Introduzione / Introduction
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THE VOICE OF MUSIC ... LA VOCE DELLA MUSICA
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The BEATLES

 

BEATLES - PLEASE PLEASE ME (1963)

BEATLES - WITH THE BEATLES (1963)

BEATLES - A HARD DAY’S NIGHT (1964)

BEATLES - BEATLES FOR SALE (1964)

BEATLES - HELP! (1965)


BEATLES - RUBBER SOUL (1965)

È tale la sostanza del lavoro, che entriamo ormai in un territorio in cui le note critiche hanno un valore quasi esclusivamente soggettivo. - [Roy Carr / Tony Tyler]
Sedotti dal soul, affascinati dal folk americano, incuriositi (è improprio parlare di “influenza”) da artisti come Dylan, Byrds e Beach Boys, in realtà i Beatles stavano spiccando il volo verso vette inaccessibili per chiunque altro. I vertiginosi saliscendi armonici, la capricciosa pulsazione ritmica, i provocanti doppi sensi erotici scanditi dal mitico “beep beep yeah” fanno di Drive My Car l’inno della liberazione sessuale con tre anni di anticipo sul '68. Solo un poeta come Lennon poteva usare titoli impegnativi come Love, Woman, Girl senza inciampare nella retorica: incorniciato da un sobrio arrangiamento acustico, il suo ritratto di “ragazza” è un ambiguo miscuglio di misoginia e trasporto emotivo. Con Norwegian Wood (This Bird Has Flown) John esorcizza il senso di colpa per un’avventura extra-coniugale, sostenuto dal magico controcanto di Paul e dal sitar di George, che proprio allora iniziava ad armeggiare con lo strumento indiano. L’incontenibile ispirazione di Lennon trova sfogo nell’apatia esistenziale di un cinico Nowhere Man, simbolo avvilente dell’uomo moderno, senza ideali, senza sogni, senza progetti: 40 anni dopo, quel vuoto pneumatico è diventato il tragico epitaffio dell’Occidente. La sfida di bravura tra Paul e John culmina in classici come Michelle, sublime melodia carezzata dall’etereo soffio del coro, e In My Life, con le sue toccanti riflessioni sulla vita e il “finto” assolo di clavicembalo ottenuto da George Martin raddoppiando la velocità del pianoforte. Oltre a rifinire tutto l’album con superlativi interventi alla chitarra, Harrison propone la sua migliore canzone fino a quel momento - If I Needed Someone - il cui ingegnoso tema a tre voci è sorretto dallo squillante arpeggio della Rickenbacker. Anche i brani meno noti come Think For Yourself di George, Wait di John, You Won’t See Me e I’m Looking Through You di Paul, evidenziano uno straordinario talento musicale e uno spessore lirico sorprendente per ragazzi allora poco più che ventenni. Proprio quel sereno distacco nei confronti di fama e ricchezza consentirà ai Beatles di superare indenni gli eccessi degli anni Sessanta. Come usava all’epoca, il singolo venne pubblicato separatamente dal Long Playing, pur facendo parte a tutti gli effetti delle session di Rubber Soul. “Sua Altezza” Otis Redding interpretò Day Tripper sostituendo l’epico riff elettrico con una deflagrante sezione fiati. Condotta dal suggestivo suono dell’armonium, We Can Work It Out accostava la fiduciosa strofa di Paul a uno scettico ritornello in ¾ di John, creando così un coinvolgente effetto drammatico (Chaka Khan ne renderà una splendida versione nel suo What Cha’ Gonna Do For Me). Giustamente etichettato con due lati “A”, Day Tripper / We Can Work It Out rimane uno dei più grandi 45 giri della storia. [P.S. - Sotto la guida di Todd Rundgren, gli Utopia hanno ricreato in vitro cloni “geneticamente modificati” di Michelle e Day Tripper (Deface The Music).] - B.A.


BEATLES - REVOLVER (1966)

Come è stato possibile? Cioè, come ha potuto un uomo di appena 24 anni concepire un così evocativo affresco su temi gravosi quali solitudine, abbandono e morte, musicandolo poi sulle eterne note di Eleanor Rigby? … quei cori immacolati, il doppio quartetto d’archi che scandisce il tempo e quella voce giovanile ma così matura che declama lo straziante interrogativo “… all the lonely people, where do they all come from? […] where do they all belong? …” basterebbero a fare di Revolver il più grande album di tutti i tempi. Ma, come noto, c’è di più … perché McCartney firma anche due delle sue ballad più ispirate, una per pianoforte (For No One*), l’altra per chitarra (Here, There And Everywhere), di cui ricordiamo almeno le interpretazioni di Emmylou Harris e Kenny Loggins: un amore che si spegne (… no sign of love behind the tears cried for no one …) e un altro che arde ancora (… I want her everywhere, and if she’s beside me I know I need never care …) offrono lo spunto per imperiture opere d’arte in cui brillano, rispettivamente, l’assolo di corno di Alan Civil e le sublimi armonie vocali di Paul, John e George. Anch’essa siglata da Sir Paul, Good Day Sunshine è la prima di una serie di marcette cantabili ma geniali, caratteristiche dell’autore, che proseguirà con With A Little Help From My Friends, Getting Better (Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band), Your Mother Should Know (Magical Mystery Tour), Maxwell’s Silver Hammer (Abbey Road) e il cui filo rosso si dipanerà fino a The Things We Do For Love dei 10cc (Deceptive Bends). La squisita cifra soul di Got To Get You Into My Life - volutamente messa in rilievo da un’esplosiva sezione fiati - attira l’attenzione di Thelma Houston (I’ve Got The Music In Me) e Blood, Sweat & Tears (New City), poco prima che gli Earth, Wind & Fire ne immortalino la melodia con uno spettacolare arrangiamento funk (1978). A sua volta, Lennon redige tre memorabili manifesti elettrici con She Said She Said, fantasia psichedelica elaborata dopo un party “acido” con Peter Fonda in quel di Beverly Hills, And Your Bird Can Sing, spettacolare riff all’insegna di una proverbiale schiettezza lirica, Doctor Robert, ritratto di uno strambo medico in grado di curare chiunque con un solo sorso dalla sua “special cup” … Le sonnolente atmosfere di I’m Only Sleeping torneranno nel mood analogo di I’m So Tired (The Beatles), ponendo le basi ideali per il militante pacifista responsabile di clamorosi bed-in contro tutte le guerre. Oltre a rappresentare il corrispettivo stilistico di John alla personalissima Eleanor Rigby di Paul, l’epilogo del disco segna un momento cruciale della storia del rock: in un tripudio di effetti speciali (Flanger, ADT etc.), sitar distorti, nastri magnetici riprodotti al contrario, voci stravolte dal Leslie, citazioni dal Libro Tibetano dei Morti suggerite da Timothy Leary - “… turn off your mind, relax and float down stream …” - e un sacrilego ritmo “afro”, Tomorrow Never Knows annichilisce la spensieratezza degli anni Sessanta, scardina ogni prassi della tecnologia audio, anticipa il progressive ancora in embrione, rende superflua l’esistenza stessa della new wave, colloca i Beatles in un’altra dimensione creativa rispetto al resto del mondo. Harrison sopravvive alla sfida con la coppia Lennon/McCartney piazzando in scaletta due delle sue canzoni migliori, almeno fino a quel momento, entrambe trainate dalla fragorosa Epiphone Casino: l’ingordo esattore fiscale descritto su Taxman parodiava il primo ministro Harold Wilson, enunciando un inquietante “… and you’re working for no one but me …”; I Want To Tell You denuncia i limiti della comunicazione orale, sottolineandoli con un bizzoso accordo del piano acustico. Cantata da Ringo, Yellow Submarine si evolverà da popolare filastrocca per bambini a delizioso lungometraggio animato. Il singolo - secondo la consuetudine dell’epoca escluso dal Long Playing - recava come sempre un capolavoro per lato: 1) Paperback Writer, storia di un aspirante saggista narrata da Paul tra fenomenali cori alla Beach Boys; 2) Rain, allucinogena ode alla pioggia scritta da John, di cui Todd Rundgren inciderà una sorprendente copia carbone su Faithful. [P.S. - Emmylou Harris (*Pieces Of The Sky, Elite Hotel); Kenny Loggins (Alive)] - B.A.


BEATLES - SGT. PEPPER’S LONELY HEARTS CLUB BAND (1967)

BEATLES - MAGICAL MYSTERY TOUR (1967)


BEATLES - THE BEATLES (WHITE ALBUM) (1968)

In molti hanno tentato di spiegare il mistero Beatles. Tra le tante ipotesi formulate nel corso degli anni, una ci pare più equilibrata, sobria e convincente delle altre: John, Paul, George e Ringo erano quattro emissari di un’evolutissima civiltà aliena scesi sulla Terra a portare la felicità. Il che ci risparmia l’onere di trovare un barboso antefatto giornalistico al “Doppio Bianco”. Dunque, i Beatles. Nel 1968. Le aspettative più caute lasciavano presagire una pagina fondamentale della storia umana. Così fu. Accantonato il rutilante cromatismo di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band e Magical Mystery Tour, dietro l’austero involucro della copertina candida si celava la quintessenza del rock come lo conosciamo oggi. Forti dei mezzi economici messi a disposizione dalla EMI, sorretti dalla perizia tecnica degli ingegneri di Abbey Road, liberi da vincoli espressivi di sorta, i quattro erano pressoché onnipotenti e in grado di trasformare in musica qualsiasi idea. A bordo del jet supersonico che annuncia Back In The U.S.S.R., Paul e John si svincolano dalla paranoia della “guerra fredda” levando una travolgente ode boogie-surf alle gioie della vita in Unione Sovietica, vista dall’ottica privilegiata di un “compagno” che se la spassa tra ucraine e moscovite. Nel 1979 Elton John ne fece il clou dei suoi celebri concerti oltre cortina insieme a Ray Cooper. I ricordi del soggiorno in India affiorano su due capolavori di Lennon: Dear Prudence, affettuosa dedica alla sorella di Mia Farrow, Prudence, incorniciata in un suggestivo arpeggio elettrico che ispirerà i 10cc per Feel The Benefit (Deceptive Bends); Sexy Sadie, brillante refrain che dietro il pentagramma nasconde un ritratto al vetriolo del Maharishi Mahesh Yogi, il “santone” conosciuto a Ryshikesh per smascherare il quale a John bastarono pochi minuti. Glass Onion alimenta le congetture sui testi dei Beatles con una serie di enigmatiche auto-citazioni (Strawberry Fields Forever; I Am The Walrus; Lady Madonna; The Fool On The Hill; Fixing A Hole). Con The Continuing Story Of Bungalow Bill e Happiness Is A Warm Gun, l’indole pacifista di Lennon inquadra due bersagli ideali: un cacciatore pusillanime e una congrega di fanatici associati sotto le insegne dell’American Rifle Association (il memorabile documentario di Michael Moore - Bowling For Columbine - farà conoscere al mondo i principî morali di quei gentiluomini). Soverchiato dalla coppia Lennon/McCartney, George Harrison doveva sfruttare a fondo i pochi spazi a disposizione per esprimere il proprio talento di autore: While My Guitar Gently Weeps si impose immediatamente come una delle più belle canzoni di tutti i tempi, ripresa nel corso degli anni da Kenny Rankin, Jeff Healey e Toto. La versione originale vanta un epico assolo di Eric “Slow Hand” Clapton, prossimo a cadere vittima della stessa donna - Patti “Layla” Boyd - che proprio allora stava spezzando il cuore di George. Ancora di Harrison, Piggies genera un efficace contrasto tra la misantropia delle liriche e l’atmosfera cameristica suggerita dal clavicembalo. Prodigiosa invenzione di McCartney, Martha My Dear si sviluppa su una sequenza di note captata in qualche galassia remota, mentre nell’arco di 2 minuti e 28 secondi accade di tutto: un impeccabile piano vaudeville introduce le parole, a loro volta doppiate da una piccola sezione archi; impostato il falsetto, Paul dialoga col timbro grave della tuba, per poi abbandonarsi a una sorprendente fuga soul-swing; l’interludio charleston tramuta lo stupore in ebbrezza, un attimo prima che la sublime melodia ritorni sul finale. I’m So Tired ripropone l’indolenza come antidoto ai problemi del mondo, tema caro a Lennon sin dai tempi di I’m Only Sleeping (Revolver) e spinto alle estreme conseguenze col clamoroso bed-in all’Hilton di Amsterdam (Marzo 1969). L’arte di McCartney risalta su due geniali miniature acustiche: intesa da alcuni come un omaggio al movimento delle Black Panthers, Blackbird verrà interpretata da Kenny Rankin (Silver Morning), Crosby, Stills & Nash (Allies) e Bobby McFerrin (The Voice); i versi bucolici di Mother Nature’s Son, sottolineati da una fine partitura per ottoni, sembravano scritti apposta per il poeta del Colorado, John Denver, che ne registrò un’incantevole cover su Rocky Mountain High. Col suo profumo di reggae e un ritornello infallibile, Ob-La-Di, Ob-La-Da si installerà nell’immaginario collettivo accanto a motivetti di dominio universale come Yellow Submarine e Love Me Do. Eseguita dal solo John con voce e chitarra, Julia è un’intensa dichiarazione d’amore per la madre perduta troppo presto, una lacuna affettiva appena colmata dalla forte personalità di Yoko Ono (… ocean child …). Nella sua semplicità e concisione, I Will sintetizza l’innata attitudine di McCartney a ottenere meraviglie anche col minimo indispensabile: il ritmo scandito dai bonghi e il basso “onomatopeico” (dum dum dum) ne fanno una serenata di incomparabile spontaneità, nonostante le 67 take impiegate per raggiungere la perfezione. Il gusto di Paul per il pastiche nostalgico, già confessato con When I’m Sixty-Four (Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band), ritornava su Rocky Raccoon, scanzonato racconto western, e su Honey Pie, stupenda parodia dell’era del “muto” e dei 78 giri: nel 1975 You Gave Me The Answer (Venus And Mars) avrebbe completato il poker. Squassata da deflagranti riff elettrici, Birthday è una poderosa, irresistibile, attualissima party-song. Con Yer Blues Lennon irrideva alla sua maniera personaggi allora in voga come come Graham Bond e John Mayall. Cry Baby Cry è un’ambigua filastrocca di John, in coda alla quale venne aggiunta, forse perché altrettanto misteriosa, un’idea incompiuta di Paul (can you take me back where I came from, can you take me back?). Momento storico e titolo evocativo conferivano a Revolution un valore speciale, al punto che i Beatles ne incisero due arrangiamenti diversi: il primo (Revolution 1), presente nel disco, era un blues alquanto elaborato e mostrava Lennon ancora indeciso sulla posizione da assumere (… don’t you know that you can count me out … in …); il secondo (Revolution), più duro, aggressivo e adatto al messaggio, verrà pubblicato sul retro del singolo Hey Jude, ma quel “in” provocatorio nel frattempo era sparito. Tre passaggi, in particolare - «if you want money for people with minds that hate, all I can tell you is “brother, you have to wait“», «you say you got a real solution, well, you know we’d all love to see the plan» e «if you go carrying pictures of Chairman Mao, you ain’t going to make it with anyone anyhow» - indicavano un’istintiva lucidità politica. I Beatles erano rinomati per concludere gli album con una mossa a sorpresa (Tomorrow Never Knows; A Day In The Life; All You Need Is Love): rifinita da George Martin con una sontuosa orchestrazione degna di Gordon Jenkins, cantata in stile “crooner” da Ringo e composta, a dispetto delle apparenze, da John invece che da Paul, Good Night era una romantica ballad arricchita dal solenne coro dei Mike Sammes Singers. Con l’intuito dello specialista, Johnny Mandel ne colse il mood natalizio e la fece interpretare ai Manhattan Transfer nel loro splendido The Christmas Album. [P.S. - HEY JUDE / REVOLUTION - Fedeli a una prassi consueta all’epoca, i Beatles escludevano dagli album ufficiali i brani pubblicati sui singoli. I casi più eclatanti furono We Can Work It Out / Day Tripper (Rubber Soul), Paperback Writer / Rain (Revolver) e Strawberry Fields Forever / Penny Lane (Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band). Anche Hey Jude, sebbene incisa durante le sofferte session di The Beatles, fin dal suo concepimento era destinata al formato 45 r.p.m. - Pochi mesi prima, Jimmy Webb aveva infranto il muro dei tre minuti “regolamentari” con MacArthur Park, ambiziosa mini-suite che, affidata all’ugola shakespeariana di Richard Harris (A Tramp Shining), volò in cima alla classifica U.S.A. - I Beatles, antesignani nella violazione dei tabù stilistici, risposero alla stimolante “sfida” dell’autore americano con una ballad acustica, piano e chitarra, espansa fino alla durata di 7’08” grazie alla lunga coda orchestrale su cui dilagava il celeberrimo “nah, nah, nah, nah, nah, nah, nah”. Il successo planetario, la purezza della melodia, l’intensità delle parole, la sentita interpretazione di Paul, le soavi armonie gospel, il maestoso coro finale e l’indimenticabile “video” girato da Michael Lindsay-Hogg negli studi Twickenham fecero di Hey Jude qualcosa di più di una semplice canzone: era la fine degli anni Sessanta trasfigurata in un’opera d’arte, un inconsapevole addio ai sogni e all’innocenza, un inno generazionale che preludeva all’impegno politico, ai conflitti sociali, ai tormenti interiori, ai rimpianti e alla rabbia del decennio successivo. Sul lato “B” (si fa per dire) la versione hard di Revolution, anch’essa immortalata in uno splendido filmato dello stesso regista.] - B.A.


BEATLES - YELLOW SUBMARINE (1968)


BEATLES - ABBEY ROAD (1969)

Appena sedotto il mondo con i miracoli sonori e poetici del “Doppio Bianco”, i Beatles tornano esibendo un “look” di cui nessunissimo stilista saprà mai, neanche lontanamente, riprodurre la classe, la personalità, la naturalezza, l’eleganza. Immortalati da Iain MacMillan in una foto assurta a icona dei tempi moderni, con quei volti “esplosi” (secondo la vivida espressione usata da Michele Serra per descrivere i giovani del ‘68) e pressoché irriconoscibili rispetto a poche stagioni prima, i quattro dettavano la linea con ogni gesto, ogni dichiarazione, ogni iniziativa, senza mai senza mai perdere i contatti con l’attualità. Dunque, come interpretare lo spirito di quegli anni formidabili? Quasi ovvio: continuando a scrivere e registrare le più belle canzoni mai udite sul pianeta. Ormai fuso in un’unica entità con l’amata Yoko, John propone le idee più “sovversive” del disco: il riff onomatopeico di Come Together* si anima di vita propria, riducendo ad anticaglia l’intero decennio ancora in corso; i quasi otto minuti di I Want You (She’s So Heavy) si articolano lungo una travolgente rapsodia rock gravida d’inquietudine e passione; le immacolate armonie vocali di Because ispireranno Queen e 10cc, offrendo un prezioso spunto anche a Stanley Jordan, che ne seppe scovare il recondito potenziale jazz (Standards Volume 1). Sul secondo lato dell’album, Lennon alterna l’idolenza hippy di Sun King al brillante schizzo di Mean Mr. Mustard. Abbey Road contiene due delle tre migliori pagine firmate da Harrison (la terza è While My Guitar Gently Weeps): nonostante gli abusi perpetrati a suoi danni dalla pubblicità, l’arpeggio acustico di Here Comes The Sun diverrà un inno universale alla gioia di vivere; Something*… l’imperituro refrain della chitarra, la superba orchestrazione di George Martin, quelle meravigliose parole d’amore, un assolo divino, Sinatra la inciderà due volte [28 ottobre 1970 (Lenny Hayton), 3 Dicembre 1979 (Nelson Riddle / Vinnie Falcone)] … c’è altro da aggiungere? Per tenere testa a tanta inventiva, Paul dovette superarsi. Il suo vituperato gusto vaudeville affiora su Maxwell’s Silver Hammer, bizzarro ritratto di un omicida psicopatico, e su Octopus’s Garden, filastrocca cantata da Ringo ma indiscutibilmente concepita “con un piccolo aiuto degli amici”. Il lampo del genio risplende su Oh! Darling, sublime ballata gospel in cui McCartney incendia la propria laringe. In preda a un impeto creativo forse accentuato dall’addio imminente, Paul trascorse parecchie ore da solo negli studi EMI. Suonando quasi tutti gli strumenti, egli consegna all’eternità due classici (You Never Give Me Your Money; She Came In Through The Bathroom Window) e arrangia magistralmente il medley Golden Slumbers / Carry That Weight / The End: «… and in the end, the love you take is equal to the love you make …». La struggente, degna conclusione di una vicenda artistica e umana irripetibile. [P.S. - *Segnando una svolta rispetto ai celeberrimi precedenti (We Can Work It Out / Day Tripper; Paperback Writer / Rain; Strawberry Fields Forever / Penny Lane; Hey Jude / Revolution), il 45 giri Come Together / Something comprendeva brani tratti dal Long Playing.] - B.A.


BEATLES - LET IT BE (1970)

As a 16mm “cinéma vérité” of four rock musicians in a studio jamming a bit, trying to get their music together, clowning and rapping a little, and finally doing a brief concert, Let It Be is a relatively innocuous, unimaginative piece of film. But the musicians are the Beatles. - Variety

Il titolo del progetto avrebbe dovuto essere Get Back, in riferimento a un agognato ritorno alla spontaneità delle “origini” che Paul vedeva come possibile antidoto alla crisi, ormai irrimediabile. Si spiega così il recupero di un vecchia canzone come One After 909 - provata in studio il 5 Marzo 1963, ma rimasta inedita - e la scelta di registrare gran parte del materiale dal vivo. Le appassionate performance di I’ve Got A Feeling e Dig A Pony, le “12 battute” rivisitate da George per For You Blue, l’eccezionale duetto tra il piano elettrico di Billy Preston e la Epiphone di John su Get Back, le voci armonizzate sulla ballata country Two Of Us, con un testo che fa riferimento al sodalizio - logoro ma profondo - tra Lennon e McCartney (… you and I have memories longer than the road that stretches out ahead …): tutto concorreva a creare l’auspicato effetto “verità”. Con un intervento allora considerato sacrilego, Phil Spector rifinì gli scarni arrangiamenti con ampollose sovraincisioni orchestrali. A giudicare dagli esiti artistici - I Me Mine (titolo che Harrison avrebbe ripreso per la propria sofferta autobiografia), Across The Universe, Let It Be, The Long And Winding Road - le critiche rivolte alla produzione di Spector appaiono del tutto immotivate. John e George la pensavano allo stesso modo, se è vero che reclutarono ancora il maestro americano rispettivamente per Imagine e All Things Must Pass. Esclusa dall’album, ma presente nelle riprese del regista Michael Lindsay-Hogg, Don’t Let Me Down fu eseguita sia in sala che durante lo storico “concerto” sul tetto della Apple Corps: una ballad sublime in cui le parole d’amore dedicate a Yoko Ono hanno la forza di un sentimento universale. Anche Randy Crawford (Everything Must Change) e Phoebe Snow (It Looks Like Snow) vollero interpretare il capolavoro “soul” di John. Domanda: chi ha bloccato la pubblicazione del film fino ai giorni nostri, mai distribuito né in VHS né in DVD? In assenza di altri indizi, i sospetti sembrano convergere su qualche yuppie strafatto di cocaina che lavora per la EMI. Noi, pazientemente, continuiamo ad aspettare. [P.S. - 1) Sulla title-track l’assolo di George è in più in evidenza rispetto al missaggio usato per il 45 giri, successivamente incluso nel CD Past Masters - Volume Two. 2) La versione di Get Back pubblicata sul singolo, anch’essa contenuta in Past Masters - Volume Two, ha una coda che nel LP venne rimossa. 3) Per ricostruire tutti i dettagli della vicenda sono fondamentali i libri The Complete Beatles Recording Sessions e The Complete Beatles Chronicle, entrambi di Mark Lewisohn. 4) Almeno tre cover da ricordare: The Long And Winding Road di Cher (Half-Breed), One After 909 di Helen Reddy (We’ll Sing In The Sunshine), Across The Universe di David Bowie (Young Americans). 5) Come era giusto che accadesse, Let It Be vinse l’Oscar nel 1970, per la categoria “Original Song Score”. 6) Nel 2003 è stata pubblicata una versione del disco priva dei ritocchi di Spector (Let It Be … Naked).] - B.A.


BEATLES - PAST MASTERS, VOLUME ONE (1962/1965)

BEATLES - PAST MASTERS, VOLUME TWO (1965/1970)

ANTOLOGIE

BEATLES - 1962-1966 (1962/1966)

BEATLES - 1967-1970 (1967/1970)

 
 
JOHN LENNON PAUL McCARTNEY
GEORGE HARRISON RINGO STARR

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