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 A.O.R.
SUZY NELSON - BUSMANS
HOLIDAY (2000)
NIELSEN/PEARSON - THE
NIELSEN/PEARSON BAND (1978)
NIELSEN/PEARSON - NIELSEN/PEARSON
(1980)
NIELSEN/PEARSON - BLIND
LUCK (1983)
Lenergia dei
Toto, leleganza degli Airplay, laffiatamento
di Hall & Oates e almeno una voce da ricordare
(quella di Reed Nielsen): i numeri per sfondare
cerano tutti, ma Blind Luck era lalbum
giusto al momento sbagliato (la new wave, il
riflusso, la Milano da bere etc.). Per
fortuna, quel che resta non è poco: un capitolo
significativo della storia A.O.R., ricco di canzoni
ricercate e affascinanti, suonate con il cuore da artisti
come Carlos Vega, Neil Stubenhaus, Mike Landau e Steve
Lukather. Diversi momenti sono da antologia: Hasty
Heart, unimpetuosa introduzione scossa da
continui sussulti; Sentimental, che per forma e
contenuto (il ritratto di un altro grande illuso)
richiama What A Fool Believes di Kenny Loggins e
Michael McDonald; I Hear You Breathing, Fadeaway,
Expectations, prelibati accostamenti tra melodia,
arrangiamento e interpretazione, non privi di un
apprezzabile spessore lirico; firmata da David Roberts, Too
Good To Last è una riuscita versione di un brano
presente nel suo celebrato capolavoro (All Dressed Up
...) e, contemporaneamente, un omaggio
allennesima vittima del sistema. - B.A.
KENNY NOLAN - KENNY NOLAN
(1977)
KENNY NOLAN - A SONG
BETWEEN US (1978)
KENNY NOLAN - NIGHT
MIRACLES (1979)
KENNY NOLAN - HEAD TO TOE
(1982)
LAURA
NYRO - MORE THAN A NEW DISCOVERY (1967)
LAURA
NYRO - ELI AND THE THIRTEENTH CONFESSION
(1968) 
LAURA
NYRO - NEW YORK TENDABERRY (1969)
LAURA
NYRO - CHRISTMAS AND THE BEADS OF SWEAT (1970) 
LAURA NYRO & LABELLE - GONNA
TAKE A MIRACLE
(1971) 
One of the finest
tribute albums ever recorded. - Paul Ramey
La produzione di
Gamble & Huff, gli arrangiamenti di Thom Bell, lo
squillante pianismo di Laura Nyro e una band compatta e
affiatata: con premesse simili non era azzardato
scommettere su un grande risultato. Dopo la pubblicazione
di questo album nessuno osò più insinuare che un bianco
non fosse credibile come interprete soul (ammesso e non
concesso che sia mai stato legittimo formulare dei
distinguo così imbecilli). Il disco rende omaggio a un
genere che viveva allora il suo momento di massimo
splendore, e che la Nyro riconobbe, già nel 1971, come
linguaggio autonomo e originale. Pescando in un
repertorio zeppo di capolavori, Laura unì la propria
passione alle potenti voci delle Labelle (Patti Labelle,
Nona Hendrix, Sarah Dash) e rivisitò con freschezza e
sensibilità You Really Got A Hold On Me, Dancing
In The Street e altri classici della canzone
mondiale. Per rendere indimenticabile qualche momento
della vostra vita, ascoltate in buona compagnia The
Bells e Its Gonna Take A Miracle. Se
invece volete rivivere le emozioni di Ulisse tentato dal
richiamo dalle sirene, provate con Wind (ma prima
fatevi legare alla poltrona). [P.S. - Per delineare la
fisionomia di Rachel, personaggio chiave del suo libro About
A Boy, Nick Hornby si è ispirato proprio a questa
copertina: «Will fell in
love on New Years Eve
She was called Rachel
and she looked a little bit like Laura Nyro on the
cover of Gonna Take A Miracle - nervy, glamorous,
Bohemian, clever, lots of long, unruly dark hair.»
- Nel film tratto dal romanzo, Rachel Weisz ha incarnato
splendidamente entrambe le figure.] - B.A.
LAURA
NYRO - SMILE (1976) 
LAURA NYRO - NESTED (1978)

lettera
aperta a L.N. - Cara Laura, eravamo un popolo
di uomini felici. Napaloni era solo la macchietta di un
film, MTV non esisteva e la RAI, seppur lottizzata,
ospitava ancora persone perbene come Andrea Barbato e
Giuseppe Fiori. Non solo. Bastava scendere nel negozio
dietro langolo per trovare te, Phoebe Snow, Shawn
Phillips, Gordon Lightfoot
e tanti altri. Il
pomeriggio ci incontravamo a casa dellunico tra noi
che possedesse un vero impianto stereo - gli altri
avevano ancora lo scatolino di Selezione
- per ascoltare musica e conversare amabilmente su temi
fondamentali per il destino della specie: meglio i
racconti fiabeschi dei Genesis o le suite psichedeliche
degli Yes, la forza bruta di John Bonham o le sfumature
ritmiche di Robert Wyatt, i montaggi fotografici della
Hipgnosis o lestro pittorico di Roger Dean? La sera,
poi, quando ci spostavamo in pizzeria, era ancora
possibile godersi una birra e una margherita
senza subire lassedio di Paperissima
tracimante dai monitor a ridosso del tavolo. Insomma, un
piccolo Eden incontaminato. Improvvisamente, a metà del
1976, con la scusa della rivolta giovanile - ma non
cera già stata nel '68? - un gruppetto di
scalmanati inglesi cominciò a spaccare gli strumenti sul
palco, a infilarsi le spille nei capezzoli e a tingersi i
capelli di giallo. E fin qui, cazzi loro. Il problema è
che la stampa specializzata italiana -
incapace di formarsi unopinione autonoma e
storicamente succube dei colleghi britannici - abbracciò
seduta stante quella parodia di nuova
tendenza, eliminò dalle proprie pagine tutto il
resto e impose al Paese (artisti, radio, negozi,
pubblico) il seguente diktat: 1) mai superare la media di
0,5 accordi a brano; 2) il suono somigli più possibile a
un marasma indistinto senza capo né coda (tanto
penseremo NOI ad attribuirgli un meta-significato
sociale; 3) chi non gradisce, vada a cercarsi
i dischi in Giappone. Allepoca di Nested,
dunque, eri già una sopravvissuta,
unemarginata, nonostante proprio le tue canzoni
avessero salvato tanti innocenti dallobbligo odioso
di scegliere tra punk e febbre. Incorniciati
da arrangiamenti sobri ma non disadorni, i tuoi
acquerelli pop/gospel/folk rilasciavano un rivolo di
emozioni intense e sincere: la pulsazione ovattata di Light
e My Innocence; il comune background stilistico di
Rhythm And Blues e The Sweet Sky; il
fascino melodico di American Dreamer, criptico
ritratto di uningenua - tu? - alle prese con
avvocati, dottori e manager disonesti; il disagio
interiore impersonato da Mr. Blue (The Song Of
Communication), con linevitabile richiamo a un
omonimo titolo di Michael Franks (The
Art Of Tea); un sentimento messo a nudo su Crazy
Love, con la tua voce divina accompagnata dal solo
pianoforte; il tris di cuori composto da Springblown,
Child In A Universe e The Nest. Insieme a
te, pochi compagni fidati e simpatetici: Will Lee
(basso), John Tropea (chitarra) - quellanno
presenti entrambi anche su Burchfield
Nines e Other
Peoples Rooms - Andy Newmark (batteria), Felix
Cavaliere (tastiere), John Sebastian (armonica) etc. -
Quanto ci manchi, carissima amica dei nostri giorni più
lieti. Certo, abbiamo i tuoi CD, ma siamo circondati da
gente brutta e cattiva. Per distrarci accendiamo la TV
giusto in tempo per assistere attoniti al ritorno
in video di Paolo Liguori. Eppure Zappa
ci aveva avvertito: The
Torture Never Stops. - B.A.
LAURA
NYRO - MOTHERS SPIRITUAL
(1984) 
LAURA
NYRO - WALK THE DOG & LIGHT THE
LIGHT (1993)
JILL OHARA
- JILL OHARA
(1993)
DANNY
OKEEFE - OKEEFE
(1972)
DANNY
OKEEFE - BREEZY STORIES (1973)
DANNY
OKEEFE - SO LONG HARRY TRUMAN (1975)
DANNY
OKEEFE - AMERICAN ROULETTE
(1977)
DANNY OKEEFE - THE
GLOBAL
BLUES (1979) 
Linserimento di
questo titolo nelle pagine A.O.R. può suscitare
perplessità, ma daltro canto
dove
collocarlo? The Global Blues è uno di quei dischi
che, come L di Godley
& Creme o Rumplestiltskins
Resolve di Shawn Phillips, eludono le
definizioni, aggirano le categorie eppure,
paradossalmente, raccontano unepoca meglio di
qualsiasi altro documento sonoro. Lautore di You Look Just Like A Girl Again
sembrava aver raggiunto la completa maturità artistica
con American Roulette, ed è per questo che in
molti rimasero sorpresi dinanzi a una furia creativa
ancora così intensa. Prendendo sulle proprie spalle gli
affanni del mondo, OKeefe lancia un grido di
allarme sul catastrofico stato in cui versa il pianeta.
Latmosfera introdotta dalla title-track mette
subito a disagio: linquietante riff del piano, il
guaito elettrico emesso con la leva del vibrato, il
lugubre lamento del coyote e le immagini di un incubo in
cui «
you were Bette
Davis and I was just untrue
» si fondono
con gli echi jazz propagati da Tony Williams e Roger
Kellaway. È solo linizio. Un crudo reportage
musicale sulle incongruenze della nostra epoca (Livin
In The Modern Age) prelude a un tris di eleganti
canzoni in stile West Coast [Falsetto Goodbye; On
The Wheel Of Love; (Keep Your) Back To The Wall]
che valorizzano la stupenda voce country-rock di Danny.
Con The Jimmy Hoffa Mem. Bldg. Blues va in scena
un dissacrante epitaffio del discusso sindacalista
scomparso in circostanze misteriose, i cui tratti
pittoreschi sono esaltati da clarinetto, fisarmonica e
chitarra steel. Squisitamente politiche le congetture
sulla sua vera sorte: «
now some say Jimmys down in Argentina, others tell
you that he simply changed his name, and a surgeon made
him look a bit like Nixon, but aside from that hes
still pretty much the same
». Il sole
quadrato che brilla sullincantevole Square Sun
irradia una luce psichedelica ormai affiochita dalla
prossimità con gli anni Ottanta. Sullomelia
funebre in memoria delle ultime balene ( ) i laconici versi cantati in giapponese fanno
venire i brividi: ma davvero il genere umano è così
stronzo? Nonostante questo, Danny OKeefe
continua a vegliare su di noi, e ogni notte monta la
guardia al nostro giaciglio per impedire agli ultracorpi
Endemol di sorprenderci nel sonno, mentre siamo più
indifesi. [P.S. - La ristampa CD non è allaltezza
dellalbum: buona la qualità audio, scadente la
confezione, mancano i testi, il titolo originale di è stato tradotto con uno
sciatto Save The Whales.]
- B.A.
DANNY
OKEEFE - THE DAY TO DAY (REDUX) (1984)
DAVID
PACK - ANYWHERE YOU GO (1985)
PAGES - PAGES
(1978)
PAGES - FUTURE
STREET (1979)
PAGES - PAGES
(1981) 
La chitarra ritmica di Steve Khan e i
battiti rallentati di Jeff Porcaro impostano il tempo: la
pulsazione cardiaca che anima tutte le canzoni dei Pages
inizia a vibrare. Un moog dalla sonorità liquida e un
po antiquata espone il tema di You Need A Hero,
sopra una sequenza di accordi imprendibile ma logica. Le
voci galleggiano nello spazio, fuggono e si rincorrono,
in unipnotica danza aerea. Solo i 10cc, diversi quanto più non si
potrebbe, hanno usato i cori in modo altrettanto
personale e creativo. È una musica che altera le
percezioni, sconvolge le abitudini, e offre ai dannati
della radio la possibilità di ricominciare. Una lista
(parziale) degli album cui hanno partecipato in veste di
cantanti e autori può illustrare, meglio di qualsiasi
commento, la statura artistica di Richard Page e Steve
George (e John Lang): Bi-Coastal,
Sometimes Late At Night,
Runaway, Windsong, On Your Every Word, Breakin Away,
Jarreau, A Hole In The Wall,
Retro Active, Keep The Fire, High
Adventure, Mecca For Moderns,
If I Should Love Again,
Friends In Love.
- B.A.
ROBERT
PALMER - SNEAKIN SALLY THROUGH THE ALLEY
(1974)
ROBERT
PALMER - PRESSURE DROP (1975)
ROBERT
PALMER - SOME PEOPLE CAN DO WHAT THEY
LIKE (1976)
Luso della
chitarra ritmica su Gotta Get A Grip On You (Part II)
e What Can You Bring Me suggerisce un immediato
parallelo con i dischi della Average White Band risalenti
a questo stesso periodo. In effetti, durante il tramonto
del progressive,
proprio gli incorruttibili scozzesi e Robert Palmer
tennero alto il vessillo della musica soul più autentica
e meno compromessa, appena un attimo prima che
sopraggiungesse la degenerazione 'disco'. Richie Hayward
o Jeff Porcaro alla batteria, Chuck Rainey o Pierre Brock
al basso garantiscono lassoluta eccellenza della
sezione ritmica su ogni brano. Paul Barrère, Bill Payne
e Sam Clayton completano la consueta, massiccia
partecipazione dei Little Feat alle incisioni di Palmer.
Almeno tre pezzi rendono questo disco essenziale per chi
ama la voce di Robert: One Last Look, sofisticata
ballad di Bill Payne, sul genere dei Little Feat fine
anni '70; unottima cover di Spanish Moon,
priva della sezione fiati che abbelliva la versione
originale dei Little Feat (Feats Dont Fail Me
Now) - ma il confronto tra le magnifiche voci di
Robert Palmer e Lowell George si conclude in parità; la
conclusiva Some People Can Do What They Like, un
funky in cui la spessissima trama percussiva sostiene un
refrain ripetitivo ma efficace. Tutto sommato, un altro
ottimo lavoro di questo simpatico gaudente del rock,
anche se fino a questo punto nulla avrebbe lasciato
presagire larrivo del successivo, stupefacente Double
Fun. - B.A.
ROBERT
PALMER - DOUBLE FUN (1978) 
Funk-Rock-Soul,
certo: eppure originalissimo e fuori da schemi e
caterigorizzazioni. Il sofisticato look adottato da
Robert Palmer durante gli anni Settanta (una specie di
James-Bond-al-Casinò) rispecchiava fedelmente il suo
approccio anticonvenzionale alla musica: coerente
allepoca del progressive così come agli albori della 'new wave',
estraneo al clan Graydon & Foster e dotato di uno
stile non necessariamente riconducibile ai maestri della
Motown, Palmer mescolò le atmosfere più nere dei Little
Feat con un pizzico di A.O.R.,
una spruzzata di reggae e una voce inimitabile. Per
coloro che nel 1978 soffrivano di mal di
punk, la pubblicazione di Double Fun sortì
leffetto di una terapia miracolosa: una rapida
occhiata alla splendida foto di copertina (Robert che
ammira sornione due bikini abbandonati sul bordo di una
piscina) e come per incanto la natura maligna
dellanti-musica è sconfitta. Un gruppo di
musicisti scelti con cura: metà dei Little Feat (Bill
Payne; Paul Barrère; Richie Hayward), i meravigliosi
Brecker Brothers, più alcuni professionisti di sicura
affidabilità (in particolare il bassista Pierre Brock,
un vero fuoriclasse). Every Kinda People è
firmata da Andy Fraser, ex-bassista dei Free, e colse un
ottimo successo come singolo, con la sua accattivante
melodia, le parole inneggianti alluguaglianza
universale e lemozionante climax strumentale
esaltato dalla tromba di Randy Brecker. Best of Both
Worlds è sostenuta da un ritmo reggae privo dei
volgari orpelli 'rasta', su cui poggia un penetrante
ritornello guidato dai cori di Robert e da una fitta
tessitura di organo e chitarre. Le parole fanno
riferimento al godereccio titolo dellalbum (
best of both worlds ...
double fun
). Love Can Run Faster
diffonde lo stesso aroma caraibico, riconoscibile marchio
di fabbrica dellautore (che allepoca viveva a
Nassau). Lossessiva pulsazione funky di Come
Over e il frastagliato accompagnamento soul di Night
People (scritta da Allen Toussaint) provano in
maniera definitiva che per ballare (o anche solo per
creare un sound trascinante) non serve il bum-bum acefalo
delle discoteche: è più utile il talento. Con Where
Can It Go? e You Overwhelm Me Palmer offre
uninvidiabile dimostrazione della sua
poliedricità, scrivendo e interpretando due colonne
sonore notturne e sensuali, ricamate dal raffinato tocco
orchestrale di Gene Page. La cover di You Really Got
Me trasforma lomaggio a Ray Davies in un
super-funk dominato dai fiati di Randy e Michael Brecker,
e arricchisce di nuove sfumature questo classico del
rock. Morale della favola: ancora non conoscete questo
disco? Povere vittime della disinformazione! Ribellatevi!
Correte a cercarlo! Fate presto! -
B.A.
ROBERT PALMER - SECRETS
(1979)
Con lo smoking ancora
indosso, Palmer scende in garage intenzionato a
sporcare un po il suo sound. Al di là
del primo brano - un insulso rocknroll
firmato da Moon Martin (di entrambi, nessuno avvertiva la
mancanza) - Secrets è un album eccellente,
quasi da 'stelletta'. I fiati e
gli archi di Double Fun
lasciano spazio alle chitarre elettriche di Kenny Mazur,
vero protagonista degli arrangiamenti, e le nuove canzoni
sono allaltezza di un interprete di lusso che è
anche autore brillante. Il trucco consisteva nel
sovrapporre un doppio strato di tastiere alle intricate
linee melodiche disegnate da Mazur, usando il formidabile
basso di Pierre Brock come adesivo. Già da tempo Robert
viveva a Nassau (furbo, eh?) e il tonificante effetto
climatico delle Bahamas si percepisce soprattutto nei
dettagli: la vibrazione calypso di Mean Ol World
(scritta dallex-Free Andy Fraser), larmonica
a bocca di Greg Carroll (In Walks Love Again),
lindovinato parallelo amore/giustizia di Under
Suspicion. Captata alla radio uneterea pop-song
di Todd Rundgren - Can We Still Be
Friends - Palmer la trasforma in una
ruvida ballata R&B: il gradimento dipende più che
mai dal gusto personale. Restano da godersi le
contorsioni rock di Jealous e Love Stop, la
ribollente energia ritmica di Whats It Take e
Woman Youre Wonderful, i riff a incastro di Remember
To Remember, il reggae azzimato di Too
Good To Be True, dedicato a una creatura troppo
perfetta per essere vera: they broke the mould when they made you.
Un disco per
luomo che non deve chiedere
mai.
- B.A.
ROBERT PALMER - DONT
EXPLAIN (1990)
STEVE PERRY - STREET TALK (1984)
JIM PHOTOGLO - PHOTOGLO (1980)
JIM PHOTOGLO - FOOL
IN LOVE WITH YOU (1981)
 I nostri nonni dicevano:
... del maiale non si
butta via niente ..., alludendo al fatto che
del simpatico animale si utilizzavano anche le parti meno
nobili. Verissimo. La stessa perla di saggezza può
essere applicata al repertorio di Michael McDonald. Al
punto che un album come questo diventa indispensabile
proprio grazie a un inedito firmato da Michael nel 1974 (Try
It Again), cioè ben due anni prima del suo ingresso
nei Doobie Brothers. Loriundo greco Jim Photoglo
propone una convincente lettura della canzone, che
diffonde echi e colori delle più note ballad di McDonald
(I Can Let Go Now; Anyway You Can). Gli
schifiltosi fondamentalisti A.O.R. potranno
divertirsi a piluccare qua e là gli avanzi del disco (Fool
In love With You; Theres Always Another
Chance Left For Love etc.). - B.A.
JIM PHOTOGLO - THE THIN MAN
(1983)
POCO
- FROM THE INSIDE (1971)
POCO - A
GOOD FEELIN TO KNOW (1973)
Chitarre acustiche.
Contrappunti elettrici. Armonie vocali. Melodie suadenti.
La sana consapevolezza di non poter cambiare il mondo con
un disco. Insieme ad America e Loggins & Messina, i
Poco hanno concorso a scrivere la storia del country-rock
registrando una lunga serie di album onesti, privi di
ambizioni politiche ma ricchi di ottime
canzoni. Con Richie Furay ancora fortemente motivato (se
ne andrà poco prima della pubblicazione di Crazy Eyes),
A Good Feelin To Know inquadra la West Coast
post-'68 e pre-Hotel
California, offrendone una nitida istantanea
musicale. Trainata da un incrollabile ottimismo e da cori
magnifici, la title-track è il manifesto estetico di
Furay e rimarrà nella scaletta live anche dopo il
congedo dellautore. Un bozzetto di Tim Schmit - I
Can See Everything - anticipa quello stile 'soft'
che, passando per Keep On Tryin (Head
Over Heels) e Starin At The Sky (Rose
Of Cimarron), assurgerà alla fama eterna con I
Cant Tell You Why degli Eagles (The Long Run)
- dossier I - nelle cui fila
Tim aveva sostituito laltro ex-Poco, Randy Meisner.
Il passato prossimo ritorna con una bella cover di Go
And Say Goodbye, firmata da Stephen Stills,
ex-collega di Furay nei Buffalo Springfield. Rusty Young
non è ancora emerso come autore e cantante - brillerà
in entrambi i ruoli - ma la sua 'pedal steel' adorna già
gli arrangiamenti con gusto sopraffino (And
Settlin Down; Keeper Of The Fire;
Restrain). Erano giorni felici, quelli. - B.A.
POCO
- CRAZY EYES (1973)
POCO
- CANTAMOS (1974)
POCO
- SEVEN (1974)
POCO
- HEAD OVER HEELS (1975)
POCO
- ROSE OF CIMARRON (1976)
POCO
- INDIAN SUMMER (1977)
POCO - LEGEND
(1978)
Il disco fu inciso in
circostanze singolari: rimasti in due dopo gli anni
doro della West Coast, Paul Cotton e Rusty Young
rimpiazzano la storica sezione ritmica dei Poco - Tim
Schmit e George Grantham - con gli immigrati inglesi
Charlie Harrison (basso) e Steve Chapman (batteria),
affidando le tastiere a Jai Winding, veterano di
consumata esperienza e protagonista di sedute memorabili
(Terence Boylan; Dane Donohue etc.).
Proprio grazie alle rifiniture di Winding, Legend
dirada le tradizionali atmosfere country-rock per
assumere connotati prossimi allA.O.R. più
elegante. In questo senso, Spellbound e The
Last Goodbye sono ballad esemplari. Malgrado la
scarsa attitudine a scalare le classifiche, le canzoni
dei Poco sono sempre piacevoli: la grinta funk di Boomerang
apre lalbum a ritmo sostenuto; su Heart Of The
Night, la 'pedal steel' e il piano Fender creano un
originale mélange timbrico; Barbados mette
insieme ledonismo di Glenn Frey con lindole
marinara di Jimmy Buffett; Little Darlin
rapisce anche lascoltatore più distratto con una
disarmante orecchiabilità. Il pezzo più bello è Crazy
Love: un finissimo arrangiamento a base di chitarre
acustiche e armonie vocali spinse il singolo al n° 17 di
Billboard. Colonna sonora ideale per lammazzacaffè
su unisola del Mediterraneo quando, di ritorno dal
ristorante caratteristico, ci si attarda in veranda a
frescheggiare. - B.A.
DAVID
POMERANZ - TIME TO FLY (1971)
DAVID
POMERANZ - IT'S IN EVERYONE OF US
(1975)
DAVID
POMERANZ - THE TRUTH OF US (1981)

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