARBRA
STREISAND - BUTTERFLY (1974)
BARBRA
STREISAND - THE WAY WE WERE (1974)
BARBRA
STREISAND -
LAZY AFTERNOON (1975)
STREISAND
/ KRISTOFFERSON - A STAR IS BORN (1976)
BARBRA
STREISAND - SUPERMAN (1977)
BARBRA
STREISAND - SONGBIRD (1978)
BARBRA
STREISAND - WET (1979)
BARBRA
STREISAND - GUILTY (1980)

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