Introduzione / Introduction
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THE VOICE OF MUSIC ... LA VOCE DELLA MUSICA
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A.O.R.

L

BILL LaBOUNTY - PROMISED LOVE (1975)

BILL LaBOUNTY - THIS NIGHT WON’T LAST FOREVER (1978)


BILL LaBOUNTY - RAIN IN MY LIFE (1979)

Massimo Oldani, il simpatico Nando Mericoni di Radio Capital, rispondendo a un ascoltatore che gli chiedeva garbatamente conto di un’insolenza gratuita nei confronti di Bill LaBounty (proferita dopo aver trasmesso Livin’ It Up), ha sentenziato: «... il mondo è bello perché è vario, resto della mia idea ...». In sostanza, mediandolo attraverso uno spassoso birignao da disc-jockey ‘mericano, Oldani ci tramanda il messaggio del mitico Venanzio da Montegallo, secondo cui, a prescindere dalle cazzate che spariamo, “ognuno siamo belli come noi stessi”. Può anche darsi ... e tuttavia, dai microfoni di un’emittente nazionale ci si aspetterebbe maggiore accortezza oratoria, specie se una libera opinione - discutibile ma legittima - degenera in calunnia. Dunque, riepilogando per l’inconsapevole Oldani: Bill LaBounty aveva già inciso e pubblicato tre album prima del 1982, il secondo dei quali serbava già due memorabili standard per Randy Crawford [I Hope You’ll Be Very Unhappy Without Me (Raw Silk), This Night Won’t Last Forever (Windsong)]. Come prevedibile, l’interprete divina si sarebbe affezionata all’autore di talento, riprendendo dal suo disco omonimo (Bill LaBounty) anche la sublime Look Who’s Lonely Now, per collocarla in apertura del capolavoro Windsong. Nel dettaglio, la qualità generale di Rain In My Life non è omogenea, ma ben cinque canzoni meritano un “10” senza tentennamenti: la malinconia esorcizzata sul ballabile incedere di I’m Hurtin’ e la graduale spinta ritmica di Dancin’ Tonight*, da cui arriva un’esortazione a prendere l’iniziativa perché “the girl won’t stay at home forever”, entrambe scritte insieme al collega Michael Johnson; la rigenerante forza emotiva di Trail To Your Heart (Sailing Without A Sail)*, trainata da squisiti fraseggi elettrici; la sequenza di evanescenti volti femminili (Rita, Sue, Sarah, Sally) che, lungo le dolenti note di What About You?, risalgono fino all’indimenticabile Name Of My Sorrow di Jimmy Webb e Richard Harris (A Tramp Shining), dove fanciulle con nomi diversi (Shirley, Linda, Mary-Lou, Jane, Marilyn, Susan) subivano uguale destino, soccombendo alla stessa, innominata lei; un fenomenale blues recante la prestigiosa firma di Randy Goodrum (Clap Me In Irons), che esalta le doti strumentali di Jack White (batteria), carneade all’altezza di qualsiasi grande nome del giro A.O.R., e di Ron Culbertson (chitarre), superbo rifinitore degli arrangiamenti. Se è vero che la “stampa specializzata” ha ormai perso qualsiasi credibilità, chi ancora si ascrivesse alla categoria degli “addetti ai lavori”, potrebbe almeno compensare il proprio scarso senso del ridicolo documentandosi bene prima di parlare. Insomma, caro Massimo, fatti, non pugnette … [P.S. - *Registrate anche da Michael Johnson, incluse su The Michael Johnson Album* e Dialogue.] - B.A.


BILL LaBOUNTY - BILL LaBOUNTY (1982) FOREVER YOUNG

Prima della pubblicazione di questo album, solo Randy Crawford si era accorta di Bill LaBounty. Attingendo a piene mani a un repertorio eccezionale, la cantante georgiana aveva interpretato I Hope You’ll Be Very Unhappy Without Me (Raw Silk) e ben due pezzi nello stupendo Windsong (Look Who’s Lonely Now; This Night Won’t Last Forever). Tagliamo corto a beneficio degli ultimi arrivati: LaBounty aveva già alle spalle tre ottimi dischi, ma il quarto è un capolavoro senza tempo, buono per tutte le stagioni e in ogni occasione, da soli o con la morosa, in pubblico tra la pazza folla o in privato col gatto. Oltre all’indiscusso talento di autore, Bill possiede una voce roca e affilata come un rasoio, perfetta per tagliare il tessuto armonico di canzoni raffinate, eleganti, mai melense, sempre brutalmente oneste. Nelle sue parole si aggira lo spettro della rivincita sentimentale: a una serenità posticcia ostentata con troppa enfasi segue puntualmente l’amara confessione di un vuoto incolmabile. Livin’ It Up è un intramontabile classico dei primi anni Ottanta: introdotto dagli accordi del Rhodes e dal contrappunto del piano acustico, firmato dal titolare insieme a Barry Mann e Cynthia Weil, è l’inno dei “sedotti e abbandonati” che tentano invano di ricominciare. Ma tutti i brani sono straordinari, grazie anche al contributo di artisti sensibili e in stato di grazia: Dean Parks e Steve Lukather (chitarre), Chuck Rainey (basso), Andy Newmark, Steve Gadd e Jeff Porcaro (batteria), David Sanborn (sax alto), addirittura James Taylor in veste di semplice corista, accanto a Patti Austin e Jennifer Warnes. Dream On, Comin’ Back, Didn’t Want To Say Goodbye, Never Gonna Look Back, Slow Fade, Secrets: ancora sgomenti per la prematura scomparsa di John Lennon e intossicati dalle fetide esalazioni della 'new wave', tanti disperati trovarono una provvidenziale boccata d’ossigeno in questa musica. Chissà che non funzioni anche nell’era della TV “commerciale”. - B.A.


BILL LaBOUNTY - THE RIGHT DIRECTION (1990)

BILL LaBOUNTY - BACK TO YOUR STAR (2009)

CHERYL LADD - CHERYL LADD (1978)

CHERYL LADD - DANCE AGAIN (1979)

NICOLETTE LARSON - NICOLETTE (1978)

NICOLETTE LARSON - IN THE NICK OF TIME (1979)

NICOLETTE LARSON - RADIOLAND (1980)

NICOLETTE LARSON - ALL DRESSED UP & NO PLACE TO GO (1982)


DAVID LASLEY - MISSIN’ TWENTY GRAND (1982)

DAVID LASLEY - RAINDANCE (1984)

Se hai scritto Somebody’s Angel (insieme a Peter Allen) e You Bring Me Joy (per Anita Baker), vuol dire che sei già passato alla storia attraverso l’arco del trionfo … purtroppo, il precipitoso degrado del gusto collettivo e la fiera ostentazione del proprio orientamento sessuale (confessato quando non era ancora di moda farlo) relegheranno David Lasley nel limbo dei grandi carneadi.
Missin’ Twenty Grand - Firmata insieme a Willie Wilcox, batterista degli Utopia di Todd Rundgren, Got To Find Love assurge al rango di classico in tempo reale grazie alla simultanea versione delle lanciatissime Pointer Sisters (Black & White). La voce suscita immediatamente l’interesse di chi ascolta, designando l’autore/interprete come il primo, credibile erede del falsetto di Smokey Robinson: in questo senso, la cover di Take A Look*, toccante ode socio-esistenziale ripresa dal catalogo di Clyde Otis, è da brividi. Con If I Had My Wish Tonight, suggestiva pagina A.O.R. vergata da Randy Goodrum e Dave Loggins, e Never Say, altro parto della collaborazione con Wilcox, David coniuga la ballad e la pop-song in chiave soul. Difficile, geniale canzone tratta dal repertorio di James Taylor (JT) - nella cui band Lasley militerà per anni come corista insieme a Valerie Carter - Looking For Love On Broadway trasfigura l’originale arrangiamento per chitarra acustica in uno schietto lamento notturno per pianoforte, rivisto ovviamente attraverso l’ottica di un “diverso”.
RainDance - La preziosa ristampa digitale di Missin’ Twenty Grand si rende indispensabile per la scelta di includere nel CD anche i tre gioielli (Saved By Love, Where Does That Boy Hang Out?, Oh) del successivo RainDance, curiosamente ancora intrappolato nel vinile. In attesa che qualcuno si decida a disseppellirlo ricordiamo che, a parte alcuni momenti in cui i suoni artificiali deturpano persino le melodie, rimangono comunque da salvare anche la solennità di Afterglow, la seducente frivolezza di It’s A Cryin’ Shame (Sha La La La La), lo spessore teatrale di Euripides Meets The Shangri-Las, l’esuberanza rock della conclusiva RainDance. Prodotto da Don Was … (P.S. - *Il monologo introduttivo cita l’Algiers Motel Incident, drammatico episodio della storia americana che ispirerà il film di Kathryn Bigelow Detroit.) - B.A.


LARRY LEE - MAROONED (1982)

Onesti artigiani country-rock saldamente radicati nel Missouri, gli Ozark Mountain Daredevils vissero il proprio quarto d’ora di celebrità nel 1974 (Jackie Blue), continuando a restare sulla breccia soprattutto grazie a Larry Lee che, in seno al gruppo, incarnava una figura analoga a quelle rappresentate da Graham Nash (Crosby, Stills, Nash & Young), Steven Soles (Alpha Band), Gerry Beckley (America) e Tim Schmit (Poco, Eagles) nelle rispettive formazioni. Più che nel ruolo di batterista, peraltro svolto con diligenza, Larry si distingueva come cantante dal timbro garbato e autore capace di formidabili intuizioni melodiche. In un catalogo di album non trascendentali ma sempre godibili, le sue canzoni spiccano per uno stile collocato a metà strada tra Beatles e West Coast (If I Only Knew; You Know Like I Know etc.). Abile strumentista ma nulla di più, per il fatidico esordio da titolare Larry chiama come proprio sostituto il fuoriclasse Mike Baird (A Hole In The Wall; On Your Every Word etc.), completando la band con Nicky Hopkins, pianista di fiducia dei Rolling Stones, David Hungate, bassista dei primi Toto e Jon Goin, chitarrista versatile e raffinato. Tutto sommato, il bilancio è notevole. Un paio di bei pezzi scovati in repertori altrui (Waiting To Let Go; Don’t Talk), una languida ballad del compianto Clifford T. Ward (The Best Is Yet To Come), un potenziale successo a 45 giri rinforzato dai cori di Bill Champlin e Richard Page (Number One Girl), una miniatura pop firmata insieme al collega Steve Cash (Just Another Girlfriend) e almeno due grandi classici A.O.R.: a) cullato dal rollio della chitarra acustica, minacciato da improvvise folate elettriche, il destino di una coppia in crisi è messo a nudo sulla stupenda Hang On; b) mentre ritmo e armonie ne sottolineano l’ambivalenza emotiva, Marooned racconta le impressioni di chi - “abbandonato in un luogo deserto” (Hazon-Garzanti) - è incerto tra senso di smarrimento ed ebbrezza della fuga. Disco da avere. [P.S. - La passione per i Beatles verrà condivisa con Jim Photoglo nei Vinyl Kings.] - B.A.


LAURA LEE - WOMEN’S LOVE RIGHTS (1972)

LAURA LEE - TWO SIDES OF LAURA LEE (1972)

LITTLE FEAT - SAILIN’ SHOES (1972)


LITTLE FEAT - DIXIE CHICKEN (1973) FOREVER YOUNG

La formazione storica si stabilizza: il congedo di Roy Estrada viene ampiamente compensato dall’ingaggio di Paul Barrère (chitarra), Kenny Gradney (basso elettrico) e Sam Clayton (congas). Gli arrangiamenti acquisiscono spessore, con le due Stratocaster che si amalgamano alle tastiere di Bill Payne e ai tempi dispari scanditi da Richie Hayward. Il mattatore assoluto è ancora Lowell George, sublime con la slide, l’inimitabile voce meticcia e le sue geniali canzoni a cavallo dei generi: Dixie Chicken, inno sudista non meno popolare e amato di Sweet Home Alabama dei Lynyrd Skynyrd (Second Helping); Two Trains, ibrido rock-soul che l’autore rivisiterà in una versione persino più bella nel sensazionale Thanks I’ll Eat It Here; Roll Um Easy, pigra serenata acustica che Glen Campbell volle interpretare nel capolavoro inciso con Jimmy Webb (Reunion); Fat Man In The Bathtub, surreale manifesto estetico di Lowell, con cui si aprirà trionfalmente il leggendario live Waiting For Columbus; una brillante cover di On Your Way Down di Allen Toussaint; l’appassionata dedica a una misteriosa Juliette. L’epilogo strumentale di Lafayette Railroad definisce il sound che segnerà anche gli straordinari dischi successivi (Feats Don’t Fail Me Now; The Last Record Album; Time Loves A Hero). - B.A.


LITTLE FEAT - FEATS DON’T FAIL ME NOW (1974) FOREVER YOUNG


LITTLE FEAT - THE LAST RECORD ALBUM (1975) FOREVER YOUNG

La formazione “definitiva” dei Little Feat, sperimentata con successo sui magnifici Dixie Chicken e Feats Don’t Fail Me Now, ha messo a punto un laboratorio attrezzatissimo in cui vengono rivisitate le massime espressioni della moderna musica americana: rock, funk, soul, country, jazz e infiniti altri sub-generi finiscono nell’immenso calderone della band, per dar vita a uno dei dischi più affascinanti e singolari del decennio. Parte della stampa insinuò allora che Lowell George stesse riducendo il proprio impegno in seno al gruppo, distratto da ambiziosi progetti personali; al contrario, la solida leadership del chitarrista era insidiata solo dall’incontenibile talento di Bill Payne e Paul Barrère, che acquisivano sempre maggiori responsabilità come autori e cantanti. Le danze si aprono con Romance Dance e il sestetto, già pienamente operativo, dispiega senza risparmio tutta la sua energia sonora. Day Or Night e One Love Stand esaltano le doti strumentali del collettivo, senza negare all’uomo della strada due canzoni insieme eleganti e disimpegnate: la seconda fu interpretata anche da Carly Simon, che la incise proprio con i Little Feat (Another Passenger). Molti appassionati nutrono un debole per All That You Dream, trascinante pezzo da concerto che sfrutta il potenziale comunicativo del rock senza riprodurne i luoghi comuni: l’inimitabile voce di Lowell George cattura l’attenzione dopo la prima sillaba. Long Distance Love è un lento country-soul di Lowell, che poggia su un tempo dispari memorizzabile solo dopo ripetuti ascolti: celebre la cover di Nicolette Larson. La bizzarra tesi di un Lowell George in disarmo è clamorosamente smentita da Mercenary Territory e Down Below The Borderline, geniali intuizioni di un autore che non somiglia a nessuno. - B.A.


LITTLE FEAT - TIME LOVES A HERO (1977) FOREVER YOUNG

LITTLE FEAT - DOWN ON THE FARM (1979)

L’esigenza del “quieto vivere” ci imporrebbe di sorvolare sugli errori marchiani commessi dai burocrati a capo dei dipartimenti A&R - una sequenza di gesti autolesionisti da manuale psichiatrico - eppure, come si fa a tacere quando un funzionario scemo, senza alcun motivo logico, preleva una banale versione incompiuta di Front Page News dall’antologia di scarti Hoy-Hoy! e, nella ristampa CD di Down On The Farm, la inserisce a posto di quella del vinile, stupenda, cantata da Lowell George? Poi tocca anche sopportare qualche cacasenno che raglia sulla crisi dell’industria discografica … care vittime dell’I.C.S. (Indottrinamento Collettivo Sistematico), date retta, non vi curate di loro, cercate l’edizione originale, se necessario scaricatela da Internet e non perdete la speranza: arriverà il giorno in cui Francesco Boccia e Nunzia De Girolamo saranno sostituiti da persone per bene. Gli ultimi album dei Little Feat “storici” consacrano l’ascesa di Lowell George al rango di fuoriclasse e la compiuta maturità artistica di Paul Barrère e Bill Payne.
Time Loves A Hero - Scritta da Barrère, interpretata da George, sospinta dall’energia combinata di Stratocaster, Hammond e sezione fiati dei Tower of Power, resa nota due anni prima dal testo incluso nella copertina di The Last Record Album, poi rimossa all’ultimo momento con un tratto di pennarello comunque possibilista (Maybe Next Time), Hi Roller aspettava solo il lussuoso arrangiamento che ne fa una perfetta ouverture di Time Loves A Hero. Voto: “10”. Il connubio tra acute osservazioni socio-esistenziali e disparati elementi stilistici fa di Time Loves A Hero, Old Folks Boogie e Keepin’ Up With The Joneses altrettante indefinibili, splendide canzoni. Rocket In My Pocket esibisce una singolare forma di funk concepita da Lowell George, mentre la partecipazione ai cori di Red Streamliner propizia il primo incontro in studio tra Patrick Simmons e Michael McDonald, evento destinato a rivoluzionare la carriera dei Doobie Brothers. Esclusivamente strumentale, Day At The Dog Races dispiega l’inconsueto potenziale fusion/progressive del collettivo, esaltando altresì la caratura tecnica di Richie Hayward e la sua propensione per i tempi insoliti (6/4). Lowell torna protagonista con la magnifica cover di New Delhi Freight Train, standard country firmato da Terry Allen [Lubbock (On Everything)].
Down On The Farm - Pubblicato postumo rispetto alla tragica morte di Lowell George, Down On The Farm rifinisce i suoni e propone un repertorio a cui contribuiscono anche prestigiosi autori esterni. In particolare, Fred Tackett affianca George nella stesura di Be One Now, mentre “Sua Altezza” Tom Snow aiuta Barrère a comporre Perfect Imperfection: entrambe affidate alla voce meticcia di Lowell sono, rispettivamente, un’intensa serenata acustica e una sofisticata soul ballad. Voto a entrambe: “10”. Accanto a un paio di frivole paginette di George (Six Feet Of Snow, Kokomo), brillano lo spassoso rock rurale di Down On The Farm e la raffinata digressione A.O.R. di Front Page News. Straordinarie le illustrazioni di Neon Park: il fortilizio raffigurato su Time Loves A Hero è in realtà la Cattolica di Stilo, una chiesa bizantina situata vicino Reggio Calabria, mentre la parodia disneyana di Down On The Farm mostra una paperotta sexy intenta ad applicarsi lo smalto, osservata da un’impagabile tigre con calice di brandy a bordo piscina. [P.S. - Nonostante il trapasso prematuro, Lowell George è riuscito a lasciarci un’erede: Inara George è un’attraente fanciulla che agli inconfondibili tratti somatici paterni abbina una voce incantevole. Nel 2014 ha già al suo attivo tre album individuali e un’apprezzata collaborazione col tastierista Greg Kurstin (The Bird And The Bee): il loro EP dedicato ai classici di Hall & Oates è delizioso (Interpreting The Masters - Volume 1: A Tribute To Daryl Hall And John Oates).] - B.A.


LOGGINS & MESSINA - SITTIN’ IN (1972)

LOGGINS & MESSINA - LOGGINS AND MESSINA (1972)

LOGGINS & MESSINA - FULL SAIL ( 1973)

LOGGINS & MESSINA - MOTHER LODE (1974)

LOGGINS & MESSINA - SO FINE (1975)

LOGGINS & MESSINA - NATIVE SONS (1976)


KENNY LOGGINS - CELEBRATE ME HOME (1977) FOREVER YOUNG

Le diverse aree musicali lambite da questo album trasmettono l’euforia di un artista finalmente libero di esprimersi fino in fondo, e smanioso di esplorare territori stilistici esterni al rassicurante paesaggio country-rock di Loggins & Messina. La regia di Bob James, oltre a offrire il prezioso contributo di un pianista jazz, ha consentito a Kenny Loggins di superare con successo la prova cruciale del primo LP solo. In luogo della formazione fissa, James adottò la formula cara agli Steely Dan, scegliendo un particolare musicista per una determinata canzone: Steve Gadd o Harvey Mason alla batteria, la chitarra hendrixiana di Hiram Bullock per Lady Luck, il disinvolto sax di Vince Denham per Why Do People Lie?, rifiniture varie a cura di Lee Ritenour, Steve Khan, Robben Ford, Eric Gale. Celebrate Me Home è un gospel carico di nostalgia per le radici domestiche, diventato col tempo un classico delle esibizioni dal vivo. I’ve Got The Melody (Deep In My Heart) è il primo di una serie di spettacolari duetti che Loggins realizzerà in coppia con alcune “primedonne” del rock (Phoebe Snow, Stevie Nicks, Melissa Manchester): qui Kenny si misura con l’ugola soul di Patti Austin, in un vertiginoso balletto orchestrale scritto dalla pupilla di Quincy Jones. Enter My Dream e Set It Free evidenziano una vena compositiva romantica ma non sdolcinata, mentre Daddy’s Back esalta la straordinaria potenza vocale del cantante. L’esuberante ritmo latino di I Believe In Love contagiò anche Barbra Streisand, di cui ricordiamo la versione nel film A Star Is Born. La tenera If You’ll Be Wise, firmata da Loggins insieme a Jimmy Webb, si muove nel solco tracciato dai Bee Gees con How Deep Is Your Love. Lo standard di Eddy Arnold e Cindy Walker, You Don’t Know Me, diventa uno struggente inno alla timidezza, la cui malinconia è accentuata dal fraseggio blues di Eric Gale. Uno dei tre dischi americani degli anni '70. - B.A.


KENNY LOGGINS - NIGHTWATCH (1978)


KENNY LOGGINS - KEEP THE FIRE (1979) FOREVER YOUNG

Reduce dallo straordinario successo di Whenever I Call You “Friend” (Nightwatch), Loggins approdò a una splendida maturità espressiva, offrendo il proprio autorevole “appoggio esterno” al movimento A.O.R.. La brillante produzione di Tom Dowd e un’affiatata band personale giocarono un ruolo importante, ma la carta vincente erano le canzoni, concepite e perfezionate insieme a partner in evidente stato di grazia. Le raffiche rock di Love Has Come Of Age introducono l’album con un’aggressività inconsueta per un aedo del pigro life-style californiano. In effetti, l’arrangiamento per chitarra acustica e fisarmonica di Now And Then riconferma il grande artefice di indimenticabili serenate da intonare al chiaro di luna (Danny’s Song; Brighter Days; A Love Song). Teneri versi d’amore e un bel piano elettrico si incrociano su Will It Last, mentre Keep The Fire alterna una strofa “soft” a un ritornello gioioso ed estroverso. Come era facile intuire, le emozioni più forti arrivano grazie al felice contributo di tre mostri sacri. Give It Half A Chance è una raffinata ballad orchestrale a metà strada tra Smokey Robinson e i Bee Gees, le cui progressioni armoniche rivelano l’inconfondibile tocco del co-autore Stephen Bishop [sarà ripresa da Stephanie Mills (I’ve Got The Cure)]. Frutto della seconda collaborazione con Michael McDonald, This Is It è un sofisticato pop-soul dall’andatura sostenuta, avvolto in una sezione archi su cui la tersa voce di Kenny crea un efficace contrasto con gli ispidi cori del collega: pubblicato come singolo, vale almeno quanto la multi-premiata What A Fool Believes e vanta una prestigiosa cover di Millie Jackson (For Men Only). Who’s Right, Who’s Wrong sintetizza il magistero di Marvin Gaye e le riforme stilistiche del “Blue Eyed Soul” in un capolavoro firmato a quattro mani da Kenny Loggins e Richard Page. L’intensa interpretazione vocale è esaltata dal duello finale tra il tenore di Michael Brecker e la batteria di Tris Imboden: una delle tele più preziose dipinte negli anni Settanta, da incorniciare insieme alla versione dei Pages (Future Street) e al duetto Randy Crawford/Al Jarreau (Casino Lights). - B.A.


KENNY LOGGINS - ALIVE (1980)

Dal vivo. Contiene un bell’inedito (All Alone Tonight), un’ottima esecuzione di I’m Alright (tema del film Caddyshack) e una straordinaria cover di Here, There And Everywhere dei Beatles. - B.A.


KENNY LOGGINS - HIGH ADVENTURE (1982)

Ormai assurto al rango di superstar, ancora indeciso sul da farsi, nel 1982 Kenny Loggins aveva tre possibilità: 1) rinnovare l’adesione al movimento A.O.R., di cui era stato fondatore e ideologo, scelta nobile ma economicamente rischiosissima; 2) abbracciare la causa “new wave”, per i cui eccessi forse non era più abbastanza giovane; 3) essere se stesso e restare a guardare. Scelse la terza opzione, limitandosi ad aumentare il voltaggio elettrico del nuovo album. A distanza di tanto tempo l’intuizione può essere considerata felice perché accanto ai brani più esuberanti (Don’t Fight It; If It’s Not What You’re Looking For; Swear Your Love), sempre godibili e ideali per irrompere nelle stazioni FM, High Adventure contiene alcune canzoni che dopo tanto tempo non accennano a invecchiare. Loggins esprime il proprio approccio di interprete sensibile e spontaneo in due delicati bozzetti senza batteria, accompagnati rispettivamente da chitarra acustica (The More We Try) e piano (Only A Miracle), che evidenziano un talento melodico naturale. La sua versione di I Gotta Try non è all’altezza di quella del co-autore (Michael McDonald aveva vinto il confronto anche con What A Fool Believes), ma tre anni dopo Kenny si prenderà la rivincita con No Lookin’ Back. Heart To Heart consente di ammirare un plotone di fuoriclasse in piena azione: David Foster, Michael McDonald, David Sanborn, Richard Page e Steve George danno il massimo in un’esercitazione soul che regge il confronto con le grandi ballad dei maestri Motown: letteralmente meravigliosa. Eccellente anche It Must Be Imagination (firmata insieme a Tom Snow), un temporale notturno che evoca i drammatici incubi passionali di Nightwatch. - B.A.


KENNY LOGGINS - VOX HUMANA (1985)

KENNY LOGGINS - BACK TO AVALON (1988)

Dopo il successo mondiale di Footloose, Kenny Loggins sterza senza indugi verso l’elettronica, registrando due album controversi e zeppi di suoni sintetici. Eppure, sia Vox Humana che Back To Avalon contengono diverse belle canzoni, ragion per cui cataloghiamo entrambi i titoli tra quelli da avere.
Vox Humana - L’intreccio dei cori campionati su Vox Humana si coniuga a meraviglia con un potente ritornello rock. Scritta a sei mani insieme a Ed Sanford e Michael McDonald, No Lookin’ Back fu incisa anche dal leader dei Doobie Brothers (No Lookin’ Back) e inserita nella colonna sonora di Thelma & Louise: costretti con la forza a un pronunciamento, propenderemmo di un micron per la versione di Loggins, illuminata dalla stupenda chitarra di Michael Landau. Il sigillo di David Foster nobilita I’ll Be There e Loraine, accattivanti pop-song tuttora godibili, e Forever, enfatica ballad pubblicata anche su singolo. Grazie ad arrangiamenti sofisticati, melodie efficaci e contributi di lusso, I’m Gonna Do It Right e Love Will Follow illustrano come si possa rivisitare il soul in chiave “adulta”, realizzando uno straordinario bis da party danzante, col pezzo “disco” annerito dalle Pointer Sisters e quello “lento” decorato dalla firma di Tom Snow e dal sax di David Sanborn.
Back To Avalon - Dopo aver partecipato alla colonna sonora del primo episodio (Caddyshack) con I’m Alright e Lead The Way, Kenny torna nel club di golfisti sfigati (Caddyshack II) con Nobody’s Fool, travolgente refrain che ripercorre la falsariga dell’indimenticabile I’m Free (Heaven Helps The Man) [Footloose]. Concepita riunendo gli organici di Pages e Mr. Mister (Richard Page, Steve George, John Lang, Pat Mastelotto, Steve Farris), One Woman oscilla tra luci stroboscopiche e fraseggi distorti. Nonostante i pesanti orpelli hard, She’s Dangerous si salva per la presenza di Michael McDonald, coinvolto al 50%: sullo stesso genere, tuttavia, Easy Lover di Phil Collins e Philip Bailey rimane insuperabile. - B.A.


KENNY LOGGINS - LEAP OF FAITH (1991)

Dal punto di vista musicale c’è da registrare una brusca virata di Kenny verso atmosfere e sonorità acustiche, rese ancor più evidenti da una messe di strumenti “etnici” e dalla presenza del chitarrista William Ackerman, profeta musicale della pallosissima “new age”, ma all’occorrenza raffinato accompagnatore. Il risultato è sorprendente, e alcuni titoli sono degni di figurare accanto alla produzione nobile di Loggins: spiccano un sensuale duetto con Sheryl Crow (I Would Do Anything), uno spietato reportage sulla difficoltà di dire addio (Now Or Never), e un pugno di magnifici bozzetti acustici (Will Of The Wind; Cody’s Song; Real Thing; Sweet Reunion). - B.A.


KENNY LOGGINS - OUTSIDE FROM THE REDWOODS (1993)


KENNY LOGGINS - RETURN TO POOH CORNER (1994)

Più di dieci anni prima, partecipando a un’iniziativa benefica (In Harmony 2), Kenny Loggins compose insieme a Marty Paich la deliziosa Some Kitties Don’t Care, pregiata rarità per intenditori celata sotto le mentite spoglie di una filastrocca per bambini. Si tratta di un precedente utile per non liquidare Return To Pooh Corner come semplice raccolta di canzoni per l’infanzia. Al contrario, grazie a questa prova sostenuta in veste di interprete puro, registriamo un’altra vittoria di Loggins. L’ingenuità della ninna-nanna irlandese Too-Ra-Loo-Ra è compensata dalla forza di alcune cover definitive: St. Judy's Comet di Paul Simon, The Horses di Rickie Lee Jones e Walter Becker, The Last Unicorn di Jimmy Webb, una struggente Rainbow Connection di Paul Williams e, soprattutto, l’immortale Love di John Lennon. Dopo la superba versione dal vivo di Here, There and Everywhere (Alive), Kenny si misura per la seconda volta con il proibitivo repertorio dei Beatles, confessando una passione autentica e mostrando un’inaspettata predilezione per gli episodi meno abusati. - B.A.


KENNY LOGGINS - THE UNIMAGINABLE LIFE (1997)

KENNY LOGGINS - DECEMBER (1998)

KENNY LOGGINS - MORE SONGS FROM POOH CORNER (2000)

 

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