Introduzione / Introduction
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THE VOICE OF MUSIC ... LA VOCE DELLA MUSICA
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A.O.R.

R

BONNIE RAITT - BONNIE RAITT (1971)

BONNIE RAITT - GIVE IT UP (1972)

BONNIE RAITT - TAKINMY TIME (1973)

BONNIE RAITT - STREETLIGHTS (1974)

BONNIE RAITT - HOME PLATE (1975)

BONNIE RAITT - SWEET FORGIVENESS (1977)

BONNIE RAITT - THE GLOW (1979)

BONNIE RAITT - GREEN LIGHT (1982)

BONNIE RAITT - NICK OF TIME (1989)

BONNIE RAITT - LUCK OF THE DRAW (1991)

KENNY RANKIN - MIND DUSTERS (1967)

KENNY RANKIN - FAMILY (1969)

KENNY RANKIN - LIKE A SEED (1972)


KENNY RANKIN - SILVER MORNING (1974) FOREVER YOUNG

KENNY RANKIN - INSIDE (1975) FOREVER YOUNG

KENNY RANKIN - THE KENNY RANKIN ALBUM (1976) FOREVER YOUNG

KENNY RANKIN - AFTER THE ROSES (1980) FOREVER YOUNG

Un’infausta massima* sentenzia che “only the good die young” … Kenny Rankin se n’è andato troppo presto, ma la sua inestimabile eredità musicale ci ha consentito di “resistere” in un’epoca contraddistinta da degrado (etico) e squallore (estetico). Nell’ideale quadrumvirato dei cantautori che amano il jazz, egli siede alla destra di Michael Franks, accanto a Ben Sidran e Robert Kraft. Con gli album della maturità (1974/1980) Kenny definisce il proprio stile, consistente nell’inconfondibile amalgama timbrico attorno a cui ruotano i finissimi arrangiamenti fusion: una voce da usignolo in grado di interpretare con intensità tanto le pagine autografe quanto gli evergreen (antichi e moderni), la chitarra classica per generare, secondo le esigenze, un morbido arpeggio o un pizzicato ritmico, l’istintiva sagacia del “connoisseur” per assemblare scalette oculate ed eleganti. Particolarmente attratto dal repertorio dei Beatles, egli ne aveva già inciso un paio di brani nel disco del 1969 [While My Guitar Gently Weeps, Dear Prudence (Family)], entrambi tratti dal “Doppio Bianco” ma, in questo poker che segna il trasloco dalla Little David alla Atlantic, include le cover originalissime e memorabili di Penny Lane, With A Little Help From My Friends (antitetica ma complementare rispetto alla storica versione di Joe Cocker), Blackbird, While My Guitar Gently Weeps (stavolta aggiornata con la regia di Don Costa). Esponente emerito della comunità A.O.R., che contribuiva a promuovere rilanciando le canzoni scritte da colleghi in ascesa [On And On (Stephen Bishop), You (Bill Champlin)], Kenny era in grado di trarre profitto dalle firme di veterani e fuoriclasse disparati - la soave filastrocca di Pussywillows, Cat-tails (Gordon Lightfoot), l’inno libertario di People Get Ready (Impressions / Curtis Mayfield), il retrogusto swing di Up From The Skies (Jimi Hendrix), le atmosfere psico-soul di Creepin’ (Stevie Wonder), l’indolente malinconia di Lyin’ Eyes [Eagles (Don Henley, Glenn Frey)], lo slancio passionale di You Are So Beautiful (Billy Preston), la confessione etilica di Marie (Randy Newman). Appropriandosi con naturalezza di preziosi standard come Here’s That Rainy Day e When Sunny Gets Blue, Rankin venera da un lato i totem di Frank Sinatra (No One Cares) e Art Pepper (Living Legend), dall’altro le icone di Anita O’Day (Waiter, Make Mine Blues) e Barbra Streisand (Simply Streisand). Oltre che sulla icastica, sublime Strings, la squisita cifra espressiva del songwriter si apprezza su tre solenni title-track come Silver Morning, Inside, After The Roses. La folta schiera di ospiti illustri annovera, tra gli altri, Deniece Williams e Michael Omartian … i CD ancora si trovano … fate presto, salvate quel che resta di questo folle 2018 … [P.S. - 1) *Anche titolo di un classico di Billy Joel (The Stranger). 2) Su Here In My Heart del 1997 rileggerà magistralmente I’ve Just Seen A Face.] - B.A.


KENNY RANKIN - HIDING IN MYSELF (1988) FOREVER YOUNG

Come dite? State per mollare tutto e vi accingete a partire per un’isola deserta? Mare, sole, frutta e crostacei? Splendido! Ma prima mettete in valigia almeno un CD di Kenny Rankin: farà da colonna sonora all’ozio rigenerante goduto sotto le palme. In particolare, suggeriamo Hiding In Myself, uno dei titoli più rappresentativi del taciturno cantautore americano. Kenny impiega ancora la formula con cui dal 1967 propone un serie ininterrotta di album personali ed eleganti: strumentisti di classe, repertorio scelto con gusto, fuga dalla caducità delle mode. La sezione ritmica composta da Lee Sklar (basso) e Vinnie Colaiuta (batteria) garantisce una propulsione fluida e potente. Intenditore sopraffino, Kenny affianca al proprio pregiato materiale pezzi scritti da artisti con cui non teme di confrontarsi. Le due cover di Marvin Gaye sono da antologia: 1) dall’oscuro film “blaxploitation” diretto da Ivan Dixon - Trouble Man (Detective G.) - Kenny riprende l’omonimo tema conduttore affidandolo all’acuminata chitarra elettrica di Steve Lukather; 2) l’amore fisico che ispirò la canzone prediletta di Rob Fleming* - Let’s Get It On - sboccia di nuovo nell’asciutto, finissimo arrangiamento acustico a base di percussioni, contrabbasso e corde di nylon. Con versi degni di un poeta - «… she moves, eyes follow, longing to touch, they want her so much …» - Jimmy Webb offre la sua She Moves, Eyes Follow, serenata perfetta per il languido stile vocale di Kenny, incisa anche da Jimmy nel 2005 (Twilight Of The Renegades). Hiding In Myself e Keep The Candle Burnin’ ribadiscono il talento di Rankin per la ballad sofisticata, mentre Lovin’ Side e She Knows Me Well ne risvegliano gli spiriti animali. Il mito di Sansone ridotto all’impotenza rivive nelle epiche parole di Delila - «… oh you Delila, why did you cut his hair …» - assumendo i toni allegorici di un risentimento tutto maschile. Se banjo e armonica a bocca diffondono gli echi agresti di Muddy Creek, su Down The Road risuona lo stupendo coro beat di David Crosby. [P.S. - *Protagonista del romanzo High Fidelity (Alta Fedeltà)] - B.A.


KENNY RANKIN - BECAUSE OF YOU (1991)

KENNY RANKIN - PROFESSIONAL DREAMER (1995)

KENNY RANKIN - HERE IN MY HEART (1997)

KENNY RANKIN - A SONG FOR YOU (2003)

RASCALS - GROOVIN (1967)

HELEN REDDY - I DONT KNOW HOW TO LOVE HIM (1970)

HELEN REDDY - HELEN REDDY (1971)


HELEN REDDY - I AM WOMAN (1972)

Tom Catalano compilava il repertorio di Helen Reddy applicando un metodo consolidato e risalente, su per li rami, fino alle memorabili “scalette” di Sinatra: grandi canzoni, arrangiamenti di classe, interpretazioni sentite. In questo caso, l’inizio è affidato a un evergreen di Kenny Rankin - Peaceful - sulle cui royalties l’autore ha costruito una carriera: Helen ne assimila l’anelito alla quiete con estrema naturalezza. Presente nel primo album (I Don’t Know How To Love Him) e inopinatamente assurta a inno del movimento femminista, I Am Woman viene riarrangiata e proposta come title-track. Disilluso affresco di una rapporto in crisi, This Masquerade imporrà il genio di Leon Russell all’attenzione di Carpenters (Now & Then), Cybill Shepherd (Mad About The Boy), George Benson (Breezin’), Shirley Bassey (All By Myself) etc.: la stupenda cover di Helen vale il disco. Addetto agli spartiti, Artie Butler mostra una spiccata sensibilità poetica firmando I Didn’t Mean To Love You, gradita scoperta di un sentimento inatteso ma travolgente [diverso approccio ma stesso tema di I’m Not In Love (The Original Soundtrack) e I Don’t Need You (Adventure)]. Il popolare standard di Don McLean - And I Love You So - coglie Helen nel suo mood più romantico: amore = serenità. Monumento eretto da Ralph MacDonald e William Salter per le voci di due giganti (Roberta Flack & Donny Hathaway) e, insieme, “anello mancante” dell’evoluzione dal soul all’A.O.R., Where Is The Love esalta la versatilità di Helen, che ne offre una versione sublime. Il solito Paul Williams ci commuove con la sua brama di fuga dalla pazza folla e le sue melodie rubate in Paradiso (What Would They Say?). Un insolito divertissement di Barry Mann e Cynthia Weil - The Last Blues Song - chiude in bellezza. Correva l’anno 1972. - B.A.


HELEN REDDY - LONG HARD CLIMB (1973)

Ammettiamolo: erano altri tempi. Il circolo virtuoso allora propedeutico alla realizzazione di un album oggi è considerato arcaico e, soprattutto, non redditizio. Quando un grande produttore incontrava l’interprete dei suoi sogni, chiedeva il finanziamento alla casa discografica (lifting e cocaina non avevano ancora guastato l’ambiente), stilava con cura amorevole una lista di canzoni d’autore cui attingere e reclutava i musicisti più adatti a incidere il materiale selezionato. Come noto, gli odierni responsabili A&R badano ad altri aspetti - telegenia, ‘look’ etc. - anch’essi dotati di un innegabile rilievo, per carità, ma che da soli non bastano a fare bei dischi. Per questo le ristampe della Raven sono così preziose. Dopo aver recuperato classici da “isola deserta” come A Tramp Shining e Reunion, l’etichetta australiana pesca nell’inestimabile catalogo Capitol di Helen Reddy. Avvolto in un lussuoso portfolio fotografico di Norman Seeff, Long Hard Climb volò nella top-ten statunitense sulla scia di due singoli esplosivi: Delta Dawn, potente gospel dello scozzese Alex Harvey, e Leave Me Alone (Ruby Red Dress), micidiale ritornello pop (rispettivamente, 1° e 3° posto in U.S.A.). Ma anche gli altri brani sono eccezionali: A Bit Of OK, 2.09 minuti di melodie e versi che recano il prestigioso sigillo di Peter Allen e Carole Bayer Sager; Lovin’ You, allegra variazione dixieland di John Sebastian, risalente ai tempi dei Lovin’ Spoonful; Don’t Mess With A Woman, risoluto slogan “femminista” che ribadisce con grinta il messaggio di I Am Woman; The West Wind Circus, dramma circense narrato dal punto vista di una bambina; Until It’s Time For You To Go, languida ‘torch-song’ di Buffy Sainte-Marie, da ascoltare al lume di candela; If We Could Still Be Friends, struggente ballad segnata dalla classe di un immenso Paul Williams; The Old Fashioned Way, danza della nostalgia per volteggiare sulla pista da ballo come si faceva una volta. Serenata di rara finezza scritta da Ron Davies ben prima che i pionieri A.O.R. espugnassero la West Coast, Long Hard Climb propone un’inevitabile sfida fra due signore della voce: dolce e sensuale la versione di Maria Muldaur (Maria Muldaur), più sofisticata quella di Helen, entrambe straordinarie. Brillante la supervisione di Tom Catalano. Strepitosi gli arrangiamenti di Al Capps e Lee Holdridge. [P.S. - 1) La Raven ha opportunamente abbinato due titoli - I Am Woman; Long Hard Climb - in uno stesso CD; 2) Nei ‘credits’ figura il nome di Lorenzo 7Panella, meticoloso archivista A.O.R. nonché apprezzato consulente di Peninsula.] - B.A.


HELEN REDDY - LOVE SONG FOR JEFFREY (1974)

HELEN REDDY - FREE AND EASY (1974)

HELEN REDDY - NO WAY TO TREAT A LADY (1975)

HELEN REDDY - MUSIC, MUSIC (1976)

HELEN REDDY - EAR CANDY (1977)

HELEN REDDY - WELL SING IN THE SUNSHINE (1978)

HELEN REDDY - LIVE IN LONDON (1978)

HELEN REDDY - REDDY (1979)

HELEN REDDY - TAKE WHAT YOU FIND (1980)

HELEN REDDY - PLAY ME OUT (1981)

HELEN REDDY - IMAGINATION (1983)

LEE RITENOUR - RIT (1981)

LEE RITENOUR - RIT/2 (1982)

BRUCE ROBERTS - BRUCE ROBERTS (1977)

BRUCE ROBERTS - COOL FOOL (1980)


DAVID ROBERTS - ALL DRESSED UP ... (1982) FOREVER YOUNG

L’amore è cieco. Di conseguenza, almeno una volta a tutti è accaduto (o potrebbe succedere) di farsi sedurre da una figura femminile più o meno popolare, sebbene non ufficialmente codificata nel bestiario antropologico contemporaneo: la trucida rurale* … spesso dotata di forte personalità, provvista di vivida intelligenza ma corrotta da modelli di riferimento deteriori (televisione, oroscopo, dediche in diretta), priva delle smanie consumistiche della “cugina” metropolitana (in questo risiede parte del suo fascino), costei vi ha fatto riscoprire il gusto plebeo dello sghignazzo in pubblico, lo spasso puerile della barzelletta greve, un sempre più piacevole abbandono delle inibizioni borghesi fin quasi alle soglie del rutto libero fantozziano … tanta genuina simpatia ha però i suoi effetti collaterali … al primo giro in cabriolet, la fanciulla requisisce la costosa autoradio McIntosh appena installata per deliziarvi con le antologie di Biagio Antonacci, Gianluca Grignani e “tutti quei cantanti con le facce da bambini e con i loro cuori infranti … annichilendo la vostra più intima natura per risultare credibili, fingerete di gradire … non è difficile immaginarvi accennare un sorriso mentre vi sanguinano le orecchie … nessuno vi ha obbligato … ma se voleste recuperare in fretta e, addirittura, tentare una cauta manovra di persuasione, ecco il nostro consiglio pratico: All Dressed Up ..., il capolavoro dimenticato di David Roberts. Brillante autore (parole e musica) dell’intera scaletta, in possesso di una voce limpida, acuta, potente, prototipo del “lead singer” adulto (Bobby Kimball, Tommy Funderburk, Jay Gruska etc.), David avrebbe potuto ricoprire con successo quel ruolo tanto nei Toto quanto nei Chicago. Il gigante buono Greg Mathieson (produzione, tastiere) cura la regia dirigendo personalmente la straordinaria band stabile (Steve Lukather, Jeff Porcaro, Mike Porcaro) e coordinando alcuni contributi di lusso (Jay Graydon, David Foster, Bill Champlin). Preludio al fulmicotone con l’immacolato inno rock di All In The Name Of Love, in cui il protagonista chiede venia per gli inenarrabili casini commessi in preda alla gelosia. La memorabile Someone Like You attende ancora il gemellaggio con Hold The Line: terzine pianoforte/batteria galvanizzate dalla chitarra distorta, drammatico riff discendente e impetuoso ritornello botta-e-risposta … da paura! Forse suggestionati dal mood nostalgico e dalle armonie struggenti, adotteremmo Boys Of Autumn come perfetta colonna sonora per l’estate che finisce. Too Good To Last è una sofisticata melodia condotta a tempo medio che assurge al rango di “instant classic” grazie alla splendida versione di Nielsen & Pearson (Blind Luck). Le irresistibili note del nuovo disco si udirono anche ai piani alti del gineceo soul: Diana Ross interpretò senza troppa convinzione la pur magnifica Anywhere You Run To (Silk Electric), Nancy Wilson riprese magistralmente la sontuosa ballad Midnight Rendezvous insieme a Ramsey Lewis (The Two Of Us). Solo omonima dello standard di Barry Mann e Cynthia Weil, Never Gonna Let You Go si segnala per lo stupendo intervento di Lukather, mentre i due episodi meno personali [She’s Still Mine (That’s My Girl), Another World] non inficiano il valore complessivo dell’album. Esaltato dai vertiginosi stacchi ritmici, dal torrido fraseggio elettrico, dal passo marziale della batteria e dall’amara storia di un commiato, lo spettacolare arrangiamento quasi-fusion di Wrong Side Of The Tracks contrassegna una delle pagine più significative del lessico A.O.R. [Lost In The Hurrah (Blue Desert), Nothin’ You Can Do About It (Airplay), The Higher You Rise (Maxus) etc.]. Sulla copertina, il discutibile trend estetico degli anni Ottanta è temperato dall’ironia della foto sul retro, che scherza col modo di dire del titolo (all dressed up with nowhere to go … vestito di tutto punto senza un posto dove andare) … confidiamo che, grazie al nostro suggerimento (canzonette di classe), non sia più il vostro caso … [P.S. - Perché quando si dimise Bobby Kimball i Toto non reclutarono seduta stante David Roberts? Mistero.] - B.A.

Riccardo Meloni
©Eugenio Finardi


JESS RODEN - JESS RODEN (1974)

JESS RODEN - YOU CAN KEEP YOUR HAT ON (1976)

JESS RODEN - PLAY IT DIRTY, PLAY IT CLASS (1977)

JESS RODEN - THE PLAYER NOT THE GAME (1978)


JESS RODEN - STONECHASER (1980) FOREVER YOUNG

Con la scusa del titolo - Brand New Start - iniziate dalla terza canzone: un inebriante elisir di fine anni Settanta si diffonderà nella stanza, lasciandovi col rimpianto di cosa sarebbe stato se avessimo seguito la testa e il cuore (A.O.R.) invece di vellicare gli istinti più abietti (punk e derivati). Al di là dell’ingente valore artistico, infatti, il messaggio sottinteso era inequivocabile: RESISTERE SI PUÒ. Come? L’uomo probo lo sa: bontà d’animo, rispetto per il prossimo, un po’ di talento. È chiedere troppo? Non si direbbe, eppure … credeteci, proporre idee interessanti nel 1980 equivaleva a bestemmiare in chiesa. Stonechaser deve il suo fascino al fecondo connubio tra il retroterra europeo di Jess e l’etimo blues del linguaggio impiegato. Sebbene la matrice americana della musica sia evidente, Roden la filtra attraverso una sensibilità tutta inglese: pronuncia squisita (vocali sfuggenti, “erre” soppresse) e sobria compostezza delle atmosfere differenziano questo da altri dischi affini e coevi, accrescendone la nobile prerogativa di “best kept secret”. Ciascuna metà del vecchio formato in vinile viene affidata a un produttore dal curriculum prestigioso: da una parte Leon Pendarvis (Mark/Almond, Michael Franks) dall’altra Joel Dorn (Roberta Flack, Bette Midler, Leon Redbone). La supervisione dei due veterani brilla anche grazie al contributo di Rob Mounsey (tastiere), Peter Bunetta, Chris Parker (batteria), Neil Jason, Rick Chudacoff, Anthony Jackson (basso), Jeff Mironov (chitarre), Arno Lucas, Luther Vandross (cori). Nonostante la suddivisione dei compiti tra Dorn e Pendarvis, gli arrangiamenti conservano un’omogenea eleganza formale: la grinta soul di Prime Time Love e Deeper In Love, l’intrigante refrain della splendida Brand New Start, l’accorata supplica di Believe In Me, gli amorosi sensi di Loving You, l’intensa interpretazione di Bird Of Harlem, che rimanda al Vannelli più ispirato, il dolce ritmo ballabile di If Ever You Should Change Your Mind, il reggae ecumenico di One World, One People. Ovunque, la voce di Roden sfodera una consumata maturità espressiva. - B.A.

Consulenza: Lorenzo 7Panella


LINDA RONSTADT - LINDA RONSTADT (1971)

LINDA RONSTADT - DONT CRY NOW (1973)

LINDA RONSTADT - HEART LIKE A WHEEL (1974)

LINDA RONSTADT - PRISONER IN DISGUISE (1975)

LINDA RONSTADT - HASTEN DOWN THE WIND (1976)

LINDA RONSTADT - SIMPLE DREAMS (1977)

LINDA RONSTADT - GET CLOSER (1982)

ROSIE (DAVID LASLEY / LYNN PITNEY / LANA MARRANO) - BETTER LATE THAN NEVER (1976)

ROSIE (DAVID LASLEY / LYNN PITNEY / LANA MARRANO) - LAST DANCE (1977)

MICHAEL RUFF - ONCE IN A LIFETIME (1984)


TODD RUNDGREN - SOMETHING/ANYTHING? (1972)

Something/Anything? is the double album that on its release in 1972 established Todd Rundgren as a major force in popular music - a position he has yet to relinquish almost three decades later. His third solo album, it contains two US Top 20 singles, I Saw The Light and Hello It's Me, together with another 23 songs of extraordinary diversity that showcase Rundgren's talent as songwriter, musician, vocalist, arranger - even engineer. The tracks demonstrate the wide range of influences that were later echoed in his varied production activities. He covers all the stylistic bases with ease. From the guitar heroics of Black Maria to the pre-punk guitar thrash of Couldn't I Just Tell You. From the singer-songwriter sweetness of Marlene to the saccharin vitriol of It Wouldn't Have Made Any Difference. In isolation, these tracks have SOMETHING for everyone - together on this album they will make you wonder whether Todd Rundgren will ever do ANYTHING to surpass the breadth and accessibility of this collection. - Martin Fielding


TODD RUNDGREN - A WIZARD A TRUE STAR (1973)


TODD RUNDGREN - TODD (1974)

Continuando a elaborare un’inedita combinazione di hard-rock, soul, psichedelia e pop-song, dopo A Wizard A True Star Rundgren pubblica un altro album indispensabile - doppio come Something/Anything? - a conferma di un’urgenza espressiva in pieno fermento. Lungo i quattro lati del Long Playing (17 tracce nel CD) si susseguono influenze e stili disparati. L’apertura quasi dadaista di How About A Little Fanfare? ci catapulta nel mondo alieno del personaggio, mentre I Think You Know evidenzia subito l’indiscusso talento di un grande autore. Alterando le voci con una tecnica impiegata anche da Zappa e 10cc, An Elpee’s Worth Of Toons irride la folle pretesa di cambiare il mondo con un disco (per carità … niente nomi). Alcuni pezzi strumentali dallo spiccato sapore lisergico (The Spark Of Life; Drunken Blue Rooster; Sidewalk Cafe) potrebbero suonare datati, ma il raffronto con gli artificiosi revival imposti dalle mode svela una sincerità di accenti ben diversa. Sperimentatore ingegnoso, già allora Todd riusciva a ottenere un prototipo artigianale di batteria elettronica manipolando i ritmi pre-settati dell’organo Farfisa. Titolo e arrangiamento di In And Out The Chakras We Go (Formerly Shaft Goes Out To Space) tradiscono in modo palese l’uso di sostanze psicotrope (lo stesso artista ne ammetterà il consumo), eppure il risultato musicale è sempre godibile. Le sagome dei Beatles si scorgono in controluce su A Dream Goes On Forever, deliziosa miniatura pianistica che verrà ripresa sia dal vivo (Back To The Bars) che nel brillante esperimento 'bossa-lounge' del 1997 (With A Twist ...). La straordinaria finezza melodica di Useless Begging risale direttamente a Bacharach, mentre Izzat Love? possiede il contagioso dinamismo di un singolo delle Supremes. Anticipando il punk di circa due anni, la furente carica nichilista di Heavy Metal Kids relega nel cassonetto quella sciagurata parodia di rivolta giovanile. Introdotta da un tema sinistro che ricorre a “disturbarne” la placida atmosfera 'hippy', Don’t You Ever Learn? è un’altra gemma del repertorio di Rundgren. Il vertice dell’album è The Last Ride, capolavoro che vale una carriera: Donny Hathaway incontra Phil Spector, immagini trascendenti si fondono a echi metafisici, spazio, tempo e gravità si annullano in una ballad atipica e meravigliosa, di cui Todd proporrà anche una stupenda versione live (Back To The Bars). Un passaggio lirico di micidiale potenza ne sottolinea il climax emotivo: «I thought I knew just everything … but I turned away love when I needed it most». L’intervento di Peter Ponzel (sax soprano) e l’assolo hendrixiano di Todd completano uno spettacolo memorabile. Il finale arriva con un brano registrato in concerto a Central Park - Sons Of 1984 - fiducioso inno post-'68 che scavalca Orwell ma approda al nuovo millennio professando un ottimismo ormai anacronistico: «Worlds of tomorrow / life without sorrow / take it because it’s yours / sons of 1984». Grazie comunque per averci creduto, Todd. - B.A.


TODD RUNDGREN - INITIATION (1975)


TODD RUNDGREN - FAITHFUL (1976) FOREVER YOUNG

Non senza una certa sfrontatezza, Todd Rundgren elaborò una personale chiave di lettura per studiare i testi sacri del rock, guadagnandosi sul campo la promozione dal grado di apprendista a quello di stregone della canzone moderna. Selezionate con cura alcune pagine nei cataloghi di Beatles, Yardbirds, Beach Boys, Hendrix e Dylan, Todd ne realizzò altrettante copie carbone di sorprendente fedeltà (Faithful ... appunto). Un’inguaribile abitudine all’inconcludenza spinse la “stampa specializzata” ad accusare l’artista di megalomania, quando invece sarebbe bastato poco per apprezzare la felice, stimolante provocazione dell’album: Rain, Strawberry Fields Forever, Good Vibrations erano opere così perfette per cui l’unica interpretazione possibile consisteva nel riprodurle identiche agli originali. L’impegno profuso nella registrazione determinò una somiglianza tale per cui solo un ascoltatore esperto riuscirebbe a distinguere le versioni di Rundgren da quelle autentiche (Deface The Music avrebbe estremizzato il discorso). La seconda facciata del disco conteneva nuovo materiale firmato da Todd e almeno quattro capolavori che entreranno nel suo repertorio classico: il barocco arpeggio acustico di Cliché; Love Of The Common Man, stupenda pop-song in cui brilla la preziosa chitarra elettrica dell’autore; The Verb “To Love”, maestosa ballad ispirata al soul di Philadelphia; Black And White, raro esempio di “hard” intelligente. - B.A.


TODD RUNDGREN - HERMIT OF MINK HOLLOW (1978) FOREVER YOUNG

Todd Rundgren aveva già sperimentato la registrazione in solitudine, sfruttando in modo pionieristico la tecnica delle sovraincisioni, ma Hermit Of Mink Hollow è il primo album in cui egli suona tutti gli strumenti (chitarre, tastiere, batteria, sax etc.) e canta tutte le parti vocali. Regista assoluto anche della parte produttiva, Todd si avvalse solo dell’aiuto occasionale di Mike Young, un amico aspirante musicista, incaricato di premere i pulsanti per far partire i nastri. La leggiadria dei temi non deve trarre in inganno: fresco reduce dalla tumultuosa relazione con la modella Bebe Buell, Rundgren si ritirò in campagna per annegare il proprio rovello emotivo nella musica. Da quella dimora tranquilla e isolata, il suo talento spiccò il volo con canzoni sublimi, venate di disincantato realismo, formalmente affini a Smokey Robinson e ai Beatles. Amare riflessioni sull’amore (Hurting For You) si alternano a generosi slanci di speranza (All The Children Sing; Fade Away). Le parole di Can We Still Be Friends potranno risultare tenere o spietate, in base all’indole dell’ascoltatore, ma il senso di inevitabilità trasmesso dalla melodia, ciclica e dolente, la collocano accanto alle più preziose miniature degli anni '70, insieme a Imagine e I’m Not In Love. Le successive interpretazioni di Robert Palmer, Rod Stewart, Marc Jordan e Wilson Bros. ne confermeranno il valore. Bag Lady è un lamento pianistico dedicato alle vecchiette che mendicano per le strade di New York: struggente il contrasto tra l’eleganza degli accordi e il sofferto lirismo delle parole. Ancora al piano, Todd intona Lucky Guy, sconsolato ritratto di un inguaribile egoista, con una strofa centrale in cui la chitarra fa il verso a Brian May. Il rimpianto di un ragazzo scappato di casa è espresso con grande compostezza su Too Far Gone, replica al maschile del classico di Lennon & McCartney She’s Leaving Home. Una pressante esortazione a intervenire contro la fame nel mondo riecheggia nelle sonorità lancinanti di un brano in stile Utopia, opportunamente intitolato Bread: “… save your regrets for the dead, but for the living / give them love and give them bread …”. L’arrangiamento dei cori tocca spesso livelli di complessità stupefacenti. Sulla bizzarra Onomatopoeia, un collage di 60 effetti sonori reali rimbalza contro il rispettivo equivalente onomatopeico, pronunciato in successione da Todd. Sembra incredibile, ma c’è ancora qualcuno che non conosce questo disco. - B.A.


TODD RUNDGREN - BACK TO THE BARS (1978)

TODD RUNDGREN - HEALING (1981)

TODD RUNDGREN - THE EVER POPULAR TORTURED ARTIST EFFECT (1983)


TODD RUNDGREN - A CAPPELLA (1985)

Dopo aver sedotto il pubblico più esigente con repliche perfette di venerate icone rock (Faithful), suggestivi giochi di prestigio in studio (Hermit Of Mink Hollow) e un’impudente sfida ai Beatles (Deface The Music), Rundgren si cimentò con la prova più difficile. A parte alcuni sporadici inserti percussivi di natura incerta, A Cappella si regge interamente sulle sovraincisioni vocali di Todd. I cori fungono da arrangiamento per canzoni atipiche (Lost Horizon; Blue Orpheus; Johnee Jingo), che talora raggiungono l’eccellenza assoluta: Pretending To Care è diventato uno standard in grado di sopravvivere anche una volta decontestualizzato, come dimostrano le superbe versioni di Janis Siegel (Short Stories) e Jennifer Warnes (The Hunter); con le sue parole sincere e dignitose, Honest Work confuta le tesi sulla “flessibilità” molto meglio dei vaniloqui di qualche ex-sindacalista incapace. Votate Rundgren. - B.A.


TODD RUNDGREN - 2nd WIND

TODD RUNDGREN - NO WORLD ORDER (1993)

TODD RUNDGREN - THE INDIVIDUALIST (1995)

TODD RUNDGREN - WITH A TWIST ... (1997)

TODD RUNDGREN - STATE (2013)

TODD RUNDGREN - WHITE KNIGHT (2017)

 

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