Introduzione / Introduction
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THE VOICE OF MUSIC ... LA VOCE DELLA MUSICA
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A.O.R.

S

SAMUEL PURDEY - MUSICALLY ADRIFT (1999)

DICK St. NICKLAUS - MAGIC (1979)

DICK St. NICKLAUS - SWEET AND DANDY (1980)


SANFORD & TOWNSEND - THE SANFORD/TOWNSEND BAND
(SMOKE FROMA A DISTANT FIRE) (1976)
FOREVER YOUNG

Un esordio folgorante, a livello di Careless (Stephen Bishop) o Mannequin (Marc Jordan), e dopo 30 anni conserva inalterata la stessa detonante potenza di un Montepulciano d’Abruzzo vecchio. Ed Sanford e John Townsend avevano già lasciato un segno su Native Sons, firmando le cose migliori - Wasting Our Time; Peacemaker - dell’ultimo disco di Loggins & Messina, ma con l’accurato restauro di alcuni stereotipi ormai consunti (R&B, 'southern rock', soul) stavano tracciando le coordinate di un nuovo codice espressivo, forse senza neanche rendersene conto. Una band formidabile, due autori di levatura straordinaria e la voce di Townsend, una delle più belle di tutti gli anni Settanta, sicuramente la più sottovalutata: estensione incredibile, impeto mascolino e un timbro stentoreo che deve qualcosa a Daryl Hall, Glen Campbell e Tom Jones. A dispetto della scarsa popolarità, l’album custodisce alcuni documenti essenziali dell’archivio A.O.R. e almeno un paio di classici (Smoke From A Distant Fire; Does It Have To Be You) che hanno dimostrato ben altra longevità rispetto alle produzioni di moda all’epoca. Dal perfetto amalgama di organo e piano elettrico emergono i briosi interventi del batterista Jim Varley e dell’eccentrico Otis Hale, che passa con naturalezza dalla chitarra al sax. Ideale per resuscitare i cadaveri, Shake It To The Right diffonde una contagiosa voglia di muoversi (... I got ants in my pants and I just might dance all night ...). L’effervescente ottimismo che trasuda dalla musica si infrange sul testo di Moolah Moo Mazuma (Sin City Wahh-Oo), torbido commentario a base di splendori e miserie in scena a Los Angeles. Oriental Gate (No Chance Of Changin’ My Mind) è una focosa serenata tinta di gospel, turbata da passioni proibite e interpretata con ardore da John Townsend e Kenny Loggins. Registrato nei mitici Muscle Shoals in Alabama. Prodotto da Jerry Wexler e Barry Beckett. Sponsorizzato da Loggins. Censurato dalla radio e dai giornalisti. - B.A.


SANFORD & TOWNSEND - DUO GLIDE (1977)

LEO SAYER - ENDLESS FLIGHT (1976)

LEO SAYER - THUNDER IN MY HEART (1977)

BOZ SCAGGS - SLOW DANCER (1974)


BOZ SCAGGS - SILK DEGREES (1976)

Tutto d’un tratto, l’estate. Sappiamo qual è il vostro assillo. Vi serve un album concreto, ottimista, intelligente, che la conquisti alla prima nota di autoradio. Noi vi suggeriamo i Toto in procinto di fondare … i Toto: è durante queste sedute di registrazione che David Paich, David Hungate e Jeff Porcaro maturano l’idea di mettersi in proprio … ma certo, la sezione ritmica più ambita del mondo, l’accorta regia di Joe Wissert, due chitarre di lusso (Fred Tackett, Louie Shelton), alcuni specialisti che si alternano (Plas Johnson, Jim Horn, Tom Scott, Chuck Findley, Bud Shank etc.) ed ecco la magica formula degli Steely Dan (il batterista italo-americano era reduce dalla memorabile esperienza di Katy Lied) applicata con successo anche da Boz Scaggs. Impostate i controlli di tono con cura, appena un po’ di “treble”, i bassi vanno bene “flat”, volume alto ma senza esagerare … fate partire Lowdown … seguite l’adagio babilonese (… drive west on sunset to the sea …) e guidate verso il mare … da irrecuperabili fregnoni incapaci di battere un chiodo vi sentirete addosso il fascino di George Clooney … calma! lasciate che l’ipnotica pulsazione slap/groove e il seducente amalgama di flauto e cori lavorino per voi (… whooooo, I wonder wonder wonder wonder who …), poscia irretitela con What Can I Say, Georgia, It’s Overper l’indispensabile sfoggio di cultura c’è What Do You Want The Girl To Do, allorquando osserverete con nonchalance che Boz coglie bene la dolente, premurosa dedica al gentil sesso del capolavoro di Allen Toussaint, pur senza insidiare la stratosferica, definitiva versione di Lowell George (Thanks I‘ll Eat It Here) … procedete implacabili con Lido Shuffle, servirà a farle capire che dietro il tenero faccione da Cicciobello palpita un ruvido cuore rock (senza offesa, ma chi vi conosce? stiamo solo congetturando) … il soave clima marittimo di Harbor Lights smantella le difese residue e quando arriva We’re All Alone - romantica ballad ripresa da Rita Coolidge (Anytime … Anywhere) e di cui Bob James offrirà uno strepitoso arrangiamento fusion (Heads) - è già ora di alzare la capote … un’ultima avvertenza: non fate la cazzata di ostinarvi con l’A.O.R. … in caso di rigetto, proponete una bella compilation di X-Factor … per affinare i gusti c’è sempre tempo … - B.A.


BOZ SCAGGS - DOWN TWO THEN LEFT (1977)

Ray-Ban modello Aviator, camicia aperta sul collo, abito di taglio italiano, statue di ghiaccio in copertina a simboleggiare un impeccabile stile “cool”: nel 1977 Boz Scaggs impersonava l’archetipo A.O.R. statunitense, affine e simmetrico all’europeo Robert Palmer, al cui timbro meticcio opponeva un personalissimo falsetto nasale. Reduce dal trionfo di Silk Degrees, con Down Two Then Left egli concepì un sequel persino più bello del disco precedente, pur senza ripeterne gli incassi stratosferici. Subentrato a David Paich nel ruolo di supervisore musicale, Michael Omartian accentua ulteriormente la virata espressiva dal rock al soul, suonando le tastiere e affidandosi al prezioso supporto di Jeff Porcaro: l’inesauribile propulsore tricilindrico del batterista (rullante/charleston/grancassa) traina tutto l’album. La canzone pop diventa adulta grazie all’eleganza degli arrangiamenti e alla classe degli assoli, ma la confezione lussuosa contiene sempre un’idea brillante: la chitarra di Steve Lukather (A Clue), il flicorno di Chuck Findley (We’re Waiting), le splendide aperture melodiche (Still Falling For You; Whatcha Gonna Tell Your Man; Hollywood) e le atmosfere ad alta tensione (Hard Times; Gimme The Goods; 1993). Con l’evocativo titolo di Tomorrow Never Came, Boz ripropone una ballad sulla falsariga dell’indimenticabile We’re All Alone (Silk Degrees) che, però, resta insuperata. Produzione del saggio Joe Wissert (Gordon Lightfoot, Helen Reddy etc.). - B.A.


BOZ SCAGGS - MIDDLE MAN (1980)

DIANE SCHUUR - SCHUUR THING (1985)

MARILYN SCOTT - DREAMS OF TOMORROW (1979)

MARILYN SCOTT - WITHOUT WARNING (1983)

MARILYN SCOTT - SKY DANCING (1991)

MARILYN SCOTT - SMILE (1992)

MARILYN SCOTT - TAKE ME WITH YOU (1996)

MARILYN SCOTT - AVENUES OF LOVE (1998)

MARILYN SCOTT - WALKING WITH STRANGERS (2001)

SEA LEVEL - SEA LEVEL (1977)

SEA LEVEL - CATS ON THE COAST (1978)

SEALS & CROFTS - YEAR OF SUNDAY (1972)

SEALS & CROFTS - SUMMER BREEZE (1973)

SEALS & CROFTS - DIAMOND GIRL (1974)

SEALS & CROFTS - I’LL PLAY FOR YOU (1975)

SEALS & CROFTS - GET CLOSER (1976)

SEALS & CROFTS - SUDAN VILLAGE (1976)

SEALS & CROFTS - ONE ON ONE (1977)

SEALS & CROFTS - TAKIN’ IT EASY (1978)

SEALS & CROFTS - THE LONGEST ROAD (1980)

DARA SEDAKA - IM YOUR GIRLFRIEND (1982)

BEN SIDRAN - FEEL YOUR GROOVE (1971)

BEN SIDRAN - I LEAD A LIFE (1972)

BEN SIDRAN - PUTTIN’ IN TIME ON PLANET EARTH (1973)

BEN SIDRAN - DON’T LET GO (1974)

BEN SIDRAN - FREE IN AMERICA (1976)


BEN SIDRAN - THE DOCTOR IS IN (1977) FOREVER YOUNG

BEN SIDRAN - A LITTLE KISS IN THE NIGHT (1978) FOREVER YOUNG

Ben Sidran ha compiuto il miracolo di convertire i profani e recuperare i disillusi al jazz. Quando un minimo di attenzione rappresenta una fatica eccessiva o la noia della routine provoca una crisi di rigetto, ecco che il suo approccio fondato sulla concretezza suscita un interesse inatteso o riaccende l’entusiasmo sopito. Neanche dopo tanti anni di carriera, tuttavia, gli è stato adeguatamente riconosciuto il merito di aver connesso due generi così diversi come hard-bop e canzone d’autore in un idioma spontaneo e godibile. Brillante epigono di Mose Allison, egli si è ritagliato una nicchia di visibilità - in “convergenza parallela” con Michael Franks - nell’impegnativo cimento di accostare la platea pop a una musica più sofisticata. The Doctor Is In e A Little Kiss In The Night segnano il passaggio a un livello di rifinitura formale superiore rispetto ai pur ottimi album pubblicati fino a quel momento.
The Doctor Is In - Il superlativo gruppo stabile - Larry Carlton (chitarre), Phil Upchurch (basso elettrico), John Guerin (batteria) - garantisce un lussuoso supporto al tumido piano acustico del titolare, esaltando l’eleganza di raffinatissime pagine come Get It Yourself, Song For A Sucker Like You, One Way Grave, See You On The Other Side, Set Yourself Free, Nobody’s Fool. Su Broad Daylight, capolavoro della scaletta, i crucci del protagonista derivano da una morosa disposta a frequentarlo, ma non alla luce del giorno. Gli estemporanei assoli di Blue Mitchell attestano il legame ideale con la Blue Note, poi confermato dall’interpretazione di Silver’s Serenade (dall’omonimo disco di Horace Silver) e dallo scoppiettante swing di Charlie’s Blues, con Richard Davis e Tony Williams a ricomporre la straordinaria sezione ritmica di Out To Lunch! e Point Of Departure. Forse in omaggio alla monumentale mole del compositore, la versione in trio di Goodbye Pork Pie Hat mette in scena la possente cavata di Chuck Domanico (contrabbasso).
A Little Kiss In The Night - Con una copertina che richiama il medesimo tema concettuale espresso da Rupert Holmes su Pursuit Of Happiness, Sidran cerca di ingraziarsi le attenzioni del frivolo pubblico del 1978 (punk, febbre, riflusso) almeno con l’immagine … i contenuti rimangono immuni da compromessi di sorta. Tanto per chiarire il livello, su Kiss In The Night sfilano Jay Graydon e Phil Woods, l’uno addetto ai ricami sul tessuto strumentale, l’altro in preda all’entusiasmo per le frequenti, prestigiose convocazioni di quei giorni [Steely Dan (Katy Lied), Billy Joel (The Stranger), Phoebe Snow (Never Letting Go), Mel Tormé (A New Album / The London Sessions)]. Il sax alto dell’erede di Charlie Parker svetta anche su Moose The Mooche, a sancire lo spessore di un inestimabile retaggio artistico. Se The Cadillac Kid avrebbe potuto fungere da perfetta colonna sonora per un poliziesco anni Settanta, That’s Life I Guess e Doing You illustrano uno stile in cui la componente vocale ha pari dignità rispetto ai fraseggi dei solisti. Riesumandola dal suo terzo LP (Puttin’ In Time On Planet Earth), Ben sottopone a un elegante restyling sinfonico Face Your Fears, “instant classic” in forma di ballad esistenziale di cui è doveroso conoscere entrambe le splendide versioni. La propulsione degli arrangiamenti è fornita da specialisti affidabili come Abe Laboriel, Bob Glaub, Gerald Johnson (basso elettrico) e Bill Meeker (batteria). - B.A.

Consulenza / Assistenza: Lorenzo 7Panella


BEN SIDRAN - LIVE AT MONTREUX (1979)


BEN SIDRAN - THE CAT AND THE HAT (1980) FOREVER YOUNG

Il progetto era rischioso: amalgamare hard-bop e fusion con liriche d’autore, senza annacquare nessuno dei tre ingredienti. Una solida cultura letteraria e il retroterra di ex-critico musicale - autorevole e competente - consentirono a Sidran di non combinare pasticci. Sebbene egli non abbia fatto proseliti (a meno di non considerare “epigono” Gegè Telesforo … siamo seri) la qualità elevata e costante dei suoi dischi è prova di un talento indiscutibile. Con The Cat And The Hat egli perfeziona la collaudata formula degli standard jazz riproposti con le parole, aggiunte o ritoccate. Gli adattamenti sono così eleganti che si ha l’impressione di ascoltare delle splendide canzoni nate già come tali: due esempi da “10 e lode” sono Ask Me Now di Monk e Girl Talk di Neal Hefti. Un piccolo drappello di virtuosi (Michael Brecker, Joe Henderson, Tom Harrell, Mike Mainieri etc.) maneggia il materiale con grande confidenza, sfruttando gli ampi spazi disponibili per immettere assoli a volontà. Seven Steps To Heaven, il capolavoro scritto da Victor Feldman per Miles Davis, è percorso dalle crepitanti rullate di Steve Gadd, che dimostra la veridicità dell’assunto - invero abusato - secondo cui la batteria può diventare uno strumento melodico. Il recupero filologico continua con Like Sonny, un classico firmato da Coltrane su imbeccata di Rollins: all’intrigante tema di sapore esotico, esposto dal sintetizzatore, segue una gustosa divagazione funk che evidenzia la sbalorditiva modernità del pezzo. Hi-Fly e Give It To The Kids traggono beneficio dalle più lucide tendenze stilistiche di fine anni Settanta. - B.A.


BEN SIDRAN - OLD SONGS FOR THE NEW DEPRESSION (1981)


BEN SIDRAN - BOP CITY (1983) FOREVER YOUNG

Eddie Gomez e Peter Erskine colonne della sezione ritmica, Mike Mainieri virtuoso del vibrafono (Big Nick, It Didn’t All Come True, City Home, Monk’s Mood) e sagace co-produttore, Phil Woods [Solar, Bop City (Theme From “Jazz Alive!”), Up Jumped Spring] e Steve Khan (Little Sherry, Nardis) che si alternano come ospiti di lusso … chi non vorrebbe fare un disco con questa band? Il prestigio di Ben Sidran come studioso serio*, esperto autorevole, pianista egregio e cantautore sofisticato agevolò un così impegnativo reclutamento. Se lo stupendo The Cat And The Hat era il manifesto della canzone fusion, Bop City ripiegava su cool e hard-bop, elaborando una brillante parafrasi vocale dell’integerrimo mainstream proposto dallo stesso Phil Woods dal 1977 (Song For Sisyphus) e per tutti gli anni Ottanta (European Tour Live, Birds Of A Feather, Heaven, Integrity, Gratitude, Evolution, Here’s To My Lady, Flash, Real Life etc.). L’aristocrazia del jazz (Miles Davis, John Coltrane, Charlie Rouse, Freddie Hubbard, Thelonius Monk) contribuisce alla scaletta “a propria insaputa”: il folgorante incipit di Solar (… time isn’t passing, it just keeps going ‘round …), un buffo motivetto estrapolato dalla coltraniana Big Nick, poi ricondotto al legittimo rango dai fraseggi del contrabbasso, l’atipico blues di Little Sherry scandito dalle spazzole, i ricami della chitarra acustica sulla tenebrosa Nardis, il valzer primaverile di Up Jumped Spring, le dolenti note di Monk’s Mood illustrano con chiarezza come Sidran sappia tradurre venerati standard strumentali in preziosi arrangiamenti canori. Con l’intensa interpretazione di City Home egli rende omaggio a Mose Allison, suo principale ispiratore. A conferma del momento felice, uno delle pagine più belle è l’autografa It Didn’t All Come True. Insieme a Steely Dan e Michael Franks, Ben Sidran è l’artista che meglio ha saputo accostare l’improvvisazione alla pop-song. [P.S. - *Libri: Black Talk. Radio: Jazz Alive!; Sidran On Record; Talking Jazz.] - B.A.


BEN SIDRAN - ON THE COOL SIDE / HEAT WAVE (1985)

BEN SIDRAN - TOO HOT TO TOUCH / ENIVRE D’AMOUR (1988)

BEN SIDRAN - DYLAN DIFFERENT (2009)

PAT SIMMONS - ARCADE

CARLY SIMON - NO SECRETS (1972)

CARLY SIMON - HOTCAKES (1974)

CARLY SIMON - PLAYING POSSUM (1975)

CARLY SIMON - ANOTHER PASSENGER (1976)

CARLY SIMON - BOYS IN THE TREES (1978)

CARLY SIMON - SPY (1979)

CARLY SIMON - COME UPSTAIRS (1980)

CARLY SIMON - TORCH (1982)

PAUL SIMON - STILL CRAZY AFTER ALL THESE YEARS (1975)

PAUL SIMON - GRACELAND (1986)


SNEAKER - SNEAKER (1981) FOREVER YOUNG

Reggetevi forte: esiste una canzone scritta da Walter Becker e Donald Fagen incisa nel 1981 da un gruppo non esattamente rinomato ... gli Sneaker. Don’t Let Me In risale all’epoca pre-Steely Dan, quando i due fricchettoni cercavano ancora di affermarsi come autori. La loro versione, alquanto acerba, può essere rintracciata nel doppio CD Catalyst, una pubblicazione di straordinario valore documentale. La cover realizzata da questo gruppo - oscuro ma valoroso - dona alla canzone i necessari ritocchi estetici: chi fosse cresciuto con le note di Rose Darling e Barrytown al primo ascolto rischia una crisi acuta di nostalgia. Quelle progressioni armoniche così inequivocabili, e quel tocco di romantico cinismo che nelle parole di Donald e Walter è sempre presente: “... I hear you found a brand new friend / well if I try to take you back again / if I decide to make a mend / don’t let me in ... you hear a knocking on your door / a pounding of a heart you can’t ignore / soon it isn’t there no more / don’t let me in ...”. D’accordo, ma gli arrangiamenti? Scusate se il produttore e chitarrista dell’album è Jeff Baxter, veterano degli anni Settanta a cui va il merito di aver disseppellito questa gemma inestimabile. Se le coronarie avranno retto l’emozione di un inedito così prezioso, e dopo un’iniziale, legittima sottovalutazione degli altri brani, si rimarrà piacevolmente sorpresi dal livello del materiale originale: non c’è nulla che meriti meno di 8½. Dal tipico sound A.O.R. di Jaymes, One By One, No More Lonely Days e Get Up, Get Out, alla morbida ballad More Than Just The Two Of Us, al retrogusto pop di In Time, che evoca alcune cose dei Beatles ‘psichedelici’. Il debito col miglior rock inglese si fa ancora più ingente su Looking For Someone Like You e Millionaire. - B.A.

Consulenza: Lorenzo 7Panella


PHOEBE SNOW - PHOEBE SNOW (1974)

Vero nome Phoebe Laub. Nata e cresciuta a New York. Figlia del Greenwich Village, si esibiva come folk-singer al “Bitter End”, dove fu scovata da un lungimirante emissario della Shelter Records. Scritturata seduta stante, pubblicò un esordio discografico di raro spessore, rivelando subito un’anima divisa tra soul e jazz. La sua voce coniuga un’estensione illimitata con un timbro di gola seducente, vespertino, che in termini di potenziale espressivo evoca le figure di Aretha, Gladys e altre grandi sacerdotesse del tempio Atlantic/Motown/Stax. Appena ventiduenne, Phoebe firmava già canzoni in cui la profondità dei testi combaciava con una straordinaria consistenza musicale. Gli arrangiamenti sono concisi ma ideali per mettere in risalto la bellezza dei temi. La chitarra acustica dell’autrice dialoga, di volta in volta, con il piano di Teddy Wilson (Harpo’s Blues), il sax tenore di Zoot Sims (It Must Be Sunday), il dobro di David Bromberg (Either Or Both), le chitarre elettriche di Dave Mason (No Show Tonight) e Steve Burgh (I Don’t Want The Night To End). Sulla classica Good Times di Sam Cooke, il gruppo vocale dei Persuasions duetta con Phoebe in un’inconsueta, trascinante versione gospel-blues. Poetry Man, suggestiva melodia sospesa su un arpeggio di accordi raffinatissimi, arrivò al quinto posto nella classifica dei singoli e ottenne una nomination al Grammy Award, quando quel premio significava ancora qualcosa. - B.A.


PHOEBE SNOW - SECOND CHILDHOOD (1976) FOREVER YOUNG

A pari merito con The Royal Scam e Songs In The Key Of Life, è il più bel disco americano del 1976. Provate ad ascoltarlo partendo dall’ultimo brano - There’s A Boat That’s Leavin’ Soon For New York, classico di George Gershwin da Porgy And Bess - introdotto dal piano elettrico di Don Grolnick a cui, con discrezione, si affianca un’elegante sezione fiati che, nel finale, lancia la spettacolare fuga jazz guidata da Jerome Richardson (flauto) e Grady Tate (batteria): difficile restare indifferenti di fronte a tanta classe e a una voce di tale levatura. Non basta: l’interprete magistrale possiede anche eccellenti doti di autrice. Lo stile abbozzato nel primo album è ormai maturo, e il suo sviluppo “istologico” raggiunge uno stadio evolutivo in cui i generi pre-esistenti vengono sublimati in un’autentica “fusion canora”, peculiare corrente espressiva che non vanta riconoscimenti ufficiali né eredi ma che, prima di essere assorbita dal movimento A.O.R., lascerà reperti inestimabili in pochi, splendidi album (From A Whisper To A Scream, Perfect Angel, Fathoms Deep, The Art Of Tea, To The Heart, Raw Silk, Stonechaser). I ritmi “disco” e i sussulti rock - tipici di alcune produzioni coeve - lasciano spazio ad arrangiamenti che privilegiano il suono policromo della Gibson 335, la rotonda duttilità del Fender Rhodes, l’eloquio sinuoso del sax, le oscillazioni ipnotiche dei tempi medi. La chitarra acustica di Phoebe - ultima reliquia delle origini folk - si limita ad assecondare con diligenza le raffinate orchestrazioni di Pat Williams e gli ispirati interventi di noti strumentisti del giro newyorkese (Steve Gadd, David Sanborn, John Tropea etc.). Musicalmente omogeneo, perfettamente conservato in un’impermeabile bolla temporale, Second Childhood allevia i tormenti dell’uomo moderno con massicce iniezioni di estasi pura: le ampie volte melodiche di All Over e Two-Fisted Love; gli echi della scuola CTI che risuonano su Sweet Disposition, prima che le metropoli americane venissero devastate dal rap; una versione di No Regrets che entusiasmerebbe Ella Fitzgerald; le riflessioni “a cuore aperto” di Isn’t It A Shame, Inspired Insanity e Pre-Dawn Imagination; il riuscito adattamento di Goin’ Down For The Third Time, grintoso standard di Holland-Dozier-Holland. Alcuni passaggi lirici di inebriante sensualità completano il rito della seduzione: “… when I’m insecure and can’t give you enough / I watch Mother Nature doing her stuff …” (Cash In). Se non funziona, consultate uno specialista. - B.A.


PHOEBE SNOW - IT LOOKS LIKE SNOW (1976)


PHOEBE SNOW - NEVER LETTING GO (1977)

PHOEBE SNOW - AGAINST THE GRAIN (1978)

Phoebe Snow se n’è andata il 26 Aprile 2011. L’affettuoso necrologio firmato da Donald Fagen descrive un’artista capace di superare le amarezze della vita con la forza del talento più puro. Per noi appassionati, il suo addio cancella dal mosaico rock l’ennesimo, inestimabile tassello di una stagione mai troppo rimpianta. Un’autrice/inteprete in grado di comporre canzoni di successo (Poetry Man) e realizzare opere sublimi (Second Childhood), dotata di un’estensione di quattro ottave veicolata da un lussurioso timbro meticcio (voce, chioma, fisionomia e penuria di immagini ci convinsero a lungo che fosse afro-americana, invece era un’ebrea newyorchese). In quei giorni nulla pareva impossibile: 1) reclutare “Sua Altezza” Phil Woods per un assolo su Never Letting Go e intitolare l’intero LP come lo standard di Stephen Bishop tratto da Careless; 2) rileggere magistralmente la stupenda Something So Right del mentore Paul Simon (There Goes Rhymin’ Simon); 3) duettare con Kenny Loggins sul gioiello autografo We’re Children; 4) promuovere senza rivalità la collega Patti Austin registrandone una pop-song (In My Life) del catalogo CTI (End Of A Rainbow)*; 5) avvalersi del sax di Michael Brecker per il brillante remake di Love Makes A Woman, classico soul dall’omonimo album di Barbara Acklin; 6) sfidare Cher (3614 Jackson Highway) e Aretha Franklin (I Never Loved A Man The Way I Love You) con una superba versione dell’evergreen Do Right Woman, Do Right Man; 7) ribadire l’amore per i Beatles, dopo l’omaggio a tributato a John Lennon con Don’t Let Me Down (It Looks Like Snow), recuperando una preziosa Every Night dall’esordio individuale di Paul McCartney (McCartney); 8) esibire l’ispirazione di un’epoca felice firmando di proprio pugno il diario emotivo di Majesty Of Life, l’acquerello californiano di Oh L.A., l’autoritratto esistenziale di Random Time (… made a fool of and laughing …). In sostanza, due dischi belli ma discontinui che, presi insieme, ne fanno uno indispensabile. [P.S. - *Dal repertorio di Patti Austin avevamo già apprezzato almeno due pagine: We’re In Love, dal suo secondo capitolo CTI (Havana Candy) e I’ve Got The Melody (Deep In My Heart), incisa in coppia con Kenny Loggins (Celebrate Me Home).] - B.A.


PHOEBE SNOW - ROCK AWAY (1981)

PHOEBE SNOW - SOMETHING REAL (1989)

TOM SNOW - TAKING IT ALL IN STRIDE (1975)

TOM SNOW - TOM SNOW (1977)


TOM SNOW - HUNGRY NIGHTS (1982) FOREVER YOUNG

LPNonostante comporti spesso cocenti delusioni, talvolta la fatica di spulciare l’immenso archivio A.O.R. ripaga con sorprese sbalorditive. Apprezzato da colleghi e interpreti del calibro di Diana Ross, Valerie Carter, Randy Crawford, Dionne Warwick, Melissa Manchester, Air Supply, Kenny Loggins etc., Tom Snow è un talento puro, autore dotatissimo in grado di comporre strofe, ritornelli e bridge di micidiale coerenza ed efficacia, e di abbinare alla musica parole di raro spessore lirico. Il suo capolavoro, Hungry Nights, è uno di quegli album, ormai sempre più inconsueti, in cui non si scarta nulla. Forse Straight For The Heart e Love Hangs By A Thread sono solo pop-song, ma il tasso creativo impiegato per concepirle fa della prima l’allarmante ritratto rock di una mangiatrice di uomini e dell’altra un impetuoso crescendo dedicato agli amori appesi a un filo. Voto a entrambe: “10”. I migliori strumentisti dell’epoca [Ed Greene, Jeff Porcaro, Tris Imboden, Mike Baird (batteria); Lee Sklar, Abe Laboriel (basso), Dean Parks (chitarre, produttore)] esaltano gli arrangiamenti con un suono nitido e affilato che ha reso grande il “genere”. Sublime con la penna, Tom Snow è straordinariamente espressivo anche al microfono, ove esibisce un curioso timbro a metà tra Don Henley e Russell Mael. Dagli orecchiabili refrain di Our Song, Soon, Don’t Call It Love spunta comunque il guizzo brillante a nobilitare le armonie. Il retroterra dell’alunno di Berklee si coglie sulla sofferta intensità di I Almost Let You Go, sull’irresistibile passo ritmico di Hungry Nights e sullo spunto narrativo di I Think I Know Too Much, in cui il protagonista è atterrito dalla troppa esperienza di una fanciulla. Meravigliose le due ballad per piano e voce, Time Of Our Lives e Somewhere Down The Road, quest’ultima incisa l’anno prima da Barry Manilow (If I Should Love Again): entrambe le versioni sono indispensabili. - B.A.


DAVID SOUL - DAVID SOUL (1976)

DAVID SOUL - PLAYING TO AN AUDIENCE OF ONE (1977)

JOHN DAVID SOUTHER - JOHN DAVID SOUTHER (1972)

JOHN DAVID SOUTHER - BLACK ROSE (1976)

JOHN DAVID SOUTHER - YOU’RE ONLY LONELY (1979)

JOHN DAVID SOUTHER - HOME BY DAWN (1984)

SOUTHER / HILLMAN / FURAY - THE SOUTHER / HILLMAN / FURAY BAND (1974)

SOUTHER / HILLMAN / FURAY - TROUBLE IN PARADISE (1975)

SHEILA SOUTHERN - DIDN’T WE / THE JIMMY WEBB SONGBOOK (1966/1969)

JIMMIE SPHEERIS - ISLE OF VIEW (1971)

JIMMIE SPHEERIS - THE ORIGINAL TAP DANCING KID (1973)

JIMMIE SPHEERIS - THE DRAGON IS DANCING (1975)

JIMMIE SPHEERIS - PORTS OF THE HEART (1976) FOREVER YOUNG

DUSTY SPRINGFIELD - A GIRL CALLED DUSTY (1964)

DUSTY SPRINGFIELD - STAY AWHILE / I ONLY WANT TO BE WITH YOU (1964)

DUSTY SPRINGFIELD - OOOOOOWEEEE!!! (1965)

DUSTY SPRINGFIELD - EV’RYTHING’S COMING UP (1965)


DUSTY SPRINGFIELD - WHERE AM I GOING (1967) FOREVER YOUNG

Si legge spesso e si dice in giro che Dusty In Memphis sarebbe il più bel disco della Springfield. A sostegno dell’assunto, nulla più che il fascino subliminale esercitato da un sito geografico, crogiuolo di stili, santuario della Stax e sepolcro di Elvis Aaron Presley. Se da una parte, dunque, va stigmatizzato il vezzo di riempirsi la bocca con le ovvietà, dall’altra si deve ammettere che quell’album è davvero un capolavoro. Ma, aggiungiamo noi, A PARI MERITO CON L’INTERO CATALOGO DI DUSTY. Pertanto, qualsiasi ristampa CD riusciste a scovare (antologie, compilation, frattaglie etc.), non date retta ai maniaci del cavillo e arraffatela senza indugi. Nel caso di Where Am I Going, l’adorabile ‘mise’ esibita in copertina dalla diva inglese è indicativa di un’epoca mai troppo rimpianta. Affidate alle cure di arrangiatori fidati e sensibili, canzoni famose o prossime a diventarlo esaltano la sua classe immensa: una voce squillante, argentina, sexy ma tenera, colma di passione, appena increspata nell’ottava più bassa, il che suggeriva quella spontanea, sottile lusinga erotica. Suprema interprete di Bacharach, a livello di una Dionne Warwick, con (They Long To Be) Close To You Dusty sfida la musa del grande autore (Make Way For Dionne Warwick) e anticipa di ben tre anni la popolare versione dei Carpenters (pure splendida). Talento puro e coscienza dei propri mezzi la spingevano a misurarsi con modelli apparentemente inavvicinabili: standard collaudati come Sunny, o tratti da celebri musical come Come Back To Me [On A Clear Day (You Can See Forever)], entrambi incisi da Sinatra con l’orchestra di Ellington (Francis A. & Edward K.); una pagina poco nota ma straordinaria come Don’t Let Me Lose This Dream, scritta da Aretha Franklin e inclusa nel testo sacro I Never Loved A Man The Way I Love You. Credeteci o no, Dusty regge il confronto con “the Voice” e addirittura supera “the Queen of Soul”, entrando in pompa magna nell’élite delle ugole d’oro. Selezionato con fiuto infallibile e gusto squisito, il repertorio passa dalla foga R&B di Bring Him Back, ripresa anche da Cissy “Sissie” Houston (madre di Whitney), alla struggente poesia pacifista di Broken Blossoms, attraverso la romantica impazienza di I Can’t Wait Until I See My Baby’s Face fino alla stupenda curva melodica di Welcome Home. L’addio di If You Go Away provoca un diluvio di lacrime: alla sublime traduzione inglese di Rod McKuen, Dusty aggiunge una strofa con le parole originali di Jacques Brel (Ne Me Quitte Pas), insidiando da vicino la versione definitiva di Glen Campbell (Wichita Lineman). Sul ritmo trotterellante di Where Am I Going va in scena il delicato tema del bilancio esistenziale: l’evidente partecipazione emotiva con cui Dusty, allora appena ventottenne, confessa ansie, sconfitte e debolezze assume la valenza di una sofferta autobiografia. Composta da Cy Coleman e Dorothy Fields per Sweet Charity, amara commedia di Neil Simon ispirata a Le Notti Di Cabiria di Fellini e diretta da Bob Fosse prima a teatro e poi al cinema, la title-track è un’esplosione di sensazioni agrodolci, magistralmente riprodotte dall’orchestra di Wally Stott. Nel 1975 Gino Vannelli avrebbe affrontato lo stesso argomento con una memorabile suite omonima [Where Am I Going (Storm At Sunup)]. Cara, dolce, amatissima Mary O’Brien, perchè ci hai lasciato così presto? Non vogliamo restare soli con Antonio Socci e Lanfranco Pace. Abbi misericordia, veglia su di noi. - B.A.


DUSTY SPRINGFIELD - DUSTY ... DEFINITELY (1968) FOREVER YOUNG


DUSTY SPRINGFIELD - DUSTY IN MEMPHIS (1969) FOREVER YOUNG

Aprire la scaletta con un valzer lento è scelta audace, ma chiudete gli occhi e lasciatevi sedurre dal capolavoro* di Barry Mann e Cynthia Weil: la sensuale curva melodica e le sublimi parole di Just A Little Lovin’ intonate da una voce letteralmente irresistibile vi faranno ululare di passione riducendovi, secondo la tempra, a depressi cronici in dolcevita nero, ansimanti onanisti con le occhiaia cave, allupati cascamorti della porta accanto o, magari, a entusiasti cultori di Dusty Springfield. In un modo o nell’altro, dopo aver ascoltato Mary O’Brien, si cambia. La diva inglese era già famosa in America, ma desiderava esaltare la propria squisita vocazione soul in un ambiente diverso da Londra e, anche in termini geografici, più prossimo alle radici di quel suono. Ecco allora la stipula del contratto con la Atlantic, la regia affidata a tre guru della produzione - Jerry Wexler, Arif Mardin, Tom Dowd - e la trasferta presso l’American Sound Studio, dove Aretha Franklin aveva appena inciso I Never Loved A Man The Way I Love You. Wexler fu messo in croce dal bizzarro connubio di insicurezza (il confronto con i maestri afro-americani) e perfezionismo (la ricerca di un’emozione autentica) con cui Dusty scartava decine di canzoni proposte in fase di selezione del repertorio. La severa cernita distillerà, infine, alcune preziose pagine di Carole King (Don’t Forget About Me, No Easy Way Down, I Can’t Make It Alone), Randy Newman (I Don’t Want To Hear It Anymore, Just One Smile), Burt Bacharach (In The Land Of Make Believe), Eddie Hinton (Breakfast In Bed), Michel Legrand (The Windmills Of Your Mind), rilette da Dusty con intensità e convinzione straordinarie: il suo stile consisteva nel perfetto equilibrio tra pura bellezza del timbro, accento dal retrogusto “british”, realistica interpretazione del testo, intima vulnerabilità sentimentale, sex appeal sottinteso. L’altro vertice dell’album è Son Of A Preacher Man, “instant classic” di John Hurley e Ronnie Wilkins, in cui la cotta per il figlio di un predicatore narrata in chiave rhythm ‘n’ blues ispirerà e sarà ripresa da Quentin Tarantino per la scena dell’interfono su Pulp Fiction, perfetta sintesi cinematografica dell’attrazione fatale ma impraticabile tra la pupa del boss (Uma Thurman) e il sicario piacione (John Travolta): memorabile il groove impostato dalla ritmica di Tommy Cogbill (basso elettrico), Reggie Young (chitarra), Gene Chrisman (batteria) e dal coro delle Sweet Inspirations. A un certo punto qualcuno iniziò a definire Dusty Springfield “icona gay”: sebbene l’espressione sia francamente al di là del bene e del male, a Neil Tennant dei Pet Shop Boys si deve comunque il merito di aver rilanciato a sorpresa la carriera di un’artista immensa con due ottime canzoni (What Have Done To Deserve This?, Nothing Has Been Proved). L’edizione CD del 2002 è la migliore: il booklet contiene un appassionato saggio critico scritto da Elvis Costello. [P.S. - 1) *A pari merito con Never Gonna Let You Go, possibilmente nella versione di Dionne Warwick (Friends In Love). 2) La Continuum ha dedicato a Dusty In Memphis un volume della collana 331/3.] - B.A.


DUSTY SPRINGFIELD - A BRAND NEW ME (1970)

DUSTY SPRINGFIELD - FROM DUSTY ... WITH LOVE (1970) FOREVER YOUNG

DUSTY SPRINGFIELD - SEE ALL HER FACES (1972)

DUSTY SPRINGFIELD - CAMEO (1973)

DUSTY SPRINGFIELD - IT BEGINS AGAIN (1978)

DUSTY SPRINGFIELD - LIVING WITHOUT YOUR LOVE (1979)

DUSTY SPRINGFIELD - LOVE SONGS (1967/1979) FOREVER YOUNG


STEELY DAN - CITIZEN STEELY DAN (1972/1980) FOREVER YOUNG

Il fenomeno più esecrabile che abbia caratterizzato il mondo del giornalismo musicale nostrano negli ultimi trent’anni è stato, e continua ad essere, il trasformismo. Chi non ricorda l’insopportabile tormentone sugli Steely Dan? La cura negli arrangiamenti era “pignoleria”; per la loro estrema dedizione nella stesura dei brani erano considerati “maniaci” e “perfezionisti”; il risultato di ore e ore di appassionato lavoro in sala di registrazione veniva liquidato come “freddo” o “lezioso”. Improvvisamente, con l’ineluttabile riconoscimento del genio di Donald Fagen, alla luce degli esiti artistici raggiunti con l’album The Nightfly, tutti quei cattivi maestri (dossier I / II / III) si sono affrettati a indicare gli Steely Dan come l’emblema stesso della musica americana degli anni Settanta, e così è cominciata la riscoperta. Non c’è tempo per rammaricarsi del ritardo. È il caso, semmai, di salutare positivamente l’avvenuto riconoscimento della loro superiorità. «Donald Fagen e Walter Becker sono colti, amano il jazz e frequentano i club del Village, scrivono testi velenosi e sceneggiature gialle e nere su una generazione di intellettuali che non vuole arrendersi al conformismo rock». Questa descrizione, estratta nientemeno che da una guida televisiva, si attaglia perfettamente alla loro monumentale opera omnia pubblicata dalla MCA. Un elegante cofanetto di 4 CD, contenente i sette album degli Steely Dan, più un inedito dalle session di The Royal Scam (Here At The Western World), il tema conduttore del film FM e un demo di esclusivo interesse documentaristico (Everyone’s Gone To The Movies). È un peccato che i testi non siano stati inclusi nella confezione, per altro ricca di articoli e ritagli d’epoca. Contrariamente a quanto sostenuto più volte dai soliti “esperti”, le liriche degli Steely Dan sono profonde, evocative e tutt’altro che impenetrabili. La raccolta integrale delle canzoni di Becker & Fagen consente di aggirare improbabili distinguo tra un titolo e l’altro. Qui è contenuta la quintessenza del rock americano adulto, la sintesi perfetta e definitiva degli umori più genuini di Los Angeles e New York, realizzata da questo gruppo fantasma, veicolo ideale per le composizioni di Becker e Fagen i quali, grazie a produzioni sempre dispendiosissime, arruolano i più grandi fuoriclasse in circolazione. La lista dei nomi è impressionante: Jeff Porcaro, Larry Carlton, Steve Gadd, Wayne Shorter (Weather Report), Steve Khan, Phil Woods, Jay Graydon (Airplay), Michael McDonald (Doobie Brothers), Tom Scott e tanti altri. Innumerevoli i momenti memorabili di questo lungo racconto musicale. Per una disamina più dettagliata dei sette capitoli si consultino le voci relative ai singoli album. [P.S. - Imperdonabile la scelta di escludere Dallas e Sail The Waterway, i due lati del singolo pubblicato prima di Can’t Buy A Thrill.] - B.A.


STEELY DAN - CAN’T BUY A THRILL (1972) FOREVER YOUNG

Il più grande esordio* discografico della storia del rock: dieci canzoni senza difetti avvolte in una copertina esplicita e introdotte da un titolo memorabile (“non si compra un’emozione”). Cos’altro bisogna proporre al giovane indottrinato dalle radio italiane per convincerlo a procurarsi Can’t Buy A Thrill prima di subito? Trainato da un successo per tutte le stagioni come Do It Again - strofa ipnotica, ritornello infallibile, mirabolante fraseggio di sitar - l’album presenta al mondo una misteriosa non-band diretta da un supervisore geniale come Gary Katz, impersonata da due colti, dispotici fuoriclasse cresciuti a beat e jazz - Walter Becker, Donald Fagen - che infatti scipparono il nome a un vibratore citato da William Burroughs nel Pasto Nudo. Nasceva il mito Steely Dan: melodie complesse ma orecchiabili, parole enigmatiche ma suggestive, armonizzazioni sofisticate, arrangiamenti raffinatissimi, assoli di chitarra entrati nella leggenda. Nel 1972 quella di Donald Fagen non era ancora l’unica voce ufficiale e i brani cantati da David Palmer (cori) e Jim Hodder (batteria) sono altrettanti capolavori: 1) Dirty Work, grido di rivolta sentimentale che istigò il gentil sesso, se è vero che poi produsse ben tre cover al femminile [Melissa Manchester (Help Is On The Way), Pointer Sisters (Energy), Lauren Wood (Lauren Wood)]; 2) Midnite Cruiser, evocativa “road ballad” guidata con polso fermo da Jeff “Skunk” Baxter; 3) Brooklyn (Owes The Charmer Under Me), toccante ode al popolare quartiere di Long Island (… a piece of island cooling in the sea …). Quando poi Donald si accosta al microfono, il prodigio converte anche gli ultimi scettici: la seducente eco latina di Only A Fool Would Say That, il bizzarro amalgama stilistico di Reelin’ In The Years, in cui i riff elettrici di Elliott Randall incorniciano brandelli di “rap” e tarantella, le dolenti riflessioni di un fallito che risuonano nelle note del pianoforte su Fire In The Hole (… a woman’s voice reminds me to serve and not to speak …), l’ambiguo inno al cambiamento - sociale, emotivo, anagrafico? - di Change Of The Guard, con quel memorabile “nah nah nah nah nah nah nah nah” che conduce il tema in tutt’altra direzione. Come accadeva per i Beatles (Tomorrow Never Knows, All You Need Is Love, A Day In The Life, Good Night etc.), anche con gli Steely Dan (King Of The World, Throw Back The Little Ones, Josie, Third World Man) l’epilogo di un’opera deve lasciare il segno: Turn That Heartbeat Over Again è una rutilante rapsodia di variazioni e fughe racchiusa nel formato della pop-song. Tutta da leggere la finta recensione scritta da Donald Fagen col fantastico pseudonimo di … Tristan Fabriani. [P.S. - 1) *Senza firmarsi ancora come Steely Dan, l’anno prima Becker e Fagen avevano inciso e pubblicato la colonna sonora di un film di Peter Locke [You Gotta Walk It Like You Talk It (Or You’ll Lose That Beat)]. 2) Ispirato a un celebre testo di Bob Dylan (It Takes A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry). 3) In veste di “assistant engineer”, nei credits è indicato Tim Weston, futuro leader dei Dr. Strut e dei Wishful Thinking.] - B.A.


STEELY DAN - COUNTDOWN TO ECSTASY (1973) FOREVER YOUNG

STEELY DAN - PRETZEL LOGIC (1974) FOREVER YOUNG


STEELY DAN - KATY LIED (1975) FOREVER YOUNG

Un perfezionismo proverbiale e quasi famigerato avrebbe fatto degli Steely Dan i massimi virtuosi - insieme a Beatles e 10cc - dello studio di registrazione inteso come strumento creativo. È pertanto bizzarro che proprio Walter Becker e Donald Fagen, in un habitat così familiare, siano incorsi in due clamorosi “incidenti sul lavoro”: le canzoni perdute di Gaucho (Heartbreak Souvenir; The Second Arrangement) e i danni collaterali subiti dai nastri di Katy Lied [l’ingegnere del suono Roger Nichols eseguì il missaggio attraverso uno speciale filtro anti-rumore (DBX), che appannò irrimediabilmente il master originale]. E tuttavia, la ristampa CD di Katy Lied vanta una qualità hi-fi superba per un’incisione del 1975: al fine di riprodurre le frequenze tagliate dal congegno difettoso - gli audiofili più incalliti non ce ne vorranno - è sufficiente tarare un po’ l’equalizzatore. Finalmente liberi dallo stress dei tour, Becker e Fagen possono concentrarsi sull’attività prediletta: scrivere e registrare musica. I nuovi arrangiamenti ruotano attorno a un meraviglioso pianoforte a coda Bösendorfer, scelto appositamente da Michael Omartian per lo studio ABC di Hollywood, su incarico degli autori. Gli altri ruoli chiave sono coperti da Michael McDonald (cori), Jeff Porcaro (batteria) e dai più ispirati chitarristi mai apparsi in un disco rock: Dean Parks che brucia di passione per Rose Darling, Rick Derringer che stravolge l’algido blues di Chain Lightning, Denny Dias rapito dall’enigmatico valzer di Your Gold Teeth II [ripreso nel 1996 da Herbie Hancock (The New Standard)], Elliott Randall immerso nei segreti di Throw Back The Little Ones, Larry Carlton che debutta a corte su Daddy Don’t Live In That New York City No More, lo stesso Walter Becker che cesella i temi di Black Friday e Bad Sneakers. Il mito Steely Dan si consolidò anche grazie a questi assoli: brandelli di jazz (cool, hard-bop) magistralmente integrati a melodie sublimi e liriche sibilline, a beneficio di racconti “beat” che ciascuno può interpretare secondo la propria indole. Phil Woods è l’ospite d’onore dell’album: dopo l’emozionante fraseggio del sax alto e gli elegiaci flashback del testo, ci interessa davvero sapere chi era il Doctor Wu*? La grafica dei credits debitrice dello stile Prestige e Contemporary. Il calembour suggerito dalla foto di copertina, che ritrae un grillo detto “katydid”. La forza espressiva dei personaggi immaginari (la perfida Snake Mary, il depravato Mr. LaPage). L’insopprimibile anelito alla “fuga” di Any World (That I’m Welcome To). Tutto concorre a fare di Katy Lied un classico americano, all’altezza di qualsiasi grande libro o film coevo. [P.S. - Oscene le recensioni dei “critici” John Mendelsohn (Rolling Stone) e Nick Kent (New Musical Express) che, all’epoca, stroncarono Katy Lied così, tanto per darsi un contegno: ci piacerebbe potervi riferire che un simile sfregio abbia esposto entrambi al pubblico ludibrio, ma non siamo aggiornati in merito. Coi tempi che corrono, anzi, c’è il rischio che gli “esperti” abbiano fatto carriera.] - B.A.

*Doctor Jing Nuan Wu (1933-2002) - An acupuncturist and artist based in Washington D.C., emigrated from China to the U.S.A. at a young age and graduated from Harvard to become a Wall Street venture capitalist, finally setting up a Taoist clinic in Washington in 1973. Apparently helped one of the band to overcome drug addiction in the mid-70's, hence the lyrical tribute.] - Dan O’Malley


STEELY DAN - THE ROYAL SCAM (1976) FOREVER YOUNG

Dopo l’incidente occorso ai nastri di Katy Lied, Becker e Fagen ritornano con un’opera d’arte che conferma il loro status di intellettuali del rock e la loro capacità di trarre il massimo dai diversi musicisti coinvolti. Ogni assolo di chitarra è una canzone nella canzone, ogni colpo sul rullante un perfetto connubio tra classe e sentimento. I mascalzoni che per anni hanno ingannato il pubblico con la presunta “freddezza” degli Steely Dan vengono messi a tacere da Everything You Did, Don’t Take Me Alive, Kid Charlemagne e Green Earrings. La sezione fiati si abbandona ad acrobatiche contorsioni per inseguire gli accordi di The Caves Of Altamira, mentre lo splendido fraseggio di Paul Griffin (piano acustico) su Sign In Stranger tradisce un inequivocabile retroterra jazz. Il reggae beffardo di Haitian Divorce e il sinuoso tema di The Fez penetrano agevolmente la cortina di ferro di un ascolto distratto. In seguito alla pubblicazione dell’antologia Citizen Steely Dan, l’acquisto dei singoli CD anni '70 non ha più senso: in generale, perché la qualità audio del cofanetto è decisamente superiore a quella delle prime ristampe digitali MCA, e in particolare perché nella copia di The Royal Scam manca l’inedito Here At The Western World, un capolavoro inciso durante le stesse sedute, ma all’epoca escluso dall’album perché non affine al resto del materiale. Rinunciare a quel brano sarebbe una follia. - B.A.


STEELY DAN - AJA (1977) FOREVER YOUNG

Aja è la più grande esperienza di koiné della musica pop: difficile e facile, godibile e indecifrabile, tormentato e lineare. - Enrico Sisti

Aja’s only Grammy Award was for engineering, which is a bit like giving the ceiling of the Sistine Chapel a trophy for “best matte finish”. - Don Breithaupt*

La brillante metafora della Cappella Sistina ci rivela che dietro l’involucro lussuoso di una manifattura tecnicamente impeccabile c’è la sostanza delle grandi opere d’arte. Dopo un gioiello come The Royal Scam, gli Steely Dan avevano raggiunto l’invidiabile status di chi non deve dimostrare più nulla a nessuno. Eppure, proprio in quei momenti si manifesta il segno dell’ispirazione più spontanea, quando un artista al culmine della parabola creativa partorisce il capolavoro che trascende i suoi stessi, presunti limiti. Perdonate l’iperbole ma ... musica strumentale a parte, categoria in cui per ovvi motivi la formula canzone non può rientrare, Aja è il migliore e più importante album degli anni Settanta - dunque, anche dei miserabili decenni successivi - probabilmente di gran lunga. Portando alle estreme conseguenze il dispendioso metodo di mettere insieme la band ideale per ciascun brano, Walter Becker e Donald Fagen impiegano con profitto i soldi della ABC per reclutare la crema dei fuoriclasse di entrambe le coste statunitensi, elaborando una sintesi perfetta dello spirito e delle atmosfere di New York e Los Angeles. Con Aja, il rock diventa maggiorenne. Il lento battito funk di Black Cow imposta un clima notturno, sofisticato, chandleriano, percorso dalle inquadrature cinematografiche del testo, da seducenti voci femminili e dagli splendidi fraseggi di Victor Feldman (piano elettrico) e Tom Scott (sax tenore): la ridicola scopiazzatura “rap” di Lord Tariq e Peter Gunz [Deja Vu (Uptown Baby)] subirà il giusto dileggio da parte degli autori nel documentario di Alan Lewens. L’arrangiamento della title-track si espande agli otto minuti di una piccola rapsodia istoriata dai ricami di tre chitarre e culminante nell’epico duello tra Steve Gadd (batteria) e Wayne Shorter (sax tenore): l’ex-davisiano e co-fondatore dei Weather Report accettò l’invito in studio con qualche esitazione, subito rimossa dalla solida dimestichezza col jazz dei padroni di casa. Per ammissione dello stesso Donald Fagen, la sceneggiatura di Deacon Blues (nel 2007 provammo il brivido di ascoltarne le note alla radio americana appena varcato il confine tra Québec e Vermont) rievoca poeticamente sogni, ambizioni e inquietudini di un “loser” cresciuto nei quartieri suburbani della metropoli: lo struggente sax tenore di Pete Christlieb parla a nome di una generazione che, delusa dal '68, non aveva ancora trovato il senso della vita. Gli Steely Dan suggerivano di cercare le risposte nei cataloghi Blue Note e Contemporary. Celeberrima ode a un’aspirante diva del cinema, Peg ottiene l’immortalità con l’elastica scansione di Rick Marotta, i cori armonizzati di Michael McDonald, lo slap “invisibile” di Chuck Rainey e il meraviglioso assolo “hawaiiano” di Jay Graydon (prima di lui, tra gli altri, si cimentarono senza successo Robben Ford, Elliott Randall, Rick Derringer etc.). Cullata dalla fenomenale sezione ritmica di Bernard “Pretty” Purdie (batteria), Chuck Rainey (basso) e Victor Feldman (pianoforte), Home At Last adatta liberamente il mito omerico del ritorno a una sublime ballad sospesa tra il sollievo dell’approdo e il desiderio di salpare ancora. Il capriccioso riff del piano acustico catapulta il fantasma di Thelonius Monk nel fermento soul di I Got The News: superbe le chitarre di Walter Becker e Larry Carlton, emozionante l’intermezzo vocale di Michael McDonald (... Broadway Duchess ...), spettacolare la batteria di Ed Greene. Trainata dall’infallibile beat del veterano Jim Keltner (batteria), Josie procede in bilico tra crude allegorie liriche ed eleganti soluzioni espressive: l’efficace contrasto trasgressione/finezza ne farà un’intramontabile, scintillante pop-song per tutte le stagioni. Memorabile la misteriosa foto di copertina scattata da Hideki Fujii alla modella giapponese Sayoko Yamaguchi.
FM (No Static At All) - Incaricati di scrivere il tema conduttore del film diretto da John A. Alonzo (FM), Walter Becker e Donald Fagen partecipano alla colonna sonora firmando un singolo che, sebbene assente dal Long Playing, era a tutti gli effetti riconducibile a Aja (Don Breithaupt gli riserva un intero capitolo del suo saggio): sdrammatizzati dalla sottile ironia delle parole, gli archi di Johnny Mandel rincorrono una geniale sequenza di accordi, mentre la stupenda improvvisazione di Pete Christlieb spezza la suadente linea melodica.
[P.S. - Al fine di approfondire la conoscenza dei segreti di Aja, sono indispensabili sia l’omonimo libro di Don Breithaupt, edito dalla Continuum, che il DVD monografico della collana Classic Albums. Ai poveri disgraziati che ancora non possedessero nemmeno il CD, suggeriamo l’acquisto simultaneo dei supporti audio, video e cartaceo.] - B.A.


STEELY DAN - GAUCHO (1980) FOREVER YOUNG

L’attesa creata dal successo dell’album precedente (Aja) darà vita all’evento discografico di fine decennio. Le indiscrezioni più fantasiose si accavallarono, fino a lasciar filtrare un titolo provvisorio - Metal Leg - che resterà come bizzarra testimonianza di un parto assai travagliato. A noi preme ricordare che Gaucho a) segna lo scioglimento “temporaneo” degli Steely Dan, che però si protrarrà fino al 2000; b) sarà uno dei primi LP interamente registrati con tecnica digitale; c) darà un contributo decisivo al suono della musica fusion, rock, soul, A.O.R.: nulla di ciò che è venuto dopo ha eguagliato - e tanto meno superato - la perfezione di questi arrangiamenti. L’ouverture è grandiosa: Bernard Purdie imposta un 'beat' in levare lento ma articolatissimo, Don Grolnick dispone una scacchiera di accordi misteriosi sul piano elettrico, mentre le Babylon Sisters - moderna versione del coro nella tragedia greca - piangono il destino di un poveraccio travolto da una passione senza speranza: «… My friends say no don’t go for that cotton candy / Son you’re playing with fire / The kid will live and learn / as he watches his bridges burn / from the point of no return …». L’abisso siderale che separa Becker e Fagen dal resto del mondo trova qui una scioccante epifania. Hey Nineteen ci riporta sulla Terra: con la sua voce analgesica e impassibile Donald Fagen interpreta la controversa figura di un aspirante Humbert Humbert, riproponendo l’eterno caso dell’uomo maturo che ci prova con una teen-ager. L’amara constatazione che i due non hanno nulla in comune si stempera su un ritmo dolce e ballabile: «… Hey Nineteen, that’s ‘Retha Franklin / She don’t remember the 'Queen of Soul' … She thinks I’m crazy / but I’m just growing old …». Lo stesso personaggio riapparirà vent’anni dopo nei panni del depravato Cousin Cupree (Two Against Nature). Quasi a smentire il presunto dispotismo di Becker e Fagen nei confronti dei session-men, Steve Khan improvvisa a lungo con la sua Telecaster sopra l’ammaliante sezione fiati di Glamour Profession: un intervento che lascerà il segno. L’assolo su Time Out Of Mind - virtuosismo 'dance' stimolato da intriganti allegorie erotiche - è la cosa migliore mai realizzata da Mark Knopfler, il quale in seguito si dimostrerà incapace di rendersene conto. My Rival lambisce il tema della gelosia alla maniera degli Steely Dan, con un approccio sghembo, liricamente imperscrutabile, musicalmente geniale. Un autentico 'dream-team' - Joe Sample (tastiere), Larry Carlton (chitarra), Chuck Rainey (basso), Steve Gadd (batteria) - mette in scena la solenne melodia di chiusura (Third World Man), tra le cui note si scorgono i mille volti della sconfitta esistenziale: il protagonista è un reduce, un emarginato, un perdente, o forse solo uno come noi. Due canzoni non vedranno mai la luce: 1) Heartbreak Souvenir fu accantonata per sfinimento, poiché non c’era modo di eseguirla come volevano gli autori; 2) The Second Arrangement - mancato sequel per il romanzo/film di Elia Kazan - era ormai pronta, ma venne accidentalmente cancellata da un tecnico che si era assopito sul banco del mixer. Per i dettagli sulla sciagura vi rimandiamo all’accurata ricostruzione storica di Brian Sweet (Reelin’ In The Years - Omnibus Press). Walter e Donald dovettero anche affrontare una causa per plagio intentata da Keith Jarrett, che li accusò di aver utilizzato parte di una sua vecchia composizione - 'Long As You Know You’re Living Yours - in un passaggio della title-track. Il pianista fu a dir poco villano nei confronti di due sinceri amanti del jazz. Ammettiamo pure qualche analogia fra i brani … e allora? C’era bisogno di chiedere i danni? Caro Keith, “radix enim omnium malorum est cupiditas”. - B.A.


STEELY DAN - TWO AGAINST NATURE (2000) FOREVER YOUNG

Gli anni '70 sono lontanissimi e la rivoluzionaria fusione stilistica di Aja è un ricordo indissolubilmente legato a quell’epoca. Ma se il clamoroso ritorno in scena di Walter Becker e Donald Fagen non consente di tracciare paralleli con i precedenti album degli Steely Dan, anche tra le pieghe di questo nuovo capitolo emergono alcuni aspetti familiari della loro musica. Innanzitutto la sensazione di apparente uniformità trasmessa inizialmente dalle canzoni. In un primo momento è persino difficile distinguere un brano dall’altro: i ritmi si assomigliano, le armonizzazioni si fanno sfuggenti, la voce di Donald risulta monocorde … per un po’ non accade nulla. Poi, quando ascolti il CD per l’ennesima volta, magari mentre sfogli distrattamente una rivista, ecco che il prodigio si ripete: Almost Gothic svela all’improvviso tutta la perfezione del suo disegno melodico, ispirato a una logica ferrea e illuminato dai bagliori del genio. Il testo della trasgressiva Cousin Dupree tradisce l’indole ribelle di chi è cresciuto leggendo Burroughs, Kerouac, ma anche Nabokov. Mentre ti chiedi in quale remoto angolo di Terzo Mondo abbiano scovato l’incastro metrico di Two Against Nature (6/4), il riff ipnotico di Jack Of Speed ti paralizza: davanti agli occhi scorre l’immagine pallida di un’emaciata Negative Girl, che va ad aggiungersi alla memorabile galleria di ritratti femminili collezionati da Fagen (Rikki Don’t Lose That Number; Rose Darling; Peg; Josie; Babylon Sisters; Hey Nineteen; Maxine; Tomorrow’s Girls). Ancora donne in primo piano su Janie Runaway, Gaslighting Abbie, What A Shame About Me: controverse, sarcastiche, “arrivate”, sempre protagoniste di contorti sviluppi narrativi commentati con acume dalla chitarra di Becker, talmente espressiva da sembrare viva. Gli arrangiamenti recuperano quell’inimitabile crossover tra rock e jazz che ha fatto da colonna sonora alle nostre vite, e l’abilità della coppia nell’individuare il solista più in forma del momento è confermata dalla presenza di Chris Potter: il giovane sassofonista aggiunge la propria firma a un “registro degli ospiti” sempre più prestigioso (Phil Woods, Wayne Shorter, Michael Brecker etc.). Come prova di lucidità è inconfutabile, ma le prime impressioni valgono poco o nulla: come noto, per valutare un disco degli Steely Dan con cognizione di causa debbono trascorrere almeno dieci anni. Arrivederci al 2010*. [P.S. - Two Against Nature ha vinto 4 Grammy Awards: c’è vita intelligente sulla Terra!] - B.A.

*10 Anni Dopo - Tutto confermato, Two Against Nature è all’altezza del cofanetto Citizen Steely Dan e, come tale, indispensabile. - B.A.


STEELY DAN - EVERYTHING MUST GO (2003) FOREVER YOUNG

“Disco del Mese” Luglio/Agosto 2003, JAM n°95 […] Come scrive il mio amico Bruno Anastasi, “Two Against Nature ha vinto 4 Grammy Awards: c’è vita intelligente sulla Terra!”. Dopo la pausa ventennale tra un disco (Gaucho) e l’altro (Two Against Nature), Becker e Fagen tornano a soli due anni dalla “resurrezione” con 40 minuti di musica all’altezza del loro mito. Al tradizionale reclutamento dei migliori session-men disponibili, gli Steely Dan del 2003 preferiscono l’adozione di una line-up fissa - Keith Carlock (batteria), Jon Herington / Hugh McCracken (chitarre), Ted Baker (tastiere) - attorno a cui ruotano gli stessi leader e alcuni ospiti scelti col solito fiuto [Chris Potter (tenore); Bill Charlap (piano)]. Introdotta dal sax coltraniano di Walt Weiskopf, la title-track fa pensare a una Maxine aggiornata al terzo millennio. The Last Mall è velenosamente anticonformista: un vero e proprio mosaico di frasi a incastro, con richiami diretti a William Gibson, padre del 'cyberpunk'. Il prodigioso senso melodico degli autori risulta intatto anche su Blues Beach, Green Book, Things I Miss The Most e Godwhacker. Una schiera impressionante di gruppi validissimi (Deacon Blue, Prefab Sprout, Everything But The Girl, High Llamas, China Crisis etc.) è in debito con le loro intuizioni stilistiche. […] - Mauro Ronconi

Il mio amico Mauro Ronconi ha ragione. Everything Must Go è un album splendido, a partire dalla copertina che rimanda all’eloquente realismo in “bianco e nero” di Pretzel Logic: il venditore di frittelle fotografato nel '74 da Raenne Rubenstein diventa un anonimo vucumprà di colore che spaccia Rolex falsi. Vale a dire, il consumismo ha soppiantato per sempre la logica della sopravvivenza. I testi alternano cinici editoriali sul declino dell’Occidente a passioni confessate con gelido distacco emotivo. Stile e arrangiamenti seguono la linea tracciata da Two Against Nature. Il parsimonioso assemblaggio della band è compensato da una sezione fiati diretta come pochi sanno fare. Gli assoli sono quasi tutti di Walter (chitarra) e Donald (tastiere): brevi fraseggi di senso compiuto che testimoniano un rinnovato entusiasmo per la musica. Interpretando il blues in chiave metropolitana e post-moderna, The Last Mall avanza l’ipotesi - allarmante per alcuni, vagheggiata da altri - che l’ultimo megastore della Terra stia per chiudere i battenti: moltitudini di anime sarebbero perdute. Grazie a un refrain più immediato degli altri, Blues Beach ha ottenuto un’assidua rotazione persino sulle radio italiane. Per altro verso, le stesse emittenti hanno completamente ignorato una meraviglia come Things I Miss The Most, minuziosa anatomia di un amore finito: il modellismo navale - … I’m building the Andrea Doria out of balsa wood … - offre un’illusoria fuga dai rimpianti, mentre la citazione dell’AUDI TT promuove il coupè tedesco nella categoria “cult”. La melodia di Pixeleen inanella una geniale catena di link armonici che, una volta memorizzati, lasciano l’ascoltatore in trance. Con Lunch With Gina entra in scena l’ennesima “femme fatal” di Donald: basti notare che un pranzo con lei “is forever”. Le parole di Godwhacker affrontano il delicato tema della religione da una prospettiva simile a quella che ispirò Godley & Creme per il capolavoro Goodbye Blue Sky. L’atmosfera “noir” di Green Book e i riferimenti a Jill St. John, Mickey Spillane e Robert Aldrich evidenziano la cultura cinefila di Fagen (ricordate l’accenno a Tuesday Weld su New Frontier?). Forse qualcuno rimpiangerà le complesse architetture ritmiche di Katy Lied, Aja o The Royal Scam, cui è subentrata una scansione più uniforme e regolare. Non lo dite a noi: ne abbiamo viste troppe per avere un’opinione precisa a riguardo. [P.S. - Assolutamente imperdibile il “video” incluso nell’edizione speciale del CD: un cortometraggio semi-improvvisato - Confessions - in cui Walter e Donald conversano senza inibizioni, spalleggiati da interlocutrici avvenenti e disinvolte.] - B.A.


BARBRA STREISAND - THE BARBRA STREISAND ALBUM (1963)

BARBRA STREISAND - THE SECOND BARBRA STREISAND ALBUM (1963)

BARBRA STREISAND - THE THIRD ALBUM (1964)

BARBRA STREISAND - PEOPLE (1964)

BARBRA STREISAND - SIMPLY STREISAND (1967)

BARBRA STREISAND - WHAT ABOUT TODAY? (1969)

BARBRA STREISAND - BARBRA JOAN STREISAND (1971)

BARBRA STREISAND - STONEY END (1971)

BARBRA STREISAND - BUTTERFLY (1974)

BARBRA STREISAND - THE WAY WE WERE (1974) FOREVER YOUNG

BARBRA STREISAND - LAZY AFTERNOON (1975)

STREISAND / KRISTOFFERSON - A STAR IS BORN (1976)

BARBRA STREISAND - SUPERMAN (1977)

BARBRA STREISAND - SONGBIRD (1978)

BARBRA STREISAND - WET (1979)

BARBRA STREISAND - GUILTY (1980)

 

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